SERE D'ESTATE: Musica, Cabaret, intrattenimento...

Segnalazione in Primo Piano: Il Foglio volante di marzo 2017

È uscito “Il Foglio volante” di marzo 2017

È appena uscito e sta per essere spedito agli abbonati il numero di marzo 2017 del “Foglio volante - La Flugfolio - Mensile letterario e di cultura varia” (anno XXXII - n. 3).

Nel nuovo numero, che ha piú pagine del solito, compaiono, oltre alle consuete rubriche, testi di Rosa Amato, Rinaldo Ambrosia, Bastiano, Fabiano Braccini, Luca Brino, Mariano Coreno, Coso Cosato, Carla D’Alessandro, Francesco De Napoli, Lino Di Stefano, Vito Faiuolo, Alessandro Fo, Jason R. Forbus, Emerico Giachery, Amerigo Iannacone, Kuei-shien Lee, Tommaso Lisi, Carmel Mallia, Luciano Masolini, Enzo Mazza, Adriana Mondo, Teresinka Pereira, Giuseppina Scotti, Gerardo Vacana.
Ricordiamo che per ricevere regolarmente “Il Foglio volante” è necessario abbonarsi. L’abbonamento – che dà diritto all’omaggio di tre libri delle Edizioni Eva per un prezzo di copertina superiore al costo dell’abbonamento (20 euro) – serve anche a sostenere un foglio letterario che non ha altre forme di finanziamento.
Per ricevere copia saggio gratuita, ci si può rivolgere all’indirizzo: fogliovolante@libero.it oppure al numero telefonico 0865.90.99.50.
Qui di seguito riportiamo l’articolo di apertura “Addio a Enzo Mazza, uno dei nostri piú grandi poeti”, a firma Alessandro Fo, una poesia di Enzo Mazza, un breve testo dalla rubrica “Appunti e spunti” e un raccontino umoristico firmato Coso Cosato.

Addio a Enzo Mazza, uno dei nostri più grandi poeti

Si è spento il 7 febbraio scorso uno dei nostri piú grandi (e meno conosciuti) poeti: Enzo Mazza. Era nato a Roma il 1° gennaio del 1924. Aveva 93 anni. Fine letterato, autore di una splendida traduzione di Catullo per Guanda (1962), ha insegnato a Roma fino a che un incidente automobilistico, nel settembre 1981, non gli ha rapito sedicenne il primogenito Fabio. Ha trascorso una vita intera a scrivere poesie con cui ha dolorosamente affrontato ogni possibile frammento della sofferenza che può infliggere a un nucleo familiare una simile perdita. Ha pubblicato varie raccolte, nella collana/marchio editoriale Biblioteca Cominiana, fondata e diretta insieme a Bino Rebellato: libri quasi introvabili, che non ha mai curato di promuovere adeguatamente (tutti conservati nella Biblioteca di Studi Umanistici dell’Università di Siena).
Da dieci anni ormai l’estrema beffa dell’esistenza, con una lunga, invalidante malattia, lo aveva privato della memoria – del ricordo di Fabio, e di tutti gli altri suoi cari.
L’editore Aragno ha programmato una integrale delle sue raccolte poetiche, e speriamo che possa uscire entro l’anno.
Tutto ciò che ha scritto dopo la morte di suo figlio Fabio mi ha sempre emozionato; la decisione di trasferirsi in campagna, in un casolare vicino a Chiusi, senza contatti con l’esterno, per dedicarsi al ricordo del figlio e alla cura della donna che con lui condivideva – anzi non divideva niente, ché non era cosa da poter dividere – il dolore della perdita di Fabio.
In lui la poesia mi è sembrata maestosa, perché diventava l’unico strumento utile alla continuazione dell’esistenza.
Perché nessuna religione, nessun miracolo, nessuno strumento di modernissima tecnologia poteva permettere di comunicare con la persona perduta. E la Poesia sì.
Così Fabio è vissuto, dal 1981 ad oggi, nella tenace opera del padre, che non lo ha mollato un attimo. Lo ha tenuto a sé e al mondo senza voltarsi indietro... più forte di Orfeo.
Un abbraccio bellissimo che non ha permesso alcuna dimenticanza. Un abbraccio che ha sconfitto il tempo.
Chi gli ha voluto bene – e siamo in tanti – e ha amato ed ama la sua intensa, composta, commossa poesia, lo pensa ora, finalmente esaudito, con Fabio (da Ultimi frammenti, n. 106):
se hai caro che ti venga accanto,
fammi posto (d’un dito
mi basta lo spessore).
A questo fine sono dimagrito.
Alessandro Fo



