L'Opinione di Marco Lombardi: Un velo sulle libertà


Era facile generalizzare sul pronunciamento della Corte di Giustizia Europea in favore dell'azienda che ha vietato il velo islamico ad una sua dipendente e così è stato. In realtà però le due sentenze in questione (Causa C-188/15 e Causa C – 157/15) sanciscono qualcosa di più esteso riguardo la materia del contendere e di più inquietante in merito ai poteri del datore di lavoro sui propri dipendenti.

Più esteso in quanto il principio evocato dalla Corte riguarda non solo il velo islamico, ma “qualsiasi segno politico, filosofico o religioso”, la cui esibizione da parte del lavoratore può essere appunto vietata, purché il datore di lavoro formalizzi il divieto in un regolamento interno che non arrechi discriminazioni tra credi, confessioni e professioni diverse.
Deve valere per il velo come per il crocifisso, il logo degli agnostici, la falce e martello e magari anche il ciuffo alla Trump, se questo possa essere scambiato per un forma di affiliazione.
Più inquietante perché nel definire in tal senso cosa sia una discriminazione, la Corte ve ne esclude le disparità di trattamento riconducibili ad una “giustificazione oggettiva e legittima”, perseguita con mezzi “appropriati e necessari”. Spetta ai giudici, in caso di denuncia di parte, valutare caso per caso la sussistenza di tali condizioni, che consentirebbero all'azienda di scegliere in modo discrezionale quali simboli vietare e quali permettere, formalizzando o meno tale cernita in un proprio regolamento interno. Per comprendere meglio la portata di questo enunciato, si consideri che ad avviso della Corte la premura di accontentare i voleri di un cliente, onde evitare di perderlo, rientra tra le suddette legittime giustificazioni, il che dovrebbe far preoccupare più di un islamofobico, visto che i capitali oggi battono bandiere assai distanti dalla cultura cristiana.
E' questo un principio che non ha niente a che vedere con la laicità o la neutralità etica e che riscrive la gerarchia delle priorità valoriali delle società europee, anteponendo l'interesse economico alla libertà di espressione di ciascun individuo. Perché un lavoratore rimane innanzitutto un individuo, almeno fino a sentenza contraria.