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Schermi Riflessi di Armando Lostaglio

A quasi 90 anni da un altro vile assassinio, una bella  commemorazione di Piero Gobetti di Mucci, apparsa il 6 febbraio 1955 sulla Voce di Cuneo. (Alberto Alberti) 

"Piero Gobetti a ventinove anni dalla morte" di Velso Mucci

Il ventinovesimo anniversario della morte di Piero Gobetti (nato a Torinoil 19 giugno 1901, morto a Parigi il 16 febbraio 1926), cade in un momento così grave della nostra vita nazionale, in un momento così rapidamente catastrofico e simile a quello in cui avvenne la prematura, barbara fine del giovane intellettuale torinese, che la triste ricorrenza pare, quest’anno, sovrastarci piuttosto come un tragico ammonimento.


Se avessimo dovuto commemorare Gobetti qualche anno fa, avremmo ancora cercato non soltanto di descriverne la figura morale e intellettuale, ma avremmo anche esaminato criticamente la sua posizione di formidabile lavoratore intellettuale, e certo non avremmo mancato di sottolineare anche le immaturità, gli eccessi e i difetti della sua impaziente cultura.
Avremmo sottoposto a un vaglio i suoi concetti di « rivoluzione » e  di «liberalismo», e la sintesi che egli ne tentò su un piano di sicura  onestà culturale.

Ma soprattutto, per dare un’immagine storicamente concreta dello sviluppo della personalità di gobetti, bisognerebbe analizzare il periodo della sua vita che va dagli ultimi numeri della sua rivista « *Energie nuove* » (1918 – febb. 1920) ai primi numeri di « *Rivoluzione liberale* » (febb. 1922): gli anni in cui, per comune testimonianza delle persone che allora lo conobbero e lo frequentarono (da Antonio Gramsci a Luigi Einaudi, da Palmiro Togliatti a Natalino Sapegno, a Umberto Calosso, a Riccardo Testa, ecc.). Gobetti mettendo per la prima volta la sua cultura a contatto con le basi di vita e con il terreno di lavoro della classe operaia torinese, diede un ordine, un orientamento concreto e pratico a tutti gli elementi della sua cultura, una capacità di linea propulsiva a tutte le sue nozioni e letture. E furono gli anni, in cui collaborando in veste di critico drammatico e letterario al quotidiano « *L’ordine nuovo* », ebbe modo di vivere l’esperienza feconda dei Consigli di fabbrica, di cui egli è stato un dei primi storiografi.

Ma, dato l’anno 1955, ci troviamo incredibilmente costretti a mettere l’accento più sulla sua fine brutale che sulla sua figura di studioso, a trattare Piero Gobetti non ancora nella storia della cultura italiana ma come una persona tragicamente attuale della nostra vita politica.

Per quanto Gobetti si fosse discostato, dopo il 1922, da una stretta collaborazione con il partito della classe operaia, il fascismo non poteva tollerare a lungo neanche la sua libera attività di uomo di « rivoluzione liberale », in cui il tono era dato sempre dal carattere di liberalismo che, secondo Gobetti, la rivoluzione italiana di massa avrebbe dovuto assumere da una critica revisione della nostra cultura politica tradizionale. Quando il fascismo si fu bene accorto che questa posizione teorica e tradizionalmente culturale non significava tradimento delle lotte della classe operaia, quando si fu persuaso che non c’era lusinga né minaccia capaci di attrarre nell’orbita della reazione questo giovane intellettuale, serio, onesto, fermo, di buona fede anche nei propri errorivdi valutazione politica, allora il fascismo decise brutalmente di *rendere la vita impossibile* a Piero Gobetti.

« Mani di fanatici si levarono contro di lui,  ed il suo bel volto si  rigò di sangue, il suo bel volto di angiolo pallido e magro. Gli occhiali gli caddero a terra: si curvò per raccoglierli quando fu colpito da un calcio.
Così fu trattata la sua giovinezza geniale ed instancabile. Vissuto in untempo di violenze, morì a Parigi esule e consunto ». ...

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