TRACCE di Rocco Brancati: BENEDETTO MANDINA


(Melfi 12 gennaio 1548 - Napoli 2 luglio 1604)

Due personaggi storici, zio e nipote, con lo stesso nome di Benedetto Mandina sono stati tra gli uomini illustri della città di Melfi. Quello più famoso fu lo zio, nato a Melfi il 12 gennaio 1548, figlio di Nicola, un nobile originario di Rapolla, e di Isotta.

Si formò a Napoli dove conseguì la laurea "in utroque iure" ed esercitò la professione di avvocato fino a quando, il calcio di un cavallo lo tenne tra la vita e la morte per molto tempo. Quando si riprese decise di farsi chierico regolare teatino nella "casa" di San Paolo Maggiore dove fu protetto da Andrea Avellino di Castronuovo in Basilicata. 


Il 20 settembre del 1583, all'età di 35 anni, fu ordinato sacerdote nella chiesa di San Silvestro a Roma. Sempre a Roma, ma a Sant'Andrea della Valle, proseguì gli studi di teologia e di filosofia. 


Conobbe porporati molto influenti in Vaticano a cominciare dal cardinale Giulio Antonio Santoro (1532-1602) che lo propose a Papa Clemente VIII come vescovo di Novara e poi di Melfi. Incarichi che Benedetto Mandina rifiutò. Non potette però rifiutare l'invito che lo stesso cardinale Santoro gli rivolse di andare, sempre come Vescovo, a Caserta, la città natìa dello stesso Santoro dove si erano verificati gravi episodi e scandali.


Dalle sue relationes ad limina sappiamo che visitò la diocesi due volte per applicarvi i decreti del Concilio di Trento su indicazione dell'arcivescovo di Napoli Alfonso Gesualdo, zio del principe di Venosa, il madrigalista Carlo e in ricordo di Carlo Borromeo (zio di parte materna dello stesso principe di Venosa) morto nel 1584 e che sarebbe stato elevato agli onori degli altari di lì a poco.
Le cronache del tempo ricordarono le sue iniziative in vari Stati del Centro Europa, come inviato del Papa, per raccogliere adesioni al progetto di una guerra per arginare l'invasione turca.
Tornato in Italia, prima a Roma e poi a Caserta pare che il suo atteggiamento all'interno del clero (soprattutto per l'intransigente ricorso alle penitenze pubbliche cui sottoponeva i suoi sacerdoti) scampò alla morte dopo aver sorseggiato un veleno inserito nel calice durante l'ostensorio. Probabilmente si accorse del sapore e non bevve l'intero "sangue di Cristo" ma si salvò dopo una lunga convalescenza.
Fu - per incarico sempre del cardinale Gesualdo - amministratore della diocesi di Napoli, poi si occupò delle cause criminali della diocesi e infine ebbe l'incarico di ministro del Santo Uffizio per il Regno. Partecipò quindi come "consultore" a Roma all'emanazione della sentenza di morte nei confronti di Giordano Bruno.
L'8 febbraio 1600, dinnanzi ai cardinali inquisitori e dei consultori Benedetto Mandina, Francesco Pietrasanta e Pietro Millini, Giordano Bruno fu costretto ad ascoltare inginocchiato la sentenza di condanna a morte per rogo. "Appena il notaio Flaminio Adriani ebbe finito di leggere la sentenza, Bruno scattò in piedi e, ritrovando tutto se stesso, gridò con volto minaccioso ai suoi carnefici_ "Maiori forsitam cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam" («Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'accoglierla»)" [Anacleto Verrecchia, Giordano Bruno, Donzelli editore, Roma 2002]. 
Dopo aver rifiutato i conforti religiosi e il crocefisso, il 17 febbraio, con la lingua in giova - serrata da una morsa perché non potesse parlare - venne condotto in piazza Campo de' Fiori, denudato, legato a un palo e arso vivo. Le sue ceneri furono gettate nel Tevere".
Sempre come consultore il Mandina partecipò anche al processo napoletano di Tommaso Campanella condannato al "tormento della veglia" per stabilirne la reale pazzia e poi al carcere perpetuo (29 novembre 1602).

Dopo la morte (la data più probabile è quella del 2 luglio 1604) Benedetto Mandina fu seppellito nella Basilica di Santa Maria degli Angeli a Pizzofalcone nel quartiere di San Ferdinando a Napoli.
I fratelli teatini tentarono di avviare un processo di beatificazione che non ebbe seguito.
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Il nipote, Benedetto Mandina junior nacque intorno al 1580 con il nome di Alberico. Adottò poi il nome di Benedetto in omaggio allo zio. Fu come lo zio teatino a partire dal 1599 e fu anche lui un seguace di Andrea Avellino. Dopo la morte di quest'ultimo partecipò assiduamente alle iniziative per la beatificazione del Santo lucano.
Ebbe una vasta cultura biblica e patristica e ottenne, per intercessione del duca di Medina vicerè di Napoli nei confronti di Papa Urbano VIII, nominato vescovo e inviato a Tropea. Fu un grande erudito, uomo di lettere e di cultura giuridica. Lasciò numerosissime pubblicazioni.
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TRE FURONO DI MELFI LA ROVINA
LI TISBI, LI GALLO E LI MANDINA

