Terremoto: il racconto degli anziani

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L’ospedale? Un Far West nelle mani dei predoni” Nelle carte dei giudici l’inquietante scenario del polo sanitario

C’ è ancora chi lavora al San Raffaele con attitudine predatoria, si impossessa di beni sottocosto e ruba dove può rubare». Non lascia spazio a dubbi, il testo dell’ordinanza del gip di Milano che ieri ha portato all’arresto di tre uomini del corpo di security della clinica fondata da don Verzé. Lo scenario che ne emerge è degno di un film western: furti, violenze private, ritorsioni, incendi. Per dare un’idea dell’ambiente il giudice riporta un recente episodio «che è la via di mezzo tra romanzo d’appendice e racconto dell’assurdo». Prima di morire, Mario Cal aveva deciso di vendere la propria Mercedes, intestata alla Fondazione San Raffaele e pagata 106mila euro nel 2005. Affida l’auto al concessionario dove era stata comprata, ma l’unica offerta che giunge è giudicata troppo bassa. Quando Cal muore, si fa avanti uno dei vigilantes dell’ospedale, Antonio Cirillo, il quale «chiama il concessionario e dice che la Mercedes se la compra lui». L’avvocato Russo, legale della Fondazione, non osa rifiutare: il prezzo è fissato a una cifra bassissima – 17mila euro. Il concessionario, «per ragioni di cosmesi», intesta l’auto a se stesso e poi la gira a Cirillo, il quale la fa registrare a nome della propria compagna. Chi paga, però, è l’amante di Cirillo, che tra le altre cose dirige una società fornitrice del San Raffaele. Nessuno ovviamente interviene. I pistoleros, del resto, sanno il fatto loro. Sanno farsi rispettare: se necessario usando la forza. Ecco come un loro collega racconta l’incendio dell’auto di Cesare Damonte, un fornitore del San Raffaele che era entrato in contrasto con i dirigenti dell’azienda: «Ammetto di essere stato presente al momento in cui Cirillo e Donati hanno dato fuoco alla macchina di Damonte (…). Loro all’inizio quella sera dicevano di volergli “fare uno scherzo”. Uscendo avevano identificato la sua autovettura (…). Ho provato a dire loro “non fate cazzate!” ma erano troppo determinati. E’ stato Cirillo materialmente ad appiccare il fuoco. Non ricordo come, ero troppo agitato e stare lì insieme a loro mentre facevano questa cosa mi ha messo in una condizione di estremo timore e difficoltà. Quando la macchina ha preso fuoco ho detto loro di chiamare immediatamente i vigili del fuoco ma loro non volevano. Donati ridacchiava insieme a Cirillo». La principale vittima delle ritorsioni incendiarie degli arrestati era però Andrea Lomazzi, il piccolo imprenditore che aveva osato opporsi ai piani d’espansione di don Verzé («Qui il giudice sono io e decido io!», avrebbe esclamato quest’ultimo, prima di passare dalle parole ai fatti). In un primo momento, il fondatore del San Raffaele cercò di coinvolgere anche Cesare Damonte, che parlando con i magistrati dichiara: «Don Verzé voleva liberarsi a tutti i costi della ingombrante presenza di Lomazzi. Mi disse espressamente: “Devi fargli in modo di levargli luce, acqua, gas, in modo da impedirgli definitivamente di lavorare”». E poi, ci sono gli incontri con Niccolò Pollari, all’epoca numero uno del Sismi, al quale don Verzé chiede espressamente di intervenire in funzione anti-Lomazzi. «Questo qui è un lazzarone, un furfante... noi dobbiamo cacciarlo... non sappiamo come fare», esclama il sacerdote parlando col capo degli 007 in una conversazione intercettata. Sulle prime, si pensa di coinvolgere gli uomini della Finanza, minando gli affari del nemico con blitza sorpresa. Ma è un piano troppo complesso: meglio ripiegare sulle fiamme. «Facciamo una scommessa – dice Andrea Roma parlando con don Verzé – che quando è in Brasile sentirà che c’è stato del fuoco?» Siamo a inizio 2006. Proprio in quei giorni il sacerdote partirà per il Sud America; di lì a poco l’impianto sportivo di Lomazzi verrà incendiato. LA SPIRALE DI VIOLENZE Descritte anche le ritorsioni di uno dei vigilantes contro un fornitore "La Stampa", 3/07/2012