TRACCE di Rocco Brancati: ANTONIO INFANTINO


(Sabaudia 6 aprile 1944 - Firenze 30 gennaio 2018) 

"Grande interprete della più antica tradizione musicale risalente al popolo anellenico degli Enotri": fu la motivazione con la quale, il 17 dicembre 2017, Antonio Infantino ha ricevuto a Matera il premio UNPLI Basilicata. E' stato - come scrisse Fernanda Pivano "un personaggio che incarna in senso letterale alcune tra le cose migliori della cultura e dello spettacolo di questi ultimi quarant'anni".

Da Bennato a Capossela tanti gli dovevano qualcosa, affascinati da questo leader storico della musica popolare, aedo, cantore, musicista e "filosofo pitagorico e parmenideo" che amava richiamarsi al VI secolo a.C. identificandosi in quel territorio che da Elea giungeva a Metaponto. Antonio Infantino era nato a Sabaudia il 6 aprile del 1944 ma era profondamente legato alle sue origini lucane. 


A Tricarico le radici familiari; la Tricarico di Rocco Scotellaro, il poeta della "civiltà contadina" e dei "Tarantolati", la maschera carnevalesca dei tori e delle mucche. In paese è vissuto negli ultimi decenni il padre, il professor Giuseppe Infantino, mitico docente di francese con una vita avventurosa alle spalle, vissuto fino ad oltre i cento anni, con una memoria formidabile. Primo di tre figli Antonio era rimasto solo, dopo che Giancarlo, ingegnere all'Ilva di Taranto era rimasto vittima di un incidente in fabbrica e Mariolina, docente di lingue era scomparsa prematuramente qualche anno fa. Protagonista della cultura e non solo musicale degli ultimi quarant'anni Antonio Infantino era sposato ed aveva tre figlie. 


Precoce fin da ragazzo (si costruiva da solo le chitarre), cominciò ad esibirsi dal vivo a partire dal 1966 con concerti al folkstudio di Roma e al Nebbia Club di Milano. "Il nome di Antonio Infantino è fortemente legato ai Tarantolati di Tricarico, gruppo nato nel 1975 (e tutt'oggi attivo, anche senza di lui) e cresciuto al Folkstudio romano di Giancarlo Cesaroni, che ha saputo raccogliere larghi consensi non soltanto tra gli appassionati del genere etnico". (Enrico Deregibus, Dizionario completo dalla Canzone Italiana, Giunti, Firenze 2006). 


Poco più che ventenne aveva pubblicato un quaderno di sue poesie dal titolo "I denti cariati e la patria" con introduzione di Fernanda Pivano. "...piccoli volumetti di poesia in edizione supereconomica...contenenti i messaggi dei ragazzi da far distribuire solo nelle librerie Feltrinelli. Di quelle Edizioni di Libreria uscirono solo i primi due volumetti: I denti cariati e la patria di Antonio Infantino e Antologia del Beatnik's Clan di Monza". (Tiziano Tarli, Beat italiano, dai capelloni a Bandiera Gialla, Castelvecchi, Roma 2005). 


