L'Opinione di Marco Lombardi: Il voto trasformato


Ciò che più sconforta in questo nuovo accròcchio di legge elettorale è che, ancora una volta, chi andrà a votare non avrà la più pallida idea di come il suo voto verrà usato per formare il prossimo Parlamento. A meno che nel tempo libero non si diletti in studi politologici o perlomeno enigmistici, l'elettore che si addentri in tale meccanismo è destinato a perdersi tra contraddizioni e calcoli econometrici.

Innanzitutto la scheda è impostata su un voto maggioritario, in cui l'elettore crede di scegliere un candidato collegato a delle liste, quando nei fatti è vero il contrario, visto che quasi il settanta per cento dei parlamentari sarà pescato dalle liste con criterio proporzionale. Ma anche la non scelta è in realtà tradita, perché se io decido di non votare un candidato, sbattendogli la porta dell'uninominale in faccia, egli potrà comunque rientrare dal portone del proporzionale, avendo la possibilità di essere inserito contestualmente in lista e ripresentarsi così fino a cinque volte in collegi plurinominali diversi (una pluri-pluri candidatura). Ancor meno l'elettore capirebbe circa la soglia, anzi le soglie, di sbarramento: il tre per cento a livello nazionale per la lista singola; il dieci per cento per la coalizione, ma se questa non si raggiunge ogni lista potrà comunque entrare avendo conseguito il tre per cento da sola; l'un per cento di lista all'interno della coalizione. Dulcis in fundo, il salvacondotto del venti per cento di lista a livello regionale per il Senato. Sembra di essere dal gelataio, un gusto per ogni palato, così non si scontenta nessuno. Ma non è tutto, con una norma buttata lì si dice che la scheda bianca venga conteggiata come voto non valido e dunque non computabile nel totale su cui effettuare il riparto, tradendo così la volontà di coloro che, circa due milioni di italiani nel duemilatredici, optano per il nessuno dei suddetti. Infine, ma si potrebbe continuare a lungo (e tralasciando il garbuglio matematico del sistema di riparto), la misteriosa figura del “capo politico”, che deve essere indicato da ciascuna lista assieme al programma, ma che nella scheda non compare da nessuna parte e dunque non è chiaro che ruolo abbia. Viene da rimpiangere il proporzionale puro con voto clientelare di preferenza che nei cinquant'anni di turbolenta vita patria ha retto, se non i governi, di certo una democrazia tutt'altro che consolidata. Ma erano tempi diversi, con partiti diversi e una classe dirigente diversa. Solo gli italiani, forse, sono rimasti grossomodo gli stessi, ma questo non è certo un punto a favore.