L'Opinione di Marco Lombardi: Un'economia fragile a corto di integratori


Siamo così presi dalle vicende della Giunta Raggi e dal più o meno imminente referendum costituzionale, che tutta una serie di segnali su dove stia andando l'economia italiana, passano malauguratamente sotto traccia. Innanzitutto lo stallo occupazionale, che azzera il non già largo successo della riforma del lavoro nel suo primo anno di vita, vista la mole di risorse pubbliche investite, stimata in quindici miliardi di sgravi alle imprese nel corso del triennio, cifra record nella storia della repubblica italiana.

Torna a crescere la disoccupazione giovanile, nonostante il fisiologico picco dei lavori estivi, che coinvolgono proprio le fasce più giovani, e la minor offerta di forza lavoro immigrata (i profughi di norma non lavorano). Questo può essere spiegato, tra l'altro, in due modi: la contrattualizzazione delle fasce adulte, dovuta anche al ritardarsi del congedo pensionistico e un uso smodato e snaturato delle forme di flessibilità occasionale, leggi voucher. Si diceva del turismo, il solo settore ad essere cresciuto in questi mesi, ma anche qui con un neo. E' la ridotta attrattività verso consumi dall'estero, circoscritti ad un mordi e fuggi di massa che ha limitati benefici sull'intero indotto, sostenuto invece dai maggiori consumi interni, benevolo effetto collaterale dell'indesiderato fenomeno del terrorismo internazionale: gli italiani dei tour operator hanno dovuto riscoprire le mete del paese natale. Al contrario il settore dei servizi è al palo e questo, in un sistema produttivo terziarizzato, è molto preoccupante. I dati sul PIL, con l'assodata “crescita zero”, danno compattezza alle ipotesi meno positive, considerando che questo governo ha puntato tutte le sue fiches, poche in verità e questo per responsabilità dei predecessori, sulla spesa corrente, sulla politica degli sgravi e dei piccoli incentivi, che avrebbe dovuto dare una fiammata immediata al sistema economico, azionando un circolo virtuoso tale da compensare i minori investimenti strutturali. Questo è il nocciolo della questione e cioè l'aver puntato, scelta del tutto legittima, su una politica di spesa in deficit (nei limiti del patto di stabilità), la quale piuttosto che basarsi sulle opere pubbliche, che se dal un lato riducono i benefici per gli operatori privati, dall'altro danno un lascito alla collettività, ha cercato nella leva del mercato la panacea allo stallo italiano. Un po' la ricetta che Sergio Marchionne ha illustrato agli studenti della Luiss, poco più di una settimana fa. Non è detto che sia la ricetta ad essere sbagliata, forse è il paziente che non segue la cura, non adegua i propri comportamenti, nasconde le pillole sotto al materasso. Sta di fatto che questa è l'Italia, questi sono gli italiani e chi prende decisioni deve tenerne conto. Perché senza investimenti strutturali il corpo si indebolisce e quando la razione quotidiana di integratori verrà a mancare, potrebbe non essere in grado di reggersi in piedi.