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L'Opinione di Marco Lombardi: Americani a Roma


Le parole dell'ambasciatore americano a Roma, che tanto clamore hanno sollevato, benché rese in una sede non istituzionale, sono un classico esempio di (rispettabile) provincialismo stelle e strisce, cui forse si poteva dare molto meno risalto. L'idea cioè che la stabilità politica non sia un valore in sé per una buona democrazia, bensì il volano per attrarre investimenti economici privati, questi sì indispensabili ad uno Stato democratico.


E' il classico sogno americano, esportato nel mondo con le buone e purtroppo anche con le cattive, in base al quale il liberismo dei mercati determina la libertà delle persone. Lo si diceva neppure dieci anni fa del nord Africa in pieno boom economico, salvo essere smentiti da primavere arabe e rigurgiti fondamentalisti. Che il Dipartimento di Stato americano sia la più grande lobby, legalmente armata, delle multinazionali statunitensi è d'altronde un dato di fatto, come dimostra la sua recente presa di posizione contro l'Unione Europea a difesa di Yahoo. Il rischio che, alla fine, gli interessi delle corporazioni esportatrici prevalgano su quelli delle popolazioni residenti, è così molto concreto, al punto che la stabilità di un regime, al contrario, possa essere vista molto negativamente, quando fa prevalere il benessere delle persone sul volere degli azionisti. In questa ottica la prospettiva di un'Italia saldamente guidata da un premier che prende spunto dalla Apple per la riforma del lavoro, organizza incontri diplomatici nella sede della Ferrari e si prodiga in selfie con il patron di Facebook, non può essere vista che di buon occhio dall'uscente ambasciatore e da chi prenderà il suo posto. Fortunatamente a scegliere, anche stavolta, saranno gli italiani. Già, fortunatamente.