L'Opinione di Marco Lombardi: Marchionne e l'etica del capitalista


Il discorso di Sergio Marchionne ai giovani della Luiss ha suscitato nel mondo politico meno critiche di quanto fosse prevedibile. Fa eccezione il governatore della Toscana Enrico Rossi, che gli ha ironicamente dato del "compagno". E' probabile che l'attenzione degli osservatori fosse comprensibilmente attratta dal dramma del terremoto in centro Italia. Non è infrequente che magnati della finanza e dell'economia, raggiunta una certa età, vivano una sorta di conversione sulla via di damasco.

Un caso su tutti è Soros e non ci sarà da sorprendersi se, smessi i panni di manager, anche l'AD FCA creerà una sua fondazione a scopo umanitario, rigorosamente no profit. Perché in effetti è possibile che egli sia stato sincero e d'altronde il suo stesso faraonico compenso - corrispondente, come ha notato appunto Enrico Rossi, a quattrocento volte lo stipendio di un operaio - è frutto della rapacità capitalistica denunciata. Marchionne non ha detto che sarà lui a cambiare il sistema, né che la sua coscienza sia più sensibile delle altre; si è limitato a fotografare il presente, che peraltro ritroviamo a tutti i livelli della scala economica, non solo ai piani alti e altissimi. La sua ricetta è che "tutti" debbano sforzarsi di dare un volto umano alla globalizzazione, demandando così il cambiamento alla buona volontà del singolo. Non si tratta di una illuminazione inedita, perché i filosofi e gli economisti si interrogano da secoli sul dilemma della giustizia sociale e la posizione di Marchionne è quella che negli anni trenta del secolo scorso prese il nome di neoliberismo, vale a dire un libero mercato temperato ma non regolato da poteri pubblici. E' il mercato dal volto pacioso di Ronald Reagan e dal pugno di ferro di Margaret Thatcher e sappiamo tutti dove ci ha portato. L'etica del capitalismo, che taluni rimandano ai precetti del protestantesimo, ha fallito in termini di equità sociale, per il semplice fatto che il principio del profitto inteso come unità di misura del successo individuale e dunque del valore anche morale e spirituale di un individuo, non può trovare altri ostacoli che il profitto stesso, divenendo così il freno inibitore e disinibitore della razionalità umana. Quando Marchionne parla di un mercato dal volto umano, quando Zuckerberg dallo stesso scranno conferisce a Facebook il merito di motore della socialità, si scambiano gli effetti collaterali della ricerca del profitto, con il fine delle cose. Se chi fa soldi con Facebook scoprirà che per farne di più dovrà violare i principi di una sana socializzazione, tradire la fiducia degli "amici" ad esempio mascherando da condivisione un avido appropriamento di informazioni per tendenze di mercato, lo farà senza batter ciglio. Allo stesso modo, se l'auto eco-sostenibile risulterà anti economica, la si smetterà di produrre. La ricchezza si baratta solo con una ricchezza ancor maggiore. La vera grande sfida, troppo presto abbandonata all'indomani del crollo dell'utopia socialista, è quella di cristallizzare i rari momenti di razionalità incondizionata in precetti istituzionali che mettano l'equo benessere dell'uomo al centro di un sistema sociale il quale, pur valorizzando anche economicamente le aspirazioni individuali, non schiacci le esistenze di chi, per necessità o volontà (perché si può anche scegliere di lavorare per vivere e non viceversa), non tiene il passo del gruppetto di testa. Si tratta di principi inalienabili che siano certo da modello per le coscienze, ma che soprattutto costituiscano le fondamenta per un nucleo inossidabile di regole valide sempre e ovunque, la cui applicazione severa dia la certezza che laddove l'etica individuale si dimostri sorda, un'autorità terza e imparziale sia pronta a sturarle energicamente le orecchie.
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