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TRACCE di Rocco Brancati: DIODATO LIOY


(Venosa 18 febbraio 1827 - Napoli 30 Dicembre 1912) Diodato, figlio di Girolamo e Teresa Marolda da Muro Lucano fu libero docente di Economia politica nell'Università di Napoli e un valente giornalista.

Durante il regime borbonico fondò il giornale "L'Indipendenza Italiana" per propugnare il principio unitario e la monarchia plebiscitaria. 


 Il giornale (collegato ad un omonimo foglio che si stampava a Cagliari e di altri fogli in diverse città), nel suo primo numero del 6 aprile 1848 propose ai lettori un resoconto sulle cinque giornate di Milano. Lioy fu compagno di scuola del concittadino Luigi La Vista (oltre che di Pasquale Villari, Angelo Camillo de Meis, Diomede Marvasi, tutti allievi di Francesco De Sanctis) morto giovanissimo a Napoli nel corso degli eventi del 1848. 


Il 15 maggio del 1848 sulle barricate di via Toledo Luigi La Vista "offerendosi in olocausto alle carabine degli svizzeri mercenari" scrisse il Fortunato. "Giovane per ingenuità e bontà di animo, ma già maturo per eccellenza d'ingegno e per fortissimi studii, conscio di sua futura grandezza non dubitò di dare alla patria, più che la vita, il suo avvenire". (dall'opuscoletto "per le Lapidi Commemorative inaugurate nella sala del Consiglio Provinciale di Basilicata. 


Discorso di Giustino Fortunato, Stabilimento Tipografico Pomarici, Potenza 1898") Diodato Lioy Il 5 aprile del 1861 scrisse al suo maestro: "Gentilissimo professore, accolsi con somma gioia la vostra nomina a ministro della Pubblica Istruzione, e sono certo che l'Italia ne avrà sommo vantaggio. Vi rimetto una copia della "Storia greca e della storia romana" del Duruy da me tradotte per l'insegnamento secondario, e se vi compiacerete di percorrerle. spero che le troverete molto adatte allo scopo..."(Francesco De Sanctis, Epistolario 1861-1862, Einaudi, Torino 1969) Nel 1862, dopo l'Unità, fondò, insieme al pubblicista Pietro Sterbini, il quotidiano "Roma", che appena 4 anni dopo arrivò a distribuire 2800 copie e che nel 1872 giunse ad una tiratura di ben 6 mila copie. In seguito divenne unico proprietario del giornale grazie agli ingenti capitali profusi dalla famiglia della moglie, Angelina Sava, rampolla di una ricca famiglia di industriali tessili napoletani. 


Nella Napoli post-borbonica, trent'anni prima di Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao (Pasquale Festa Campanile e Carlo Bernari, nel 1956, dovevano scrivere la sceneggiatura per un film, mai realizzato, di Luigi Zampa) un lucano segnò dunque un'altra pagina nella storia del giornalismo: il venosino Diodato Lioy il 22 agosto 1862 fondò il primo quotidiano napoletano post-unitario. Nel clima di fermento dell'Unità d'Italia l'avvocato Lioy, trentacinquenne, mise a disposizione la sua piccola tipografia al numero 7 di vico Luperano a pochi passi da piazza Dante dove si stampava "Il Nomade", una rivista politica, scientifica e letteraria illustrata che si pubblicava il mercoledì e il sabato. 


Tra le tante opere pubblicate da Lioy ci fu nel 1874 "La mia possibile entrata in Parlamento" nel quale scrisse: "Io non son nuovo alla vita politica. Spirai le prime aure di libertà nel 1848, ma fu un sogno che presto disparve, e non restò a noi delle provincie meridionali, che prendere parte alle piccole agitazioni interne per mantenere vivo il sacro fuoco..." Scrisse pure una "Autobiografia" (1877) rielaborazione di "Curriculum vitae" dell'anno prima e una serie di monografie di natura giuridico-filosofica da "Il problema fondamentale" a "Obbiettivo del diritto", da "Le finanze napolitane da prima del 1799" a "L'Italia e la Chiesa: confutazione dell'ultima opera di Guizot" ecc. 


Molte delle sue opere furono pubblicate anche all'estero. Il nome di Diodato Lioy resta legato all'attività giornalistica. Il “Roma” fu, per tre decenni, la voce di Napoli fino al 1892 quando, esattamente il 16 marzo, Edoardo Scarfoglio fondò "Il Mattino" con la moglie Matilde Serao. Fu il "Roma" una vera e propria palestra di informazione e di cultura del giornalismo napoletano grazie alle firme prestigiose di Francesco De Sanctis, Matteo Renato Imbriani, Giuseppe Mirabelli, Alessandro Betocchi ed Eduardo Dalbono. Al direttore Sterbini seguirono Giuseppe Lazzaro e Paolo Lioy che fece costruire una moderna tipografia nel cortile dell'ex convento di san Domenico Maggiore dove aveva tenuto le sue lezioni San Tommaso d'Aquino. Commemorando Giacinto Albini sul quotidiano "Roma" all'indomani della scomparsa (11 marzo 1884 a Potenza) dell'artefice dell'insurrezione lucana del 1860, Diodato Lioy scrisse: "E noi lo conoscemmo quest'uomo impareggiabile. 


Noi gli fummo compagni nell'opera intelligente ed efficace che preparò e compì dell'epopea del 7 settembre 1860. Noi che lo avemmo sempre e prima e dopo il 1860 più che fratello, sentiamo schiantarci il cuore di non averlo più tra noi". (il commiato fu ripubblicato sull'opuscoletto che raccolse i discorsi di Giacomo Racioppi e Michele Lacava nel centenario dalla nascita di Giacinto Albini il 18 agosto del 1920, edito nello stabilimento della ditta Armani di Mario Courrier a Roma) Sul periodico "Il lucano" del 9-10 gennaio 1913 a distanza di 9 giorni della scomparsa, apparve il commiato per "La morte di un giornalista lucano: Diodato Lioy". "Nel villino Poli, a Bellavista, il prof. Diodato Lioy, direttore proprietario del giornale "Roma" è cessato di vivere, assistito amorevolmente dai medici curanti i quali sino all'ultimo momento hanno cercato di salvare ancora una volta il vegliardo dalla morte. 


La notizia ha suscitato un generale rimpianto. E nell'ora triste di lutto che avvolge ed agghiaccia la famiglia Lioy e la famiglia giornalistica del "Roma", noi ci uniamo con essi nel dolore forte che la scomparsa repentina del povero don Diodato Lioy ha prodotto nel nostro spirito. Il prof. Diodato Lioy nacque a Venosa, nel 1830 e fece i suoi primi studi nel seminario di Molfetta. Continuò i suoi studi prediletti di storia e filosofia nell'Ateneo napoletano. Ancora giovanissimo, nel '48 e poi adulto nel '60 egli entrò nell'agone politico, non tralasciando mai i suoi studi prediletti, sui quali fece alcune importanti pubblicazioni. Il giornalismo avvinghiò e plasmò il suo spirito ardente e fu il popolarissimo direttore-proprietario del giornale "Roma" sino dalla fondazione. 


Anche negli ultimi anni, stanco della sua più avanzata età, egli volle essere il vero direttore del giornale, occupandosi e preoccupandosi con rara energia di tutto l'andamento della sua azienda. E quando per i suoi malanni causati dall'età avanzatissima egli si era ridotto a vivere nella quiete della villa Poli, a Bellavista, non trascurò per un sol momento il suo ufficio e spessissimo, sfidando le incostanze del tempo e della stagione, egli, vecchio e cadente, si recava in carrozza, a Napoli, quasi a ricevere nuovo impulso, nuovi soffi di vita e di energia dal movimento e dal febbrile lavoro che si svolge e palpita intorno ad un giornale. Sino all'ultimo fiato egli concepì così la sua vita, mai stanca mai abbattuta da dolori o da disillusioni. La scomparsa di questo vegliardo dalla tempra adamantina, di questo uomo sempre giovane in ispirito, lascia una indelebile traccia di rimpianto".

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