L'Opinione di Marco Lombardi: Vado al massimo


Chi conosce il mondo dello sport sa che il doping non fa il vincitore. Seppur dopati, il gregario rimarrà sempre il gregario e il campione rimarrà comunque il campione. Le differenze non sono intaccate. Ci si dopa per consentire all’asticella delle prestazioni di continuare a salire e affinché ciò accada tutti, bravi e meno bravi, devono sopportare ritmi e pressioni estreme, allenamenti senza soste con carichi di lavoro sempre più intensi.

Sia chiaro, il ricorso alla “bumba” è sempre esistito, ma ciò che un tempo era l’eccezione, il sistema scientifico del dopaggio, è divenuto la regola, coinvolgendo professionalità di altissimo livello, altro che gli epici stregoni, in un meccanismo capillare che non risparmia nessuno, dai giovanissimi fino agli amatori. Ricordiamo uno Schwazer in lacrime confessare che, quando l’adrenalina delle gare è lontana, alzarsi ogni mattina e marciare per ore in qualsiasi condizione meteo, è impresa impossibile senza un aiutino. In passato l’atleta non doveva essere un automa, gli era permesso di staccare durante l’anno, prendersi quel mese almeno durante il quale riposare corpo e mente, senza preoccuparsi di avviare la nuova stagione anche con diversi chili in più: c’era il tempo per recuperare la forma perduta. Sembra un’epoca fa e forse lo è e, purtroppo, riguarda non solo gli sportivi, ma tutti noi, costretti ad un’esistenza che non ammette debolezze, sospesi in un eterno giudizio che ci vede in bilico tra la vita di scarto e l’accettazione sociale.
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