Intervista a Paolo Becchi




Così il cemento sta ingoiando l'Italia 

Il Wwf pungola il governo sulle sfide ambientali 2012 Allarme di Fai e Wwf: "Continua la distruzione del paesaggio, la nostra risorsa più preziosa" 

Avete presente la superficie di un campo di calcio? Moltiplicatela per 75 e avrete la dimensione del territorio che, ogni giorno nei prossimi 20 anni, in Italia verrà «rubato» dall’edilizia: il che significa, per restare alla rappresentazione plastica dello scempio, l’equivalente d’una regione grande come il Friuli Venezia Giulia che si perde in un «nulla» arrembante come una visione di Tolkien e viene sostituita da 6400 chilometri quadrati di mattoni e cemento. Non è la previsione di qualche Cassandra ambientalista, ma il risultato d’una ricerca scientifica promossa dall’Università dell’Aquila con la Bocconi di Milano che ha analizzato i piani regolatori di 11 regioni. La proiezione elaborata su questi dati costruisce un viaggio dentro la bella Italia che scompare e che Fai e Wwf hanno illustrato ieri lanciando l’allarme per «tesori naturalistici e paesaggistici, terreni agricoli, spazi di aggregazione sociale che non saranno mai più restituiti all’ambiente e alla collettività con un processo irreversibile e in costante crescita». Le cifre disegnano un quadro buio. L’erosione del suolo, negli ultimi 50 anni, è avanzata a un ritmo incalzante: da un minimo del 100% in Umbria, Liguria, Valle d’Aosta e Friuli, sino a oltre il 400% in Molise, Puglia e Abruzzo e più del 500% in Emilia Romagna. «Per la Puglia - spiegano Costanza Pratesi del Fai e Gaetano Benedetto del Wwf - la copertura urbanizzata è quasi sei volte quella misurata nel primo dopoguerra. Caso esasperato, quello della Sardegna: in poco meno di 60 anni le urbanizzazioni sono cresciute del 1154%». Il Paese - secondo le associazioni ambientaliste - è rimasto in pratica seduto sul suo patrimonio culturale e paesaggistico oscillando tra scarsa attenzione, disimpegno e condoni: «Quando parlo ai politici di questi argomenti ha attaccato Giulia Maria Crespi, presidente onorario del Fai - vedo scendere una tendina sui loro occhi. Non si rendono conto che la soluzione del problema non può essere rimandata sempre a domani. Perché quel domani è già qui». Drammatico. Perché il paesaggio non è solo «uno stato d’animo», come sosteneva Verlaine, ma una delle nostre risorse migliori. Accanto a questa deriva d’inerzia, quella dell’illegalità, rappresentata dall’abusivismo edilizio che, dal 1948 a oggi, ha ferito il Paese con 4,5 milioni di illeciti (una media di 207 al giorno) e il lavoro delle cave che «hanno mutilato il territorio scavando 375 milioni di tonnellate di inerti e altri 320 di argilla, calcare, gessi e pietre ornamentali». Per capire: l’equivalente di un solido di 250 metri d’altezza per un chilometro di lunghezza. Il tutto in un’Italia già così fragile sotto il profilo idrogeologico in cui il 70% dei comuni è interessato da frane. Che fare? Secondo Fai e Wwf non si tratta di arrestare la crescita del Paese, ma di armonizzarla. Costanza Pratesi: «La Road Map che proponiamo per fermare i “ladri di terra” prevede, tra l’altro, di innovare i piani paesistici ponendo limiti alle nuove costruzioni, tutelando anche le aree di pregio naturalistico attualmente non protette e quelle agricole. Per quanto riguarda le coste, poi, portare da 300 a 1000 metri dalla battigia - come aveva fatto il governatore Soru in Sardegna la distanza minima per poter edificare». Aggiunge Gaetano Benedetto: «Sarà utile anche controllare l’espansione delle città verso le campagne con il cemento che divora i terreni agricoli. E fare come accade in Germania e come già è stato deciso a Merano: aumentare l’imposizione fiscale per chi intende fare nuove costruzioni in zone verdi e, al contrario, introdurre agevolazioni per chi lavora alle ristrutturazioni e al riuso di aree già urbanizzate». (La Stampa 1 Febbraio 2012)