 Il primo disco venne due anni dopo, nel 1968, un 33giri dal titolo "Ho la criniera da leone (perciò attenzione)" con dodici brani inediti. "...nel 1968, grazie a Nanni Ricordi, aveva inciso il suo primo long playing" (Luigi Manconi, La musica è leggera, il Saggiatore, Milano 2012). Una rilettura della pizzica tarantata che ipnotizzava il pubblico con una sorta di "trance sciamanica" dalle profonde radici popolari. Litanie e lamenti con una propria identità culturale con radici nella tradizione più antica. Insieme a Dario Fo fu impegnato nello spettacolo "Ci ragiono e canto" dove ricopriva il ruolo, a lui congeniale, del musicista. In ricordo degli anni Sessanta e l'occupazione delle terre da parte dei braccianti aveva anche scritto insieme a Fo ed Enzo Del Re il brano "Avola". "Nella messinscena di Ci ragiono e canto n.2 la compagnia cantante è in parte rinnovata. Agli ospiti della prima edizione si aggiungono...oltre al performer lucano Antonio Infantino...coetaneo di Del Re, spazia dall'elettronica al free jazz, si fa notare nell'ambiente del beat italico e si esibisce nei locali romani e milanesi" (Giangilberto Monti, E sempre allegri bisogna stare. Le canzoni del signor Dario Fo, Giunti, Firenze 2016). Laureatosi in architettura con una tesi sulla cupola del Brunelleschi a Firenze diventata ormai la sua città d'adozione, tornava però regolarmente in Basilicata. Nel 1975, come si è detto, fondò a Tricarico il gruppo musicale "I tarantolati", una formazione che raggiunse subito una larga popolarità grazie ai ritmi incalzanti con musica, canti e balli che anticiparono, in qualche modo, gli spettacoli salentini della "pizzica". "La Gatta Mammona è il rifacimento di un classico di Antonio Infantino e i Tarantolati di Tricarico. Lo registriamo invitandoli in studio da noi e poi campioniamo le percussioni, le tagliamo e le mettiamo a tempo, rendendo in chiave elettronica un pezzo della tradizione popolare. Il risultato è eccezionale perchè la canzone ha una dinamica ancora più potente dell'originale: impossibile restare fermi ascoltandolo". (Rosario Dello Iacovo, Curre curre guagliò, Baldini&Castoldi, Milano 2014) La raccolta delle olive, le filastrocche infantili stravolte ed esasperate, i ritmi sfrenati resero trascinanti le sue esibizioni. Per anni Antonio Infantino ha portato in giro in Italia e all'estero il suo concerto spettacolo ricco di sfumature nel quale spiccavano i suoi straordinari suoni ancestrali. "Antonio Infantino che, con i "Tarantolati" di Tricarico ha traghettato il tribalismo della trance nel III Millennio..." (Joe Vitale, Viaggio nell'etnomusica tradizioni e nuove tendenze...). "...hanno portato alle estreme conseguenze sonorità e vocalismo della loro terra d'origine, la zona di confine tra Puglia e Basilicata. La formazione raggiunge una popolarità enorme grazie all'impatto emotivo della sua musica...(Felice Liperi, Storia della canzone italiana, Rai-Eri, Roma 1999). Nel 2000 fu impegnato nel "Prometeus concert" ispirato alla tragedia di Eschilo di Ida Bassignano e Luigi Cinque, connubio di musica e teatro. La sua focosa esibizione si inserì nel racconto di Prometeo che a dispetto degli dei ha regalato ai mortali il fuoco sacro dell'arte. In quegli anni Infantino scoprì i riti terapeutici delle sonorità sciamaniche improvvisando cose bellissime e irripetibili. Evocò con la musica il passato della regione ritrovando nei suoni antichi lucani e meridionali gli stessi suoni della musica giapponese o vietnamita. Nel 1977 partecipò al Premio Tenco e l'anno dopo effettuò un viaggio in Brasile alla ricerca delle similitudini tra la Taranta e la Samba. Nel 1983 tornò a collaborare con Dario Fo musicando il suo "Arlecchino". L'anno dopo compose l'opera "La fattoria degli animali" utilizzando campionamenti di versi di animali veri. Tra il 1984 e il 1987 firmò la colonna sonora del film "Ternosecco" di Giancarlo Giannini e le musiche per la serie televisiva "Vincere per vincere". Numerosi i lavori per la televisione. "La trasmissione si chiama Calcio spettacolo brasiliano, la sigla è l'allucinante Carnaval di Antonio Infantino..." (Furio Zara, 1982. Un'estate, un mondiale, una promessa di felicità, Ultrasport, Roma 2012). Infantino fu anche pittore. Negli anni Ottanta ricevette una laurea honoris causa dall'Accademia Reale Belga di Letteratura, Scienze e Belle Arti. Negli ultimi anni fu impegnato, tra gli altri, in concerti a Cirigliano per il Premio "Torre d'Argento" e a Melpignano in provincia di Lecce per il concertore della "Notte della taranta" collaborando con Vinicio Capossela a "Canzoni della Cupa". Disse Capossela: "Oltre al suo aspetto da profeta, e alle canzoni ancora oggi davvero sperimentali, rimasi travolto dall'energia, dai tamburi artigianali, dai cupa cupa strumenti arcaici confezionati con materiai post-industriali. Una esperienza di musica trans, estatica, da dervisci rotanti. Una energia primigenia, lontana dalle folklorizzazioni a cui va spesso soggetta la pizzica tarantata. Nella musica di Antonio Infantino c'è da sempre una arcaicità iperattuale. La sua storia di sperimentatore è ricchissima e ai più sconosciuta, come un grande giacimento, non saccheggiato a sufficienza...un Maestro di resistenza culturale". ----- Antonio Infantino era un mio amico d'infanzia. Abitavamo a pochi metri di distanza. Io in via Salerno e lui in via Taranto al rione "Verderuolo" (Risorgimento) a Potenza. Io avevo 7 - 8 anni e lui 13 - 14. Con il fratello minore Giancarlo giocavamo agli indiani ma lui non partecipava ai nostri giochi impegnato com'era a costruire una chitarra. Con Antonio ci vedevamo ogni volta che tornava a Potenza. Quando il padre Giuseppe compì i 100 anni andai a Tricarico a intervistarlo. L'ultima volta che l'ho incontrato è stato a Matera per il premio UNPLI. Abbiamo raccontato, in pubblico, aneddoti della nostra infanzia comune. Mi dispiacque che non rimase a pranzo con noi. Si sentiva stanco e volle ripartire. Mi telefonò due giorni dopo. Era contento per quel piccolo riconoscimento nella sua terra e io fui contento di aver riascoltato la sua voce in un momento felice. Mi mancherà Antonio. Mi mancherai caro amico.


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