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Segue articolo: Trattativa stato-mafia il teorema della Procura "Così cambiò l'accordo"

Secondo i magistrati l’intesa
non scritta fu "aggiornata":
ma restano molte incognite
E alla fine, le trame che hanno segnato la storia degli ultimi vent’anni, intossicato i rapporti e le relazioni tra istituzioni, tra uomini delle istituzioni, distrutto vite innocenti, trasformato servitori dello Stato in martiri, per certi versi modificato la Costituzione materiale che regola la vita della nostra Repubblica, della nostra democrazia, queste trame, messe sotto accusa dalla Procura di Palermo, si sviluppano tutte nell’arco di appena tre anni. Dall’omicidio di Salvo Lima alla nascita del primo governo Berlusconi.

In fondo è questa la tesi della procura di Palermo: «Quella che definiamo trattativa in realtà è la ristrutturazione del patto di convivenza di Cosa nostra con lo Stato». Una ristrutturazione che ha vissuto momenti tragici, drammatici, non sempre lineari ma che ha visto in prima fila esponenti politici attivare pezzi di apparati per conoscere gli obiettivi di Cosa nostra, e prendendo atto che questa «ristrutturazione» non sarebbe stata indolore, attivare disperatamente una trattativa per soddisfare le richieste della mafia. Questa stagione muove i suoi primi passi con la decisione della Cassazione sul maxiprocesso, che Cosa nostra vive come la rottura di quel patto di «convivenza» con lo Stato.

Con l’omicidio di Salvo Lima, i politici siciliani si rendono conto che quel rapporto di convivenza è stato rescisso unilateralmente e Calogero Mannino, allora potente ministro per il Mezzogiorno, temendo di essere finito nella lista dei politici da eliminare (effettivamente era così) cercò di cambiare il suo destino attivandosi per capire le successive mosse dei Corleonesi. Poi c’è Capaci e a seguire via D’Amelio. La trattativa oggettivamente produce un colpo d’accelerazione nell’esecuzione di Paolo Borsellino che, sicuramente, sapeva della trattativa e non la condivideva.

Anche la vicenda della sostituzione del ministro dell’Interno Scotti con Nicola Mancino e, per via dell’avviso a comparire di Mani pulite, del Guardasigilli Claudio Martelli con Giovanni Conso rientrano dentro quella «linearità di strategia trattativista», per dirla con la Procura. Di nuovo ridiventano attuali gli interrogativi sulla mancata perquisizione del covo di Totò Riina (gennaio ’93), o della mancata proroga da parte del ministro Conso del novembre del ’93 di 334 provvedimenti di 41 bis.

Cosa è che tiene unito il cambio di strategia stragista che porta Cosa nostra dall’eliminazione dei nemici agli attacchi contro i simboli dello Stato e della Chiesa (gli attacchi del ’93) alla mancata cattura di Bernardo Provenzano (Mezzojuso, 95)? Perché Nicola Mancino è reticente quando nega di non sapere della trattativa in corso tra Mori e Ciancimino? E Marcello Dell’Utri perché garantisce che con il governo Berlusconi le richieste di Cosa nostra troveranno risposte? La cattura di Totò Riina fu frutto positivo della intesa con l’area di Provenzano?

Antonio Ingroia e Nino Di Matteo in questi vent’anni, sono sempre stati in prima fila nelle indagini per svelare le contiguità pericolose tra uomini delle istituzioni e Cosa nostra. Convinti di essere dalla parte della ragione anche nella vicenda delle intercettazioni indirette del Capo dello Stato, che andranno distrutte, aspettano la decisione della Corte costituzionale sul conflitto di attribuzione sollevato dal Presidente Napolitano. E intanto chiedono all’attuale governo Monti di costituirsi parte civile nel processo sulla trattativa, avendo individuato come parti offese - il reato contestato è quello di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato, i governi che si sono succeduti a partire dal ’92 fino al ’94 - persino il governo guidato da quel Giulio Andreotti indagato, imputato (e assolto) per i rapporti con Cosa nostra, dalla procura di Palermo. Dal governo Andreotti al primo governo di Silvio Berlusconi, l’offensiva eversiva e sanguinaria di Cosa nostra ha cercato di condizionare il potere politico in carica per modificare leggi e regimi carcerari, le regole dei processi e gli stessi reati. Ingroia, però, a fine ottobre andrà in Guatemala, su richiesta delle Nazioni Unite, per un anno sabbatico A molti sembra una rinuncia. Ma l’indagine è chiusa. Adesso spetterà ai pm del dibattimento convincere i giudici. (La Stampa 25 Luglio 2012)