Schermi Riflessi di Armando Lostaglio: SILENCE di Martin Scorsese


Presentato al Cinema Ruggero II di Melfi 
Non è facile introdurre un film straordinario e talmente profondo come quello diretto da Martin Scorsese, SILENCE, opera che chiude una sorta di trilogia sulla ricerca interiore e la fede compiuta dal maestro italo-americano, iniziata con L’ultima tentazione di Cristo (presentato a Venezia nell’88, ricordiamo le tante polemiche e proteste) e proseguita dieci anni dopo con KUNDUN (sul Dalai Lama).

SILENCE, terribilmente forte per imponenza scenica e scandaglio umano, riesce a penetrare nella totale coerenza di fede, fino a scardinarne le salde certezze e saldando impetuosi interrogativi, troppo spesso inevasi sul chi siamo, quale fede professiamo solo perché siamo nati in dato luogo, mentre restiamo testimoni di secolari tradizioni. Il film di Scorsese, (interpretato dagli eccellenti Andrew Garfield, Adam Driver e Liam Neeson nei panni di tre padri gesuiti perseguitati in Giappone a causa della loro fede cristiana) diventa un viaggio sulla nostra tradizione e sul concetto di proselitismo che i gesuiti hanno incarnato nella seconda metà del millennio scorso (ricordiamo ai cinefili e non solo i gesuiti nel Paraguay di MISSION diretto Roland Joffè, Palma d’Oro a Cannes nel 1986 su musiche di Morricone) e quell’impulso a condurre altrove i sensi cristiani di misericordia e di pietas verso i poveri del mondo, che i poteri egemoni hanno nei secoli strumentalizzato. E che la Chiesa non sempre ha saputo e potuto stigmatizzare. Il film è dunque un percorso nell’impossibile (che nel fondo rimarca la ricerca a ritroso di Apocalypse now di Coppola) ed è tratto dal romanzo storico Silenzio dello scrittore giapponese Shūsaku Endō: ripropone appunto le persecuzioni durante il periodo Tokugawa nella prima metà del XVII secolo in Giappone. Anche qui vige una sorta di conversione, l’abiura e la prepotenza del potere contro l’innovazione e l’adesione ad un Altrove di luce diversa. Temi scottanti che abbiamo voluto affrontare col pubblico in sala con la dr.ssa Graziella Marino (di professione chirurga oncologa) che da un decennio professa la fede buddista. Questo il suo punto di vista personale nei confronti della fede professata, che diventa ecumenica nell’afflato di pace universale. “Uno dei concetti più affascinanti del Buddismo di Nichiren Daishonin che mi ha portato a cambiare radicalmente la visione della mia Vita è che “tutti gli esseri possiedono la Buddità”. Con questo “unico sano pregiudizio” ho iniziato la mia Rivoluzione Umana nella vita quotidiana mettendo in pratica la mia Fede. I principi dell’Umanesimo buddista di Nichiren Daishonin si basano sull’insegnamento più profondo di Shakyamuni, cioè che ogni essere umano ha in sé la natura di Budda e nel riconoscerla in ogni altro essere umano. Da qui parte il mio Disarmo Interiore, partendo dal riconoscere la sacralità della mia vita e quindi della vita dell’altro senza distinzione da me, da qui parte la lotta più importante, quella che parte da Me, concentrando cosi l’attenzione sulla Promozione del dialogo e della trasformazione non violenta dei conflitti. Il vero nemico è rappresentato dal nostro atteggiamento interiore che anche noi sperimentiamo nella nostra vita quotidiana e che ci porta a risolvere i problemi con la violenza e lo scontro e che ci fa considerare a volte accettabile la distruzione dell’altro sia con parole che azioni violente. L’impegno per la PACE per noi buddisti della Soka Gakkai è molto importante e ogni giorno lo ribadiamo nell’ultima preghiera che costituisce la nostra pratica quotidiana.” Scorsese ha dunque impresso una visione oltremodo incisiva sul chi siamo, sulla ricerca di Verità che non dovrà essere di contrasto ma di condivisione. Il finale del film rimane tuttavia delicato e inquietante, sulla ragione di vita del credo che rimane eterno oltre ogni latitudine.