L'Opinione di Marco Lomabardi

La botte è vuota, ma la moglie ha ancora sete

Quando il viceministro Catricalà afferma che, nel mondo della competizione globale, l'idea di avere tutte aziende italiane è puramente onirica, dice una dura verità. Anzi, indora la pillola, perché alle condizioni attuali l'Italia sembra destinata a perdere ben più di qualcuna delle sue realtà produttive. Lo Stato italiano non ha più né l'autorevolezza per imporre la propria ragione imperativa sulle logiche della competitività, né le risorse per affermarsi come attore di mercato.

A prescindere dalle peculiarità del caso Telecom, azienda che i diversi governi hanno usato per scopi anche oscuri e lontanissimi dalle finalità statutarie, fanno (amaramente) sorridere gli esponenti del PD e, in particolare, del PDL, che chiedono al presidente Letta di battere un colpo. Il solo colpo che questa classe politica può attendersi, coerentemente al suo agire in aula e fuori, è quello del battitore d'asta che stocca il nostro patrimonio pubblico. Da alcuni anni ormai, una delle parole più usate dai nostri rappresentanti eletti è dismissione. Far cassa vendendo le proprietà statali, così da evitare l'introduzione di nuove imposte, poterne abrogarne altre e rimandare una razionalizzazione seria della spesa pubblica e del fisco. Alla parola dismettere, il politico di turno usa collegare l'immagine di caserme abbandonate o immobili fatiscenti, che invece rimarranno sul groppone dei contribuenti, così come le elefantiache società a partecipazione pubblica che erogano pessimi servizi, impiegano eserciti di raccomandati e ogni anno iscrivono a bilancio nuove perdite. Dai tempi di Tototruffa son passati più di cinquanta anni e di babbei col portafoglio colmo, ne sono rimasti davvero pochi. Le promesse elettorali costano, le riforme mancate si pagano e dunque è piuttosto ipocrita chiedere allo Stato un ruolo che ha ormai svenduto da tanto, tanto tempo.