l'antico detto popolare riferito da Abele Mancini ne "Il tradimento di Melfi" considerazioni storico-critiche pubblicato nel 1879 (che citava Pier Battista Ardoini autore nel 1674 di una "Descrizione del Stato di Melfi"), fa riferimento al saccheggio e distruzione della città avvenuta il 23 marzo del 1528 (era una domenica di Pasqua) da parte delle truppe di Francesco I di Francia, guidate dal capitano Pietro Navarro (inviato da monsegneur de Odet de Foix signore de Lautrech).
"Questi traditori, la cui infamia sarà duratura, perché eterna è l'infamia che tradisce la patria...Nè Melfi sarebbe stata mai vinta senza l'aggiuto et fellonia delle Mele cittadini primari, quali aperorno cadesse in mano nemiche, e fosse la povera città saccheggiata e brugiata senza pietà..."
Scrisse Cesare Malpica nelle sue "Impressioni sulla Basilicata" nel 1847: "Ed ecco che un Mendina, un cittadino, vende la Patria allo straniero. Da lui guidati per calle romito i nemici, favoriti dalla notte, penetrano nella città...Migliaia i cadaveri coprono il terreno; son rosse di sangue le strade...La strage avea luogo nella notte del dì della Pasqua...nel dì della Risurrezione del Redentore del mondo!".
(Franco Cacciatore). Nel libretto di Abele Mancini viene confutato con documenti il tradimento di Melfi che non ci fu. Il 1968 avviai la rinascita della Festa dello Spirito Santo oramai in completa decadenza. Cercai di diffondere la notizia a mezzo stampa. Il 1969 la prima apparizione di un sparuto corteo storico. Ovviamente nei servizi accennavo al presunto tradimento di cui parlava l'Araneo . Ebbene a confutare la notizia proprio il nipote, Carlo Araneo. Nelle notizie storiche di Melfi l'autore si era rifatto alla tradizione ma non ai documenti. D'altronde le lettere degli assalitori e il resoconto dell'inviato di guerra,Marco Del Nero, rispettivamente nell'archivio di Mantova da parte di Basilide Del Zio e in quello di Firenze da Abele Mancini sono venute alla luce solo nel 1905 e nel 1915. Pubblico la lettera di Araneo e brani di resoconti datati 1528, tratti da mia pubblicazione "Una tradizione nei secoli".
Il vero tradimento fu da parte di Sergianni Caracciolo che per aver salva la vita con la sua famiglia passò al servizio degli assalitori francesi. Nella cronaca dei "Caraccioli" tale passaggio è giustificato dallo scarso sostegno avuto dagli spagnoli.
(Rocco Brancati) In effetti, come scrive anche Antonio Pesce in "Notizie storiche della città di Melfi" libretto pubblicato nel 1915: "il cav.uff. Abele Mancini, già capo divisione nel Ministero delle Poste e dei Telegrafi, cultore appassionato delle cose patrie, rapito all'affetto dei suoi concittadini il 28 luglio 1899, in tutti gli scritti da lui pubblicati su questo dibattuto episodio della nostra storia, sia riuscito a provare che il 23 marzo 1528 la città non poteva più resistere all'urto delle numerose soldatesche di Pietro Navarra, le cui artiglierie riuscirono facilmente ad espugnare, facendo ascendere a ben 7000 le persone perite, di cui un migliaio di Francesi, un altro di inermi cittadini, 2000 difensori ed oltre 3000 prigionieri miseramente trucidati. Egli fu mosso dalla ricerca minuziosa e veritiera dell'avvenimento non solo per ristabilire la verità storica, ma anche per lavare dall'onta ignominiosa di tradimento le tre famiglie melfitane innanzi nominate, ree forse soltanto di aver tentato di ottenere dal vincitore eque ed onorevoli condizioni di pace, vista impossibile una ulteriore resistenza della città. Il risultato di queste sue diligenti e patriottiche indagini il Mancini aveva prima della sua morte raccolto in un'opera dal titolo "L'Espugnazione di Melfi", che varie difficoltà hanno impedito venisse alla luce".
Anche il governatore dei Doria, Pier Battista Ardoini, in uno scritto del 1674 pare avvalorare la tesi del tradimento, attribuendola però alla famiglia Mele. In realtà l’affermazione potrebbe riferirsi a epoche successive, che riguardano gli scontri tra alleati e nemici dei feudatari Doria nella vita sociale ed economica della città, come accadde in effetti per le famiglie Mandina e Mele che cambiarono schieramento passando dal ruolo di fiduciari dei Doria al partito del vescovo. A tal proposito mi riprometto di contattare l'amico Enzo Navazio che pubblico' il saggio: Ardoini, Pier Battista Descrizione del Stato di Melfi : 1674. Melfi : Tre Taverne, 1980


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