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Segue Articolo: "Il risiko americano in mille basi"


L’India, potenza emergente, ne ha (forse) una in Tagikistan, anche se i tagiki negano. La Cina, che è diventata l'anno scorso la seconda economia del mondo, non ne ha nemmeno una. La Russia ne ha qualcuna in Asia centrale, eredità dell’impero sovietico, così come Francia e Gran Bretagna, anche loro una volta potenze mondiali. Ma quante basi militari all'estero hanno gli Stati Uniti, l'iper-potenza del ventunesimo secolo? Impossibile saperlo. «Gli Usa hanno 460 basi». «No, ne hanno 507 permanenti all'estero». «Forse sono 662». O forse più probabilmente lo Zio Sam ha più di mille basi militari sparse in tutto il globo. A meno che non siano 1169. Oppure 1180.

Nel 1955, dieci anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale,
il «Chicago Daily Tribune» pubblicò un’inchiesta sulle basi americane all’estero, con una mappa costellata di punti e stelline, la maggior parte sparsi su Europa e Pacifico: «La bandiera americana sventola su più di trecento capisaldi nel mondo», scriveva il reporter Walter Trohan. «Campi e caserme coprono dodici possedimenti d'oltremare e protettorati. Le basi sono in 63 nazioni o isole straniere».

Oggi, stando agli ultimi dati pubblicati dal Dipartimento della Difesa,
la bandiera sventola su 761 avamposti in 39 Paesi all'estero o nei territori d'oltremare. Il dato non comprende i piccoli siti di meno di cinque ettari e del valore inferiore a dieci milioni di dollari. Gli avamposti all' estero gestiscono 52 mila edifici e 38 mila infrastrutture pesanti, come moli, depositi per il carburante, oltre a 9100 «strutture lineari», cioè strade, ferrovie e oleodotti.

Il nodo dell'Afghanistan 
Lo scorso gennaio il colonnello Wayne Shanks, un portavoce dell'Isaf, mi disse che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno oltre 400 basi in Afghanistan, inclusi campi, basi avanzate e avamposti di combattimento. Prevedeva che altre dodici sarebbero state aperte nel corso dell'anno. Ma se uno va a scandagliare le 206 pagine del «Base Structure Report» del dipartimento della Difesa americano non trova una singola citazione sulle basi in Afghanistan, come se non ne esistesse neanche una. Un black-out che ne farebbe l'unico Paese al mondo privo di basi militari. Ma se le aggiungiamo al conto fatto dal Pentagono ecco che arriviamo a un totale di 1073 basi, 770 in più rispetto all’elenco fatto da Trohan nel 1955. Un numero superiore anche alle 1014 censite nel 1967, considerato il «picco» della Guerra fredda, con il conflitto in Vietnam in pieno svolgimento. Ma non c'è soltanto il «buco nero» dell'Afghanistan, nel conteggio.

Il buco nero dell’Iraq 
La situazione è altrettanto poco chiara in Iraq. Un altro documento indica 88 basi americane in quel Paese, comprese Camp Taji, Camp Ramadi, Joint Base Balab, che da sole ospitano 7000 militari. Nessuna di queste è pero nella lista ufficiale. Quindi il numero presunto salirebbe a 1169. E a 1075 se fossero incluse le basi in Arabia Saudita, ufficialmente costruite e gestite da Riad, ma in realtà, se si legge la lista del dipartimento di Stato del personale dispiegato all'estero, a tutti gli effetti parte dei dispositivi delle forze armate americane nel Golfo. Ai tempi della Prima guerra del Golfo c'erano decine di migliaia di militari, poi, sotto la pressione dei fondamentalisti islamici che minacciavano il regno saudita, Washington annunciò il loro ritiro, nel 2003, per non urtare i sentimenti religiosi. Fatto sta che solo al cosiddetto Eskan Village, a 20 chilometri da Riad, ci sono 800 militari, 500 dei quali addestratori.

Sempre sul caldissimo arco che va dal Mar Rosso all'India
, i droni statunitensi che attaccano le basi della guerriglia islamista in Pakistan operano da una o più basi nel Paese musulmano, gestite in tandem dalla Cia e dall'Air Force. Jeremy Scahill, in un articolo su Nation, aggiunge che ci sono anche basi avanzate operative a Karachi, gestite dal Joint Special Operation Command (Jsoc). Mentre il dipartimento della Difesa ammette che ci sono alcune centinaia di soldati americani in Pakistan, non parla di basi sul suolo pachistano.

Le caserme galleggianti 
Gli Stati Uniti dispongono anche di grandi gruppi aeronavali, basi galleggianti con un impressionante volume di fuoco. Le undici flotte dotate di una portaerei comprendono anche un incrociatore lanciamissili, due cacciatorpediniere lanciamissili, un sommergibile d'assalto, navi appoggio per le munizioni, il carburante e gli approvvigionamenti. Su ogni portaerei ci sono oltre 5000 uomini, un incrociatore, tra marinai e ufficiali, arriva a mille. Queste undici flotte dispongono poi di un centinaio di porti «in tutto il mondo» da Hong Kong a Rio de Janeiro. «La capacità di condurre funzioni logistiche in mare consente alla forze navali di mantenere punti d'appoggio ovunque», si legge nell'Operation Concept 2010 della Marina. Parlando davanti a una commissione del Senato lo scorso anno, il vice sottosegretario alla Difesa Dorothy Robyn si è limitato a riferirsi alle «507 installazioni permanenti». Il Base Structure Report del 2010 d’altra parte indica 4999 siti negli Usa e oltremare. Al di là dei numeri, non è importante se l’America ha 900 o mille o 1100 avamposti in terra straniera; ciò che è innegabile è che l’America mantiene, un impero di basi così vasto e oscuro che nessuno, persino al Pentagono, sa veramente le sue dimensioni e il suo scopo.

Problemi di bilancio
 
La ragnatela di basi all'estero si è andata espandendo dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi. Ma ora ha trovato un suo limite nella capacità di spesa degli Stati Uniti, soprattutto dopo la crisi finanziaria e poi economica cominciata nell'estate del 2008. Alla fine del 2010, la commissione bipartisan per la riduzione del deficit disposta dalla Casa Bianca ha suggerito di tagliare di un terzo le guarnigioni americane in Europa e in Asia, misura che porterebbe a un risparmio di 8,5 miliardi di dollari entro il 2015. La realtà economica potrebbe insomma ridurre le ambizioni dei militari, ma la tempistica della scelta determinerà il modo in cui l'America ridurrà la sua «impronta» nel mondo. Un ritiro oggi potrebbe esser visto come un atto di magnanimità e buonsenso, tra qualche anno come una fuga disonorevole. (La Stampa 19 Gennaio 2011)