TRACCE di Rocco Brancati: FRANCESCO SAVERIO NITTI


(Melfi 19 luglio 1868 - Roma 20 febbraio 1953) 

Nacque a Melfi il 19 luglio del 1868 da Vincenzo e Filomena Coraggio, Una famiglia di forti tradizioni risorgimentali (il nonno, di idee liberali, era stato ucciso dai briganti nella sua casa a Venosa mentre il padre aveva partecipato alle battaglie garibaldine di Capua e del Volturno).

Fancesco Saverio compì i primi studi a Melfi fino al ginnasio poi si trasferì a Napoli per frequentarvi il liceo e l'Università. Nel 1890 conseguì la laurea in giurisprudenza. Fin da giovane si dedicò assiduamente all'attività giornalistica collaborando con i quotidiani "Corriere di Napoli" e come corrispondente da Napoli della "Gazzetta Piemontese". Matilde Serao ed Edoardo Scarfoglio lo vollero tra i collaboratori del nuovo quotidiano, "Il Mattino" fondato nel 1892. Alcuni articoli della "Gazzetta Piemontese" rielaborati furono utilizzati per il suo primo saggio pubblicato a Torino nel 1888 con il titolo "L'emigrazione italiana e i suoi avversari" (fu favorevole all'emigrazione perché permetteva a migliaia di famiglie di fuggire dalla miseria). Docente universitario alla scuola superiore d'agricoltura di Portici dove insegnò economia e legislazione agraria coltivò le amicizie del padre e in particolare con i corregionali Giustino Fortunato ed Ettore Ciccotti. Un altro corregionale, il ministro Pietro Lacava, lo chiamò nella commissione per la modifica dei contratti agrari. Qui affrontò il problema del Mezzogiorno mettendolo in relazione con la questione agraria. Su incarico dell'editore e deputato giolittiano Luigi Roux assunse la direzione della rivista "La Riforma sociale" spesso in contrapposizione alle posizioni de "Il giornale degli economisti" di Antonio De Viti De Marco. La rivista "La Riforma sociale" fu una vera e propria palestra di idee soprattutto per la collaborazione di firme prestigiose come Riccardo Bachi, Salvatore Cognetti o Pasquale Iannaccone (dopo Nitti ne fu direttore Luigi Einaudi). Vinse dopo aver perso il concorso di ordinario di economia politica quello per scienza delle finanze. Nel 1898 si sposò con Antonia Persico dalla quale avrebbe avuto 5 figli. Che Francesco Saverio Nitti sia sempre stato un po’ trascurato dagli storici è un fatto. Tant’è che i suoi pur brevi governi (1919-20) sono inclusi nel vasto capitolo dell’Italia Giolittiana. Eppure lo statista lucano lasciò una traccia indelebile nella storia del nostro Paese. Economista e studioso di finanze di fama internazionale, Nitti fu europeista in anticipo sui suoi tempi e certamente fu uno degli esponenti più intelligenti e culturalmente preparati della sua epoca. L’eredità più importante del cosiddetto “nittismo” è infatti legata indissolubilmente al binomio cultura e moralità. L’esempio che il grande statista lucano ci ha lasciato è un invito ad una democrazia senza compromessi. Non una “democrazia senza qualità” ma una democrazia “reale”, partecipata, in continua evoluzione. Dei grandi uomini del passato (e Francesco Saverio Nitti lo è stato) siamo sempre tentati a scoprirne l’attualità. Dalle vicende spesso drammatiche del suo tempo (dal famoso viaggio di Zanardelli nella Lucania del 1902 al fascismo, dalla Costituente ai primi anni Cinquanta con la Riforma Agraria e i due viaggi di De Gasperi in Basilicata) emergono frammenti di una storia che ripropone i grandi temi dell’economia, dell’emigrazione, del merdionalismo che furono – e in qualche maniera lo sono ancora oggi – “questioni” che si ripresentano sia pure in una prospettiva completamente diversa dal secolo scorso. Non possiamo quindi dimenticare Nitti. Sia pure intransigente e spesso polemico (etichettava amici o nemici con sarcastica ironia) Francesco Saverio Nitti è stato uno statista di grande ingegno, capace di analisi politica e storica non comune. Sarebbe però oltremodo ingeneroso un giudizio sul grande statista limitandolo al suo sistema politico basato – questo è vero – sulla gestione dello Stato da parte di esperti e tecnici delle varie discipline. Ma chi è stato veramente Francesco Saverio Nitti al quale è stata dedicata a Melfi una fondazione. Innanzitutto il suo “meridionalismo”. Un meridionalismo “moderno”, diverso da quello del suo grande maestro Giustino Fortunato (definito “l’uomo dalla tristezza meridionale”), proteso alla modernizzazione, all’industrializzazione, alla costruzione delle grandi infrastrutture (fu lui a far realizzare a Muro Lucano la prima grande centrale elettrica della regione). Sembrerebbe scontato che un meridionale sia poi stato un “meridionalista”. Tuttavia il suo meridionalismo lo aveva portato a studiare a fondo i grandi problemi del Sud. Infatti fin da giovane si era occupato di emigrazione collaborando con i grandi giornali napoletani e poi, come si è detto, libero docente di economia politica prima e ordinario di Scienze delle finanze all’Università di Napoli a soli trent’anni si era impegnato a fondo sulle questioni economiche. La sua analisi lo aveva portato a dimostrare che, a conti fatti, il Mezzogiorno aveva dato di più al Paese, in gettito tributario ma aveva ricevuto molto di meno in servizi e infrastrutture. “Per quarant’anni – scrisse – è stato un drenaggio continuo: un trasporto di ricchezza dal Sud al Nord che ha potuto così più facilmente compiere il suo progresso industriale”. La sua carriera politica (fu eletto nel collegio di Muro Lucano) lo portò ad essere più volte Ministro e poi, nel 1919 presidente del consiglio. Durante il suo governo ci fu l’impresa di D’Annunzio a Fiume (che Nitti criticò aspramente), si verificarono gravi disordini nelle fabbriche, i primi tentativi di occupazione delle terre da parte dei contadini e soprattutto i pesanti problemi finanziari legati – per la prima volta nella storia d’