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Segue articolo: "Arafat e il mistero del polonio"

L’Anp: riesumiamo il corpo 
La notizia del presunto avvelenamento può riaccendere le tensioni in Medio Oriente

 Che Yasser Arafat sia stato avvelenato è una storia che gira in Medio Oriente già dal giorno stesso della sua morte, l’11 novembre del 2004. Erano troppi i misteri che avevano accompagnato il suo ricovero improvviso in un ospedale militare francese, alla fine di ottobre di quell’anno, e troppe erano le voci che raccontavano dell’inarrestabile e inspiegabile degrado, «assolutamente non naturale», delle sue condizioni fisiche. Ma quei misteri e quelle voci se ne son dovute restare nell’ombra per tutto questo tempo e fino a ieri pomeriggio, quando il dottor François Bochud, direttore dell’Institut de Radiophysique di Losanna, in Svizzera, ha fatto sapere che in alcuni indumenti del vecchio leader dei feddayin palestinesi erano state trovate «tracce significative» di Polonio-210, in una quantità che «non può essere prodotta da cause naturali». Pare che, dal punto di vista scientifico e della stessa consistenza giudiziaria, queste parole non siano sufficienti a confermare un avvelenamento. Ma l’informazione era troppo succosa perché l’intero sistema mondiale dei massmedia non formulasse la sentenza definitiva: Arafat è stato avvelenato, ha fatto la stessa fine della ex-spia sovietica Litvinenko; il Polonio-210 non perdona, e come Putin ha fatto ammazzare Litvinenko, allo stesso modo Abu Ammar lo hanno fatto fuori gli agenti del Mossad. In un Medio Oriente cui primavere e guerre hanno strappato i connotati di quell’ormai lontano 2004, un Arafat avvelenato è una buona carta propagandistica per riaccendere tensioni utili a dirottare verso obiettivi antichi (e però, in questo momento, marginali) la rabbia furiosa di popoli che oggi appaiono frustrati nelle loro impazienti attese d’una palingenesi epocale. E i riscontri delle analisi di Losanna sono un elemento di giudizio che comunque non può non avere una ricaduta immediata sulle società arabe. Il portavoce dell’Istituto di Losanna, il dott. Darcy Christen, ha fatto sapere che «i sintomi clinici» rilevati nel decorso della malattia che aveva portato alla morte «non sono coerenti» con un avvelenamento da Polonio-210; ma è anche vero che nel 2005 il «New York Times» era riuscito ad avere copia della riservatissima cartella clinica dell’ospedale di Percy, dove Arafat era stato portato d’urgenza dopo che stuoli di medici egiziani tunisini e giordani lo avevano visitato senza riuscire a concordare una diagnosi credibile, e le ipotesi che in quel documento si ricavavano erano che il vecchio guerrigliero poteva essere stato ammazzato da tre cause: un germe sconosciuto che gli aveva avvelenato il sangue; oppure il virus dell’Aids; oppure un veleno. Il Polonio-210, altamente radioattivo, si trova in natura in quantità relativamente basse, non dannose al nostro organismo; e se su un qualsiasi paio di mutande i test di Losanna trovano tracce equivalenti a 6,7 mBq (milliBecquerel), in quelle di Arafat il valore rilevato è stato di 180 mBq. Un dato inoppugnabile, dal punto di vista delle conclusioni giudiziarie. A molti un paio di mutande non parrà un reperto cui affidare una sentenza storica, ma quell’indumento e una kefyiah del leader sono stati gli unici oggetti consegnati dalla vedova al dottor Bochud, insieme a un vecchio spazzolino, e di quelli il direttore dell’Istituto di Losanna ha misurato radiazioni e pericolosità. Dietro questa inquietante rivelazione sta la tv araba Al-Jazira, che ha condotto una vera inchiesta poliziesca sulla morte del capo palestinese e ha potuto ora annunciare il suo scoop: Arafat avvelenato. Al-Jazira è stata la più importante televisione «all news» del mondo arabo, capace di straordinari reportage e di scoop clamorosi dalle guerre in Afghanistan e in Irak. Ma poi, durante la guerra di Libia dello scorso anno, una guerra dove il Qatar (e Al-Jazira è qatarina) ha avuto un ruolo determinante, le informazioni che inviava dal campo sono apparse condizionate dagli interessi politici e strategici dello sceicco del Qatar; e l’incanto si è rotto. Comunque, la fondatezza dello scoop è ora affidata a un esame che parta dalla riesumazione della salma del vecchio leader. E verso questo obiettivo pare che si stia intervenendo, con l’assenso dell’Autorità Palestinese e della stessa vedova di Arafat. Poi, che del probabile avvelenamento sia responsabile il Mossad, o che ci siano altri possibili responsabili all’interno della intricata rete di interessi politici e strategici del Medio Oriente, resta comunque che si sta aprendo la possibilità di chiarire un oscuro mistero politico della storia recente. E il giornalismo può servire anche a questo. (La Stampa 5 Luglio 2012)