Muoio ancora con te

Muoio ancora con te
quasi ogni sera, persuaso
a sentire la morte
come sorella che da lungi
sorrida, a te rapidamente
per vie occulte avvicinandomi.
E se agli altri scompaio,
gli altri, i pochi, non piú,
sapendomi con te, mi piangeranno.

(Da Poesie per Fabio)

                Enzo Mazza



Appunti e spunti
Annotazioni linguistiche
di Amerigo Iannacone

Il taggamento

Un amico feisbuchista (ormai Facebook fa parte della nostra vita, che ci possiamo fare?) mi mandò un messaggio qualche giorno fa dicendo che mi voleva “taggare” e voleva che lo autorizzassi. «Non so che significa “taggare” – gli risposi – e quindi non so cosa mi vuoi fare, ma ti autorizzo perché mi fido di te e spero non sia una brutta cosa». E così l’amico mi taggò.
Ho fatto le mi ricerche: “taggare” da “tag” (etichetta), dovrebbe stare evidentemente per “etichettare, contrassegnare” ma il linguaggio informatico ci ha condizionati non solo a prendere termini inglesi e importarli senza tradurli, a partire dal “computer” (elaboratore),  ma ancor peggio a creare degli orridi ibridi mettendo desinenze e suffissi italiani a termini inglesi, e cosí vengono fuori orribili vocaboli spuri come “resettare” (azzerare, annullare, ripristinare) da “reset”; “spammare” (inquinare) da “spam”, “downloadare” (scaricare), da “download” “chattare” (chiacchierare) da “chat” e così via verso un sempre peggiore imbastardimento linguistico.
Ma se possiamo formare “taggare”, allora potremo farne il sostantivo “taggamento” o “taggazione”, e aggettivi e avverbi: “taggabile”, “taggabilmente”. Che ne dite?





Cose a caso

C’era una volta una cosa. Che cosa?, direte voi. Era una cosa qualunque, ma aveva tutti i cosi cosati e ogni cosa al suo posto. «Che bella cosa!» Dicevano tutti quelli che la vedevano. Ma lo sanno tutti che non c’è cosa senza cosa. E la cosa non era soddisfatta di sé stessa né delle altre cose e continuava a cosare ogni cosa a caso. Finché un giorno, cosa di qua cosa di là, non si imbatté in una cosa strana e siccome da cosa nasce cosa, qualcosa nacque, ma non si sa che cosa. Amicizia? Stima? O qualche altra cosa? Era un’altra cosa.
Le due cose camminavano insieme, la mano nella mano. Cosa si dicevano? Tante cose.
«Bisogna fare cosí e cosà».
«Cosa?»
«Sono cose che capitano!»
«Non c’è caso senza cosa.»
«E non c’è cosa senza caso.»
Avvenne poi un fatto: anzi dovremmo dire una fatta, perché era cosa fatta e lo sanno tutti che cosa fatta capo ha. Ma c’erano anche gli altri due capi, un capo di qua e un capo di là e non si capiva a quale capo facesse capo il capo della cosa fatta.
E ancora, cosa di qua cosa di là, alla fine intervenne un fatto nuovo, anzi un nuovo fatto nuovo. Fu proprio un caso. Ora sí che il coso che si era cosato, era contento della cosa. Era una cosa nuova, ma era tutto un’altra cosa. Per la qual cosa vissero tutti felici, contenti e cosati.
Coso Cosato