Schermi Riflessi: 8 MARZO - Donne avanti col proprio tempo


Suor Juana Ines de la Cruz

Ché a partir dal dì beato / che bellezza vostra vidi, / così del tutto io mi arresi, /che le mie azioni più non ebbi.
Una poesia di purezza lirica, di passione e di sofferenza, è quella di Suor Juana Ines de la Cruz, poetessa messicana del Seicento, costretta persino alla abiura dalla Inquisizione. Donna avanti col proprio tempo corrente, un po’ come Emily Dickinson (due secoli dopo, in America), un po’ come Isabella Morra (un secolo prima, in Lucania).

Quando la regista Maria Luisa Bemberg (Buenos Aires 1922-1995) presentò nel 1990  a Venezia lo straordinario film a Venezia (che poi trovò difficile distribuzione), Yo, la peor de todos, (appunto) emozionò e scompigliò non poco la critica e il pubblico, per la ricercatezza delle immagini (fotografate da Felix Monti con richiami caravaggeschi) e soprattutto per la storia impareggiabile di una donna del lontano ‘600,  la cui vicenda esistenziale e culturale era ignota a molti. Erano diversi gli intellettuali che se ne occuparono nei decenni scorsi, dal Premio Nobel Octavio Paz a Dacia Maraini alla scrittrice ed attrice argentina Prudencia Moreno. La Bemberg, che qualche anno dopo porterà sempre a Venezia il controverso “De eso no se habla” (Di questo non si parla) con un immenso Marcello Mastroianni che si innamora di una artista nana, ha privilegiato ed affrontato  vicende femminili con una forte connotazione fuori dagli schemi.    
Stolti uomini che accusate le donne senza ragione, ignari di essere cagione delle colpe che le date....”        Così scriveva nel 1600 Juana Inés De La Cruz. Spirito libero in piena inquisizione, presa di coscienza femminile ante litteram. Non si potrebbe definire altrimenti una donna di quell'epoca che sceglie di farsi suora per sete di conoscenza, per amore della libertà e della poesia. Una donna inconsueta, forte e irregolare, che, con la sua rivendicazione di autonomia, non poteva non turbare il Messico spagnolo della Controriforma e dell'Inquisizione contro i quali si ribella, ma è costretta alla fine a piegarsi. Nel riflettere sul mondo della Nuova Spagna, il Premio Nobel Octavio Paz (fra i massimi estimatori e studiosi della Suora Poetessa) compie anche una profonda riflessione sul ruolo dell'intellettuale alle soglie di un mondo moderno che, nelle strettoie del presente, gli è appena dato intuire. Scrive Paz: “Da un lato la società in cui visse suor Juana ci aiuta a comprenderla; dall' altro, ce la nasconde... Suor Juana, come ognuno di noi, è l’espressione della sua epoca e anche la negazione, ne è l'eroina e la vittima”.  Fondamentale è la presenza intorno a Suor Juana della viceregina  Maria Gonzaga Manrique de Lara, anch'ella amante della cultura, interpretata da una sedotta Dominique Sanda. Fra le due donne il film lascia intravvedere un rapimento non solo letterario.
  
Donne e Messico, dunque: Suor Juana, Frida Kahlo, perché torna frequentemente questo binomio? Si chiede Dacia Maraini che aveva scritto un testo teatrale sulla Suora Poetessa. “Perché – scriverà - il Messico è un paese che ha una grande tradizione rivoluzionaria, ma è anche un paese di `macho'. Allora riproporre personaggi femminili eccezionali, una più grande dell'altra, forse è per risanare il peso della bilancia.”
Io, mia Filis adorata, / che ossequio la tua deità, / che idolatro il tuo disdegno, /che venero il tuo rigore:

sono come la sincera / amante che, in giri ciechi, / si fa preda della fiamma / per voler toccar la luce.
                                                 
Chiara Lostaglio
Armando Lostaglio
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