L'Opinione di Marco Lombardi

 

A chi ha vissuto lo spettacolo del calcio attorno alla seconda metà degli anni '80, da praticante o semplice spettatore, la morte di Vujadin Boskov non lascia indifferenti. Con il suo stile inimitabile egli rappresenta un'icona di quel circo, nel cui tendone agì da artista e con l'entusiasmo del bambino di fronte ai virtuosismi dell'equilibrista.

"Non ho bisogno di fare la dieta. Ogni volta che entro a Marassi perdo 3 kg", questa la sua passione sconfinata per il pallone. Innamorato sì, ma non pazzo d'amore, in una lucidità secondo cui “meglio perdere una partita 6-0 che sei partite 1-0" e “testa di calciatore buona solo per portare cappello”, che gli permise di prendere le distanze da un fenomeno sociale avviato alla deriva degli idoli presenti più sui rotocalchi che in campo.
Un disincanto che non intaccò la sua predilezione verso i fuoriclasse, coloro che "vedono autostrada dove altri vedono piccoli sentieri”. E ne ebbe tra le mani. «Vialli e Mancini sono meglio di Sanchez e Butragueno» e, soffocando le risatine degli addetti ai lavori, con loro vinse una Coppa delle Coppe (1990), uno scudetto (1991) e perse per un soffio, quello potentissimo di Ronald Koeman, la finale della Coppa dei Campioni (1992). Nota a margine, fu lui, allenatore della Roma, a far esordire un certo Francesco Totti in serie A – anche se sul gioiellino di Trigoria il capolavoro lo fece poi un altro grandissimo, Carletto Mazzone. Ottimo fiuto quello di Boskov nello scovare i talenti, ma ritenendoli tali solo se funzionali al gioco di squadra, non lesinando invece bocciature ai giocolieri fini a se stessi, come quel "Benny Carbone che con sue finte disorienta avversari ma anche compagni". Altro che Mourinho e il suo stitico “zero tituli”!