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Segue articolo "La Caccia al Tesoro dello Scoglio"

Gran Bretagna, Islanda, Irlanda e Danimarca si sfidano a colpi di leggi: lì infatti c'è il petrolio 

Che sia un’isola, per di più fantasma, è ancora da vedere. Eppure, da quasi mezzo secolo quattro Stati europei si stanno dando battaglia a colpi di risoluzioni, proclamazioni, «invasioni» per annettersela. Non tanto per quello che rappresenta, uno degli scogli più sperduti e isolati del mondo, ma per quanto c’è «sotto»: petrolio. Si chiama Rockall l’oggetto, o se vogliamo lo scoglio, del contendere. È una piramide di granito di origine vulcanica che si erge, come la pinna dorsale di un gigantesco squalo, dall’Atlantico più tempestoso. Così tempestoso che di fatto è quasi impossibile determinare l’altezza del monolite dalla superficie del mare: tra i venti e trenta metri, dipende dalle giornate. Per una superficie di circa 642 metri quadrati. La sua posizione - 57° 35’ 48” Nord e 13° 41’ 19” Ovest - è determinata, anche se il suo orientamento rispetto al Polo non è così certo, perché l’area è bombardata da forti radiazioni magnetiche, forse generate dalla troctolite, un minerale che compone le montagne sommerse che la circondano, di cui è stata trovata traccia anche sulla Luna. E forse anche dalla bazirite, che esiste unicamente qua. Pare che Rockall sia spuntata dal mare 55 milioni di anni fa, quando l’antico supercontinente di Laurasia è andato in tilt e l’Europa e la Groenlandia si sono separati. Sarebbe comparsa per la prima volta su una mappa portoghese nel 1550, come Rochol, ma per almeno due secoli è stata scambiata per la Frislandia, l’isola fantasma indicata anche dal navigatore veneziano Nicolò Zeno, e per l’altrettanto misteriosa isola di Buss. Qualcuno sostiene anche che sia una scheggia del mitico Regno di Brazil, la terra dell’eterna giovinezza, che appariva e scompariva. Come Rockall, quando - e succede spesso visto l’impeto dell’Atlantico - è travolta dalle onde. La più grande misurata dall’uomo era alta 29 metri. Non è nemmeno certa l’etimologia del suo nome: dipende se si parla in antico gaelico, in scozzese, in portoghese. L’accezione inglese, Rockall, potrebbe significare «roccia ruggente», ma potrebbe anche derivare dal tenente Basil Hall, il primo che ha descritto la sua scoperta, registrata nel 1881 con la spedizione dei reali vascelli britannici Endymion e Princess Charlotte. Di sicuro c’è solo che dista 301,4 chilometri a ovest dell’isola di scozzese di St. Kilda, la terra ad essa più vicina e 424 dal Donegal, Irlanda. Ciò, in accordo con le coordinate correnti, stabilite per la prima volta con uno strumento elettronico nel 1967. Ma di chi è questo scoglio? Sta proprio qui la questione. La Gran Bretagna l’ha rivendicato, con atto parlamentare e nel nome di Sua Maestà la Regina, nel 1972, annettendolo all’isola di Harris, parte della contea scozzese di Inverness. Ma nessun altro Stato ha riconosciuto questo colpo di mano. E men che mai l’Irlanda, l’Islanda e la Danimarca, quest’ultima attraverso le Far Oer, che vantano analoghe mire espansionistiche. Meriterebbe un libro, questa battaglia. Perché, al di là degli atti amministrativi, è anche una storia di uomini. Non soltanto quella dei poveretti, tanti, che vi sono naufragati. Ma anche quella di quelli, pochi, che vi hanno messo piede. A cominciare dai tre militari della Royal Navy e del naturalista James Fischer spediti da Londra a conquistare Rockall, nel 1955, ufficialmente per impedire ai sovietici di spiare il lancio di prova dalle isole Ebridi del Corporal Type II, il primo missile britannico (made in Usa). Hanno fatto seguito altri tentativi, qualcuno riuscito, di appollaiarsi sulla sommità del monolite, dove non ha resistito sotto le onde nemmeno un piccolo faro per l’ausilio alla navigazione. Attualmente è in corso la preparazione di un’ennesima spedizione, a scopo caritatevole («Help of Heroes»): un ex militare britannico, Nick Hancock, vuole andarci nel 2011, duecento anni dopo la scoperta, per centrare il record della più lunga occupazione di Rockall nella storia, restandovi sopra per 60 giorni, in assoluta solitudine. Marosi, molluschi e uccelli marini esclusi. In realtà, questi «assalti», almeno quelli del passato, non hanno rappresentato soltanto un puro esercizio di eroismo. La Convenzione delle Nazioni Unite per il diritto internazionale marittimo, firmata a Montego Bay nel 1982, stabilisce infatti che si possa parlare di isola soltanto quando una terra è in grado di assicurare la vita degli uomini e abbia una vita economica autonoma. Diversamente, si tratta di scoglio, e come tale è di tutti e di nessuno. Patrimonio dell’umanità, come sostiene Greenpeace, che ha «conquistato» Rockall per 42 giorni, nel 1997, fondandovi lo Stato libero di Waveland, «terra delle onde», per protestare contro la ricerca e lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio sommersi. Gli ambientalisti avevano anche raccolto cittadini da tutto il mondo, su Internet, ma poi quest’utopia è naufragata perché la società che aveva sponsorizzato l’iniziativa ha fatto bancarotta. I britannici, insomma, hanno cercato di abitare questa «roccia ruggente» per dare fondamento alla loro annessione. E così, esercitare i propri diritti - come zona economica esclusiva - sui banchi di pesca ma soprattutto sulle risorse minerarie e petrolifere che nascondono i suoi fondali. Tenendo lontani, naturalmente, tutti gli altri candidati. I negoziati tra Londra, Copenhagen, Rejkjavik e Dublino restano aperti. È, forse, l’ultimo rigurgito imperiale d’Europa. (La Stampa 11 Ottobre 2010)

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