TRACCE di Rocco Brancati: BENIAMINO LUCIANO PLACIDO


Rionero in Vulture 1 febbraio 1929 - Cambridge 6 gennaio 2010) 
Otto anni fa, a Cambridge in Inghilterra, all'età di 80 anni, a casa della figlia Barbara, moriva il giornalista e critico televisivo Beniamino Placido, noto per le sue apparizioni in tv e per i suoi articoli sul quotidiano "La Repubblica" di cui era stato a lungo il critico televisivo (chiamato dall'amico, il giornalista potentino Orazio Gavioli, capo della pagina degli spettacoli).

Beniamino Luciano Placido era nato a Rionero in Vulture (PZ) l’1 febbraio 1929 da Michele (1889-1937) imprenditore edile e da Maria Sestilia Vucci (1905-1986), casalinga, figlia di un maestro elementare. Terzo di cinque figli: Valentino Rocco (1923-2004), Luigi (1927-1971), Beniamino (1929-2010), Lucia (1931-2008) e Caterina Amalia (1934 – vivente) rimasti presto orfani della figura paterna morto in Eritrea ad Asmara dove era impegnato in alcuni lavori stradali. In paese, a Rionero, i Placido gestivano un avviato mulino posto in via ex Nazionale. La famiglia abitava in via Vittorio Emanuele II, 83 (oggi via Ponte di ferro) in una casa poi demolita, vicina al Palazzo dello storico, politico e meridionalista Giustino Fortunato. Beniamino, supportato da un'intelligenza brillante, fu uno studente-modello al liceo-ginnasio "Q.Orazio Flacco" di Potenza. Sulla "corriera" - ricordava il giornalista Giovanni Russo - durante il viaggio per raggiungere la scuola leggeva indifferentemente i grandi classici latini e greci, i fumetti Gordon, Mandrake, Cino e Franco e la "Gazzetta dello Sport" appassionato com'era di calcio e, in particolare, tifoso della Juventus. L'ultimo anno di liceo lasciò Potenza per raggiungere il fratello maggiore Valentino e gli zii Michele ed Ernesto Vucci a Roma dove sarebbe stato raggiunto dall'intera famiglia a partire dal 1952. Qui si iscrisse all'Università alla facoltà di Lettere Moderne dove seguì le lezioni di Mario Praz (1896-1982) prestigioso anglista (chiamato il professor Saturno) che aveva fondato la rivista "English Miscellany". Nel Partito d'Azione si riconosceva nell'idea politica, come il fratello Valentino, il suo compagno di scuola Giovanni Russo, Leonardo Sacco [Carlo Levi, Michele Cifarelli, Guido Dorso furono candidati alla Costituente nel 1946 per "Alleanza Repubblicana"] (si veda "Caro Beniamino, scritti per una festa di compleanno", Roma, Edizioni della Cometa, 2006). Nel 1952 si laureò con una tesi su Alberto Moravia autore moralistico e vinse il concorso per la carica di consigliere parlamentare della Camera dei Deputati, responsabile dell'Ufficio di segreteria della commissione agricoltura. A Rionero o in Basilicata tornò raramente. Lo scrisse lui stesso in un volume dedicato ai 50 anni del "Cristo si è fermato a Eboli" di Carlo Levi. "Sono un meridionale imperfetto, pieno di sensi di colpa. Si tratta di sensi di colpa tenaci e vischiosi, non eliminabili: nemmeno con i raffinati interventi terapeutici oggi di moda. Nessun psicanalista, per quanto abile, potrebbe stanarli e farli defluire: perchè corrispondono a delle colpe reali, e corpose. Non so nulla, non so più nulla del Sud nel quale pure sono nato e cresciuto. Al paese natale (un paesino della Lucania come tanti altri) non faccio ritorno da quindici anni" (“Il paese di Carlo Levi: Aliano 50 anni dopo” edito dalla Cariplo-Laterza, 1985). “Divenne funzionario parlamentare per caso. Veniva dalla Basilicata e partecipò a tutti i concorsi pubblici; vinse quello della Camera per capacità letterarie non giuridiche. A quel tempo venivano pubblicati ancora i resoconti sommari delle sedute; per superare il concorso per funzionario occorreva scrivere rapidamente il sunto di un intervento in assemblea. Beniamino riuscì a fare letteratura in pochi minuti. Forse ci mise anche del suo, ma la commissione rimase impressionata