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Segue articolo: "Mogadiscio La città stanca di guerra torna alla vita"

Nella Capitale della Somalia, sconvolta da un conflitto durato oltre vent'anni, è partita la ricostruzione. Una "primavera" che sta portando lavoro e investimenti. Ma gli Shabab sono solo a 45 chilometri 

Non sanno nuotare i ragazzi che affollano il vecchio Lido italiano, perciò non s' avventurano tra le onde turchesi dell' oceano, ma dalla battigia contemplano estasiati l' orizzonte. Questo quadretto africano a Mogadiscio ha un sapore diverso. «Negli ultimi vent' anni chiunque s' avvicinasse al mare correva il rischio di beccarsi una pallottola, perciò le spiagge nuovamente gremite simboleggiano per noi la rinascita della città», spiega Osman Dufle, medico e parlamentare che durante la lunga guerra civile somala non ha mai abbandonato il Paese, come invece hanno fatto molti suoi conterranei potentio ricchi o semplicemente laureati. Gli stessi che, dallo scorso agosto, stanno finalmente tornando dagli Stati Unitio dagli Emirati arabi. Da quando le forze dell' Unione africana e i cannoni etiopi hanno allontanato da Mogadiscio gli shabab vicini ad Al Qaeda, e da quando in città s' è cominciato a respirare una sia pur rarefatta atmosfera di stabilità, i somali della diaspora rimpatriano a frotte. Ogni giorno all' aeroporto della capitale atterrano voli internazionali, sempre carichi di chi ritorna a casa con moglie e figli, e con il portafogli rigonfio dei dollari accumulati a Dallas o Dubai. In questa "primavera" economica e sociale si torna per ricostruire, restaurare, investire. Da gennaio sono sbarcate nella capitale trecentomila persone, portando con loro decine di milioni di dollari e creando migliaia di posti di lavoro, il cui primo, virtuosissimo effetto è stato quello di strappare giovani braccia alle file delle milizie armate. L' effetto lo vedi lungo la Makalmukarama road, dove molte case ostentano intonaci appena ridipinti di colori vivaci, dove ovunque fervono lavori edili, dove brulicano piccoli commerci e dove il traffico s' è fatto convulso. «La metà degli immobili danneggiati è già stata restaurata, e aprono di continuo nuovi ristoranti e bar, ma anche università e ospedali», aggiunge il dottor Dufle. Certo, c' è ancora molto da fare, perché assieme alle case andrebbero ricostruite anche le coscienze, o le anime, di gran parte della popolazione. Innumerevoli sono gli edifici di cuiè rimasta solo qualche pietra,e quelli ancora crivellati dalle pallottole di chissà quale conflitto che ha insanguinato il Paese dal 1991, da quando cioè il dittatore Siad Barre fu deposto da un colpo di Stato che lasciò il potere prima nelle mani dei signori della guerra, poi delle corti islamiche e infine degli shabab. Per vedere lo sfacelo di Mogadiscio basta percorrere ciò che resta della "corniche" italiana, dove alle rovine dei palazzi liberty del colonialismo nostrano s' appoggiano le baracche dei somali più poveri; o recarsi nel quartiere di Shangaani, dove una volta sorgeva la più grande cattedrale della Somalia, della quale sono rimaste in piedi soltanto le mura perimetrali lungo cui s' è appena formata una vasta tendopoli di sfollati. «Finché non avremo i mezzi per pagare gli stipendi ai nostri poliziotti e ai nostri soldati mi sembra utopico voler costruire uno Stato somalo», sostiene Osman Aden Abdulle, rettore della Benadir Universitye figlio di colui che dal 1960 al 1967 fu il primo presidente della Somalia. «A Mogadiscio, gli shabab sono stati sconfitti sia militarmente sia moralmente, ma hanno ripiegato a soli 45 chilometri da qui. Ora, visto che l' estremismo islamico non può essere vinto solo militarmente è necessario intavolare negoziati almeno con coloro che non ricevono ordini dai qaedisti pachistani o dai nigeriani di Boko Haram». Assieme all' ex ministro dell' Agricoltura, Yusuf Baadiyou, visitiamo il Teatro nazionale di Mogadiscio, il cui restauro dopo vent' anni di inattività fu il primo vanto, pochi mesi fa, della città che iniziava a rifiorire, sebbene il 4 aprile scorso, durante una delle prime rappresentazioni che vi svolsero, gli shabab fecero esplodere una bomba che uccise sei persone, tra cui due amatissimi sportivi locali. Dice Baadiyou: «Purtroppo il veleno non è ancora stato estirpato dal Paese. Dopo essersi tagliati la barba e aver indossato abiti occidentali, molti shabab sono di nuovo tornati in città». Vuoi perché il ricordo delle loro crudeli persecuzioniè ancora così fresco, vuoi perché il pericoloè tuttora così presente, a Mogadiscio chi può permetterselo gira soltanto scortato da uomini armati. E nonostantei lampioni "solari" che adesso illuminano le arterie più FOTO:MOHAMED ABDIWAHAB/AFP importanti della città, dopo il tramonto scatta per tutti una sorta di coprifuoco volontario. Intanto, sebbene con qualche ritardo, la road map disegnata a dicembre segue il suo corso. In questi giorni, i 135 "anziani" che rappresentano il complesso mosaico tribale somalo stanno nominando i saggi chiamati ad approvare la nuova Costituzione. Gli stessi "anziani" stanno anche scegliendo i membri del nuovo Parlamento, il quale entro la fine di agosto dovrà eleggere il presidente della Repubblica. In città sorprende la quantità di mezzelune turche. Le bandiere di Ankara sventolano ovunque: sull' ambasciata appena aperta (l' unica non di una nazione non africana), sulle sue ong, sulle cliniche appena inaugurate, sulle sue scuole. Secondo il ministro degli Esteri somalo, Abdullahi Haji Hassan, nell' ultimo anno la Turchia ha fatto per la Somalia più della comunità internazionale negli ultimi due decenni. «Lo scorso luglio, durante la carestia che funestò la Somalia, il premier turco Tayyip Erdogan venne in visita con tutta la famiglia. Si commosse e decise di intervenire con aiuti massicci», spiega Hassan. È anche verosimile che allora il premier intuìi vantaggi che la Turchia avrebbe potuto trarre da una Somalia in via di pacificazione, e soprattutto in grado di diventare la testa di ponte per un' aggressiva penetrazione diplomatica nel Continente nero. In tutto ciò, sicuramente peri tagli alla spesa ma anche per cecità politica, gli italiani, salvo quelli della Caritas, latitano. Dice ancora il rettore Adbulle: «Fino al 1991 nelle università di Mogadiscio si insegnava solo in italiano, e per molti di noi l' Italia è ancora una seconda patria, perciò tutti si chiedono perché lasciate che siano i turchi a conquistarci?». Già, ma l' Italia dov' è? (La Repubblica 3 Luglio 2012)