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L'Opinione di Marco Lombardi: Populismo locale, soluzioni globali


L'affermazione di forze politiche di natura spiccatamente populista e xenofoba, in paesi dalle diverse tradizioni civiche e democratiche, si associa in genere ad altri due fenomeni: un crescente impatto dell'astensionismo elettorale e il calo di consensi dei partiti tradizionali. Due fenomeni che rafforzano gli effetti del primo, poiché anche piccoli incrementi dei voti a favore dei demagoghi, si traducono in percentuali pesanti, in quanto calcolate su una base di voti validi sempre più modesta e in relazione ad alternative sempre più deboli.

Al di là della matematica, c'è da chiedersi come le tre cose stiano assieme. Il rigurgito populista, che ha una sua manifestazione ciclica nella storia dei popoli, reagisce comunque a stimoli reali e qui sta l'annodarsi pernicioso della matassa. Perché stavolta lo stimolo, che è locale, vale a dire la difficile convivenza inter-culturale, i costi dell'accoglienza e la minaccia del terrorismo in casa nostra, può essere affrontato solo con risposte extra-locali. Buona parte dell'elettorato vicino ai partiti tradizionali, ma, quel che è peggio, dei cittadini in genere, percepisce che tali risposte non ci sono, non le si possono dare, non le si vogliono dare. A nessuno piace ricevere lo stigma di egoista, lo vediamo da come reagiscono le masse di fronte alle emergenze vere, come in ultimo il sisma nel reatino, ma il richiamo alla natura solidaristica del patto sociale regge, ormai, solo se associato ad una strategia che gli dia un senso più ampio. La solidarietà ha assunto una dimensione laica, effetto forse della secolarizzazione e deve essere perciò finalizzata ad un mutamento concreto e misurabile della realtà, che ne delimiti l'entità dello sforzo in termini quantitativi e temporali. Non si può essere solidali all'infinito, o meglio il serbatoio infinito dell'altruismo va utilizzato canalizzandolo in progettualità finite. In parole povere, è realistico pensare che il grosso dei cittadini europei sia ancora disposto a rinnovare la propria fiducia al patto democratico sostenuto dalle forze non populiste, o forse dovremmo dire meno populiste, solo se queste indichino una chiara strada per risolvere alla radice il malessere: politica interna e politica estera non sono mai state così unite. L'Europa deve darsi una politica estera credibile e magari non importa neppure che si coordini in una voce unica, pretesa impossibile, ma quantomeno che adotti soluzioni credibili, anche se singolarmente prese da ogni Stato membro. Le attuali azioni militari in Siria, Libia, Iraq, per citare i casi più eclatanti, non sono più credibili agli occhi del così detto elettorato tradizionale. Il braccio armato dei nostri eserciti non riesce più a cullare noi occidentali in sonni sempre più turbati e l'impressione è che siano maturi i tempi per farci digerire perdite di egemonia nelle aree calde del mondo, con reali cessioni alla sovranità delle popolazioni locali. Forse però il vero problema sarebbe allora un altro: come fare digerire simili perdite a chi, da questa egemonia, trae i guadagni più cospicui.