dalla lettura del suo resoconto e Placido fu tra i vincitori del concorso. Lavorò alla Camera con la testa altrove. Personaggio estroso e di una vivacissima intelligenza, elaborò in quegli anni una intrigante teoria sul valore politico delle favole. Memorabile la sua interpretazione di Pinocchio. Cosentino (Francesco Cosentino, segretario generale della Camera dal 1.4.1964 al 15.4.1976) apprezzandone la curiosità e la conoscenza dell’inglese, lo inviò negli Stati Uniti a studiare l’organizzazione informatica del Congresso. Tornò affascinato e impressionato dal nuovo mondo, ma con poche informazioni per creare un CED a Montecitorio. Di lì a poco iniziò a insegnare Letteratura angloamericana e si dimise dall’amministrazione della Camera reagendo a una direttiva di Cosentino. La sua lettera di commiato iniziava con le parole “Non sono un yes man”, seguivano le dimissioni e firma.” (Mario Pacelli, Storie dell’Italia repubblicana. Istituzioni, protagonisti, testimonianze (a cura di Giorgio Giovannetti), Torino, G.Giappichelli editore, 2014, pgg.56-57). Oltre agli articoli su "la Repubblica" e numerose prefazioni a libri di amici e conoscenti scrisse: "Tre divertimenti: variazioni sul tema dei Promessi Sposi, di Pinocchio e di Orazio" nel 1990 e "La televisione col cagnolino" nel 1993, "Nautilus la cultura come avventura" pubblicato postumo nel 2010. Memorabili anche le sue trasmissioni televisive a cominciare da "Eppur si muove" con Indro Montanelli (10 puntate settimanali nel 1994 su RaiTre). Nel 1960 aveva conosciuto e sposato l'attrice Anna Amendola (1927 - vivente) dalla quale divorziò nei primi anni Settanta dopo che ad Orbetello, dove insegnava Anna aveva conosciuto la giovane studentessa liceale Nadia Fusini (1946 - vivente) dalla quale aveva avuto una figlia. "Io e Ben - mi scrisse in una e-mail - non ci siamo mai sposati. Io ero "la madre di sua figlia"- Così mi presentava in anni di rivoluzione dei costumi e della morale. Barbara è nata nel '68. Ben aveva vinto una Fullbriight". Per le sue competenze in letteratura angloamericana fu chiamato all'Università di Roma. "Affascinò - mi scrisse sempre la Fusini - gli studenti nei pochi anni che insegnò...In anni di contestazione clamorosa, di comprensibile anti-americanismo. Beniamino risplendette in quella cattedra; dimostrò che si poteva apprendere senza dover soggiacere all'autoritarismo di un sapere universitario sclerotico e saccente...anche allora si dimostrò un grande educatore". ------ (l'ultima lettera inviata alla figlia che si era già trasferita a Cambridge) Quando sognavamo GIUSTIZIA E LIBERTÀ Carissima Barbara, ho voglia di raccontarti tantissime cose (due o tre almeno) ma non so da che parte incominciare. Comincerò allora con un fatto antico, antichissimo, quasi un episodio d' infanzia: che potrebbe, dovrebbe (vorrebbe?) commuoverti. Nei primissimi anni del dopoguerra c' era in Italia una cosa bellissima: il Partito d' Azione. In Lucania l' aveva fondato zio Valentino, con altri giovani antifascisti. Altri antifascisti - giovani o meno giovani - l' avevano fondato in tutta Italia. Il Partito d' Azione veniva fuori da una tradizione degnissima. Dal gruppo di "Giustizia e Libertà"; che era stato fondato da Carlo e Nello Rosselli, due meravigliosi antifascisti fiorentini, che il Fascismo aveva fatto uccidere: esuli in Francia. Il Partito d' Azione è stato l' unico gruppo politico organizzato a fare del vero attivo antifascismo, durante il ventennio, accanto al Pci. I suoi rappresentati avevano fondato il Non Mollare, quando tutti mollavano. Poi andarono, uno dopo l' altro, in galera e ci rimasero per un bel po' . Ernesto Rossi, l' economista ( autore di Abolire la miseria; I padroni del vapore, Settimo non rubare) anche per tredici anni di fila. Chi ha fatto la resistenza? Due gruppi politici: i comunisti e gli "azionisti" (che