Siria



Carter, l'ex presidente Usa che ha vinto la battaglia contro il verme della Guinea 

Pezzi di mondo rimessi a posto. A volte succede. Uno l’ha quasi aggiustato, più o meno con le sue mani, il trentanovesimo presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, l’uomo delle noccioline, degli accordi di Camp David e del trattato Salt II con l’Unione Sovietica. Quando ha lasciato la Casa Bianca, dove è rimasto per un solo mandato, dal 1977 al 1981, ha creato una sua fondazione - The Carter Center - perché si è reso conto che «i potenti del pianeta si occupano di un sacco di cose, ma spesso non si accorgono della sofferenza di milioni di persone». Ha deciso di dedicarsi all’Africa. E a una piaga devastante e quasi sconosciuta che si chiama Guinea Worm Disease, malattia del verme della Guinea, un animaletto di novanta centimetri che cresce sotto la pelle, la attraversa e la spacca per scivolare fuori dal corpo in cui si è infilato. Non prima, però, di avere depositato le uova. Buca i polpacci, i piedi, le braccia, le spalle. Un film dell’orrore. E’ bianchiccio, molle, schifoso. Ne parla anche la Bibbia. Lo chiama «serpente di fuoco». Provoca dolori lancinanti, che possono durare per oltre un anno. Non esiste un vaccino che lo fermi. Ci vuole un medico che lo aiuti a sfilarsi. Nel 1986 colpiva tre milioni e mezzo di persone nella aree più povere del pianeta. In Africa e in Asia. Oggi, dopo venticinque anni di investimenti, meno di novemila. «Sta sparendo. Tra un anno sarà catalogata come la seconda malattia definitivamente estirpata nella storia dell’uomo». Manca l’ultimo miglio. E servono altri 70 milioni di dollari. Per questo Carter vola da un angolo all’altro della terra. A Londra si è fatto accompagnare da Margaret Chan, una donna minuta e geniale che guida l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e da Laurie Lee, il vicedirettore della Bill & Melinda Gates Foundation. «Non esiste la pace dove non c’è la salute. La relazione tra queste due dimensioni è molto più stretta di quanto si possa immaginare». Completo grigio, camicia azzurra, cravatta di seta a righe che declinano il rosso in ogni sua sfumatura, l’ex uomo più potente del pianeta si siede al tavolo della sala conferenze dell’associazione stampa estera, in Northumberland street. Ha 86 anni, il fisico asciutto, i capelli bianchi appena rasati. Le orecchie leggermente a sventola. Un nonno elegante, con un viso amico, scavato, aperto, occhi molto chiari. Ha carisma. Una stretta di mano vigorosa. Non comincia a parlare subito. Si fa precedere da un filmato di tre minuti. Musica. Si vede un villaggio del Sudan. Bambini che non riescono a nascondere la sofferenza. Un verme bianco, sottile come uno spaghetto, penzola dalle loro cosce, oppure dall’avanbraccio. Gridano. Un medico li manipola. Loro sono terrorizzati. Pieni di lacrime. «Ci si infetta bevendo acqua piena di larve o di microcrostacei». La luce si accende. C’è un silenzio gelido. Carter racconta la sua storia. «Nel 1986 ero in un villaggio vicino ad Accra, in Ghana. Ho visto una giovane donne non troppo lontano da me. Si teneva il seno destro. Pensavo avesse in braccio un bambino. Invece era solo gonfia. Mi sono avvicinato. Il seno era bucato da questa specie di cordicina che lo attraversava da una parte all’altra. E’ stata la prima volta che ho incontrato il serpente di fuoco. Uno spettacolo tremendo. Più tardi mi hanno detto che era uno degli undici vermi che correvano nel suo corpo». Si è messo al lavoro. Da quel momento la sua associazione, assime Organizzazione Mondiale della Sanità e all’Unicef, è arrivata in più di ventiseimila villaggi. La malattia è stata ridotta del 99%. Nell’ultimo anno è sparita dalla Nigeria, dal Niger e dal Ghana. Restano poco meno di duemila casi segnalati in Sudan, Chad, Etiopia e Mali. «Prevenzione ed educazione. Si combatte così». Prende in mano un oggetto nero, di plastica, che sembra un flauto in miniatura. «E’ un filtro. Ne abbiamo distribuiti nove milioni. E’ stato complicato spiegare a queste persone che si ammalavano per colpa loro. Non è stato semplice spiegarlo neppure ai loro capi di governo». Alla fine l’hanno ascoltato tutti. Anche nel Sudan in guerra. «Abbiamo trattato un cessate il fuoco di sei mesi. L’hanno chiamata la tregua del verme della Guinea». Un giornalista cinese si alza di scatto. E' piccolissima. Molto giovane. Le quattro guardie del corpo dell’ex presidente americano si girano meccanicamente verso di lei. E’ pallida. «Non sapevo che esistesse. In Cina non lo sa nessuno». Carter le regala un sorriso largo. «La chiamano la malattia invisibile. Lo racconti a Pechino. Ci serve anche il loro aiuto». Pezzi di mondo da rimettere a posto. Questo è quasi finito. Carter si allontana. La ragazza cinese fa un inchino e gli scatta una foto con l’iphone.(La Stampa 6 Marzo 2012)