Schermi Riflessi di Armando Lostaglio: 14 Marzo Giornata Nazionale del Paesaggio …


Quando c’era Monticchio In occasione della Giornata dedicata al Paesaggio, vorremmo solo accennare ad un paesaggio lucano che non esiste più, o lo è soltanto sulla cartina geografica: Monticchio. Scempio e degrado lo avvolgono da troppo tempo. I Laghi studiati dai Paleoclimatologi dell’Università di Berlino, la Bramea europea, i Sentieri dei Briganti, le Mura millenarie di Sant’Ippolito, la Badia di San Michele …. Meritava di essere tutelata dall’Unesco questo luogo impareggiabile, come suggerivamo con documentario “Le tracce del sacro” (diretto da Fulvio Wetzl) che avemmo modo di presentare alla Mostra di Venezia un decennio fa.


Ma fummo inascoltati, nonostante le simpatie riscosse da registi come Squitieri, Brass, di scrittori come Giovannino Russo, Odifreddi e molti altri. Quando Monticchio era la Località turistica per eccellenza della Basilicata, probabilmente l’unica, non c’era il Pollino, non c’era Pietrapertosa e le Dolomiti lucane, non c’era nemmeno Matera e molto altro in questa regione. Ovvero, si ignorava il valore potenziale che quelle località potessero esprimere, negli anni Sessanta. Allora Maratea era nota solo ad un certo turismo elitario grazie a Santa Venere, quella elegante residenza liberty sospesa sul mare, ma era solo per i milionari dell’epoca, con serate modello “una rotonda sul mare” di Fred Buongusto e vip (come si direbbe oggi), ma di quelli veri. Matera era stata invece “scoperta” da Pasolini, negli anni ’60, per il set del suo capolavoro mistico-popolare “Il Vangelo secondo Matteo”, ma incombeva ancora quel secolare problema di ordine urbanistico, lungi quindi da possibili valorizzazioni turistiche e culturali. Nel 1962 il regista Luigi Zampa gira “Gli anni ruggenti” nelle cui scene finali risalgono proprio dai Sassi, come da un girone dantesco, una moltitudine di poveri contadini, per incontrare “l’Ispettore” (il film è ispirato a Gogol’). La costa jonica lucana era in quegli anni ancora alle prese con situazioni di bonifica da post-riforma agraria, con paesi in via di ripopolamento e meno che mai da vocazione turistica: Metaponto, Policoro, Scanzano, Nova Siri. Il Pantano di Pignola era poco più di un pantano (appunto). Quelle cittadine storiche come Venosa e Melfi non ricevevano che sporadiche visite di gite scolastiche. Tutto molto in ombra, sulla via di una emancipazione di la da venire. Un panorama alquanto conciso, in una regione ricca di verde e di cui certamente il monte Vulture e la sua “perla” sui due Laghi vulcanici – Monticchio - rappresentava una rarità: cartoline dell’epoca ne danno testimonianza. Al punto che alcuni imprenditori illuminati si inventarono e realizzarono una funivia che conduceva dai Laghi fino alla sommità del monte Vulture: un viaggio sospeso nel vuoto di una ventina di minuti, ben cinquant’anni prima dell’odierno “volo dell’angelo”. Uno sguardo lontano, e non solo geograficamente quanto soprattutto come imprese, mentre siamo solo nei primi anni Sessanta. Oltre mezzo secolo fa, dunque, Monticchio è stato guardato dal basso in alto, e la funivia dell’epoca non ne rappresenta solo una metafora. Oggi ci si ricorda di questo luogo solo per quel “turismo di massa” (turismo?) e dei residui immondi del dopo-Pasquetta e dopo-Ferragosto. “Quel che resta del giorno” (mutuando il titolo di un film d’autore) sono solo gli avanzi (se non le macerie) di decennali incapacità amministrative quanto imprenditoriali, in una parola di suppellettili di politiche di sviluppo o presunte tali, a partire dalla Regione: abusivismo senza controlli preventivi, i lasciapassare superficiali di chi la politica (spesso mediocre) la faceva solo per l’orticello di casa e di casta. Un luogo, Monticchio, che sarebbe bastata una soltanto delle sue innumerevoli potenzialità che altrove (al nord per esempio) avrebbe creato le condizioni di una ben più visibile consacrazione. Sarà il caso di elencarle? No, non serve a nulla, non ne vale la pena, lo abbiamo fatto troppe volte in questi anni: chi vuole se le cerchi sulle enciclopedie o più modernamente sui siti web. E non lamentiamoci se i mezzi di informazione spesso ignorano Monticchio e i siti storici del Vulture nei circuiti turistici delle vacanze. I nomi invece li conosciamo, di coloro che l’hanno devastata o contribuito alla sua emarginazione, e pure pagati con soldi pubblici, quella classe politica inetta ed incapace ha tanti volti: ciascuno per la sua parte ha fatto scempio del mandato di Bene comune che la comunità locale aveva loro attribuito. I nomi li conosciamo, politicanti o presunti tali da Rionero a Melfi, da Barile a Venosa e Lavello. Tanti, troppi i nomi che in questi decenni hanno dilapidato Monticchio, sciupato un patrimonio che non meritavano di rappresentare. Troppo evoluto quel luogo per essere dato in “pasto” a chi ne ignorava le potenzialità, avendo loro orizzonti troppo corti, e la cupidigia di chi ha solo avidità di potere. Che peccato!