venivano anche chiamati sprezzantemente "visipallidi" perché non avevano la faccia contentae biscottata alla Berlusconi). In che cosa gli "azionisti" erano diversi dai comunisti? In questo: volevano la Giustizia, ma volevano anche la Libertà. Benedetto Croce diceva che non era possibile. Che se tu vuoi proprio la Giustizia, l' Uguaglianza, finirai fatalmente col rinunciare alla libertà. Farai la fine della Russia di Stalin. Gli "azionisti" erano fermamente avversi alla Russia di Stalin. Mai, neppure per un momento, cedettero alle fiabesche sciocchezze che sulla Russia comunista i comunisti italiani allora dicevano. E che si sono dimostrate sanguinosamente false. Questo li rendeva invisi a Dio ed ai nimici sui. Ai conservatori come ai comunisti ortodossi (con i quali conservarono però sempre un rapporto di affettuosa, rissosa familiarità). Nel Partito d' Azione militavano tutti (o quasi tutti) gli intellettuali italiani di quegli anni. Quelli grandi, di cui non ti faccio i nomi perché non ti direbbero nulla (De Ruggiero, Omodeo, Arturo Carlo Jemolo, Calamandrei, Codignola) e tanti altri più piccoli. Anche per questo, anche per questo prestigio, il Partito d' Azione ebbe subito fortuna, in tutto il Paese. Che aveva contribuito a liberare dai fascisti e dai nazisti. Pensa che a Rionero, paesino di dodicimila abitanti, la sezione fondata da zio Valentino contava seicento iscritti. Poi cosa accadde? Accadde che questi intellettuali si miseroa litigare fra di loro. Arrivò la scissione, consumata in un dolorosissimo, drammaticissimo congresso a Roma, al Teatro Italia (che si trova intorno a Piazza Bologna). Il Partito d' Azione si sciolse. I suoi rappresentati più bravi si distribuirono tra i vari partiti della sinistra italiana. E vi hanno fatto le cose migliori. Cosa sarebbe stato il Partito Repubblicano italiano senza Ugo La Malfa? Cosa sarebbe stato il Partito Socialista italiano (quello di Nenni, non quello attuale di Craxi) senza Riccardo Lombardi? E questi nomi forse ancora dicono qualcosa (spero) a quelli della tua generazione. Il Partito d' Azione si sciolse, ma non si dissolsero nel nulla i suoi componenti: anche quelli più piccoli, in ogni senso. Continuarono ad operare nella società civile, dentroe fuorii partiti, dentroe fuori le Università, dentro e fuori i sindacati. Mai rassegnandosi all' ondata di restaurazione che intanto era arrivata. La prima delle tante ondate di restaurazione che di tanto in tanto affliggono il nostro Paese. Ondata di restaurazione propiziata da un enorme imperdonabile errore del Partito comunista di allora: presentandosi come paladino della Russia di Stalin - che aveva impiccato abbondantemente, che continuava ad impiccare allegramente - i comunisti resero più agevole l' inondazione democristiana del 18 aprile 1948. Inondazione che perdura; dalla quale cerchiamo faticosamente di riemergere. Fra quegli "azionisti" c' era anche il tuo papà: piccolo, piccolissimo allora; piccolo, piccolissimo sempre. E che non ha mai dimenticato quel giorno lontano. Quando la notizia ufficiale dello scioglimento arrivò. Quando la sezione del Partito d' Azione di Rionero fu chiusa. Quando quelle bandiere gloriose, ardimentose (le bandiere del Partito d' Azione erano rosse, con lo stemma di G. iustizia e L. ibertà) nel mezzo: gli azionisti si chiamavano "compagni") si ammonticchiarono nel cortile della nonna: dove erano state portate amorosamente da zio Valentino. E poi furono mandate al macero. Mai dimenticato. Perché morì il Partito d' Azione? Ce lo si è chiesto molte volte. Dedicò all' interrogativo le sue riflessioni Palmiro Togliatti. Forse abbiamo una spiegazione. Che potrebbe interessare l' antropologo. Morì perché terribilmente astratto. Composto da intellettuali, aveva l' intellettualistica convinzione che gli uomini fossero fatti di sola razionalità. E che quindi bastasse fare appello alla loro ragione per convincerli a votare. Gli uomini (tutti gli uomini e tutte le donne: anche noi, non solo "gli altri") sono fatti anche di miti, di pulsioni profonde e inconfessabili, di ambizioni, di interessi. In una cosa invece il Partito d' Azione aveva ragione. Così come «non si fa la poesia con i sentimenti, ma con le parole» (l' ha detto Paul Valery) non si costruisce la società giusta con i sentimenti, siano pure i più nobili, ma con le articolazioni istituzionali. Ed è questo che avrei voluto dire agli studenti dell' Università di Roma; è questo che vorrei dire a tutti coloro che stanno dentro a questo dibattito sulla nuova sinistra da costruire: a quelli del no, a quelli del sì, a quelli del forse. Lo avrei detto - tanto per cambiare - nella forma di un raccontino. Che si riferisce anch' esso - tanto per non cambiare - alla mia "infanzia" lucana. Il racconto ha una premessa. La seguente. Non è che sia venuta meno in noi la voglia di volare. Negli "azionisti" non viene mai meno. E adesso tu sai che tuo padre è un "azionista": non nel senso finanziario del termine, fortunatamente. No, la voglia di volare alto, di non strisciare per terra, di non vegetare, è sempre quella. Ma come si fa a volare? Quand' eravamo ragazzi, a Potenza, ci pensavamo sempre, talvolta ne parlavamo. Una volta, passeggiando passeggiando, ci trovammo sul ponte di Montereale, che è altissimo e maestoso. Uno di noi, che si chiamava Brucoli - e quindi era della dinastia dei gelatai di Potenza, e quindi apparteneva alla buona società potentina - ad un certo punto si affacciò dalla spalletta del ponte, guardò in giù (cinque metri di altezza). Poi prese il suo bastone - si poteva permettere di andare in giro con un bel bastone liberty fra le mani - e lo buttò. Poi chiese a noi - che con lui ci eravamo affacciati a guardare nella valle sottostante - ha volato il mio bastone? Si è fatto forse male? E allora volerò anch' io. Si buttò giù, e si ruppe tutte e due le gambe. La voglia di volare - generosa e legittima - che animava i comunisti classici, che anima oggi alcuni gruppi di studenti, rassomiglia a questa. Non porta da nessuna parte. Solo ai disastri, personali o collettivi. Abbiamo imparato poi a volare. Ma rispettando le leggi di gravità, non violandole. Ma rassegnandoci ad essere - paradossalmente - più pesanti dell' aria, senza illuderci di poter mai diventare più leggeri. Ma costruendoci dei dispositivi artificiali e complessi: estremamente artificiali, estremamente complessi. Che non ci danno la soddisfazione del volo umano, ma ci fanno andare per aria, a rispettabile velocità. E non è questa la civiltà, non è questo il progresso? La civiltà è una continua costruzione di protesi, un assiduo artigianato ortopedico. Per correggere l' inuguaglianza di partenza nel senso dell' uguaglianza; per correggere le ingiustizie di base nel senso della giustizia. Non ci si può aspettare che la libertà di stampa arrivi solo perché da qualche parte qualcuno si illude di aver costruito, o trovato, o inventato l' "uomo nuovo". Solo perché è stato eliminato il capitalismo. Come pensavano i comunisti dell' altro ieri. Come pensavano quegli studenti di ieri. Questo vale a maggior ragione per la libertà di stampa: che si costruisce - e si custodisce - non con gli esorcismi verbali all' indirizzo del capitalismo, ma con un artigianale lavoro di revisione delle leggi. Tenendo conto di resistenze, inerzie, interessi, eccetera. Cara Barbara, non sono sicuro che questi uomini di sinistra del "forse" siano migliori di quelli del "sì", e di quelli del "no". Però sono la mia cultura, la mia biografia, la mia storia, hanno qualcosa del vecchio (e mai morto) spirito azionista. Provarci sempre, non cedere mai. Senza paura di fare. Senza paura di sbagliare. Un abbraccio dal tuo papà
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