L'Opinione di Marco Lombardi: Cascina e le case agli italiani


La vicenda delle “case date agli italiani” dal Comune di Cascina, uno dei più importanti a guida leghista in Toscana, rischia di far annegare in un mare di propaganda un interessante spunto di riflessione in ambito amministrativo, solleticando peraltro gli appetiti populisti di altri amministratori interessati al facile consenso.
Di fatto nessuna norma anti-stranieri è contenuta nel bando per il contributo affitti del Comune, né nella modulistica, approvate poi durante la precedente giunta di centro-sinistra. Non potrebbe proprio esserci, altrimenti qualunque TAR d'Italia la dichiarerebbe illegittima.

Ciò che sarebbe stato fatto, in sede di istruzione delle domande, è invece l'applicazione di tre commi del regolamento nazionale in materia di documentazione amministrativa (DPR n. 445/2000, articolo 3, commi 2, 3 e 4), che vieterebbero di produrre autocertificazioni da parte di cittadini extracomunitari per dichiarare stati personali, nella fattispecie il non essere proprietari di case nel paese di origine, che le autorità italiane non possano verificare direttamente o per il tramite di convenzioni con lo Stato estero di provenienza. La norma ha una sua logica e, nella lotta ai furbetti, favorisce l'equiparazione di fatto tra cittadini stranieri, comunitari e italiani. Tuttavia rischia di creare una nuova forma di discriminazione.
Prendiamo proprio l'esempio di Cascina. Il bando in questione è stato approvato con determinazione dirigenziale (la n. 322 del 2015) pubblicata il giorno 29 aprile, vale a dire il venerdì antecedente il ponte del primo maggio. I termini per presentare la domanda, corredata di tutti i documenti, andavano dal 2 maggio al 1 giugno. Un mese scarso, nel corso del quale, giorni festivi esclusi, i cittadini stranieri interessati avrebbero dovuto recarsi in ambasciata e concludere una pratica burocratica che richiede tempo e, spesso, numerosi solleciti, una vera e propria fatica di Asterix per chi già versi in condizioni socioeconomiche precarie. Per applicare tale norma è pertanto necessario che il bando sia pubblicato con notevole anticipo rispetto all'apertura dei termini, o che i termini stessi vengano dilatati. Non farlo significa non conoscere la lentezza di certe burocrazie, specie in ambito diplomatico, oppure giocare proprio su di essa per creare disparità.

Quali soluzioni? Escludendo modifiche alla norma nazionale, che estendano ai cittadini extracomunitari la produzione del certificato solo in sede di controllo a campione, ci vuole un poco di buon senso. Quindi o gli uffici dei comuni lavorano con largo anticipo, missione quasi impossibile visto che spesso le disponibilità di bilancio sono note a ridosso del bando, o si permette ai richiedenti stranieri di autocertificare in via provvisoria il suddetto stato personale, producendone i documenti a corredo nei mesi successivi, entro la pubblicazione della graduatoria o magari anche successivamente ad essa, per un periodo durante il quale sospendere l'erogazione del beneficio. Può darsi anche che a Cascina si sia optato per quest'ultima soluzione, ma non lo sapremo mai, perché il sindaco della Lega Nord è troppo occupato a gridare ai quattro venti che lui, pur discriminando, l'ha fatta franca, mentre le opposizioni gli reggono la parte per stigmatizzare e giocare a fare i buoni. Ma se fossero state buone davvero, piuttosto che ignorare una norma entrata in vigore più di quindici anni fa, quando erano maggioranza si sarebbero impegnate a promuoverne la rimozione in parlamento, o ad applicarla in modo equo, evitando che il primo demagogo di turno ci puntasse sopra la propria immagine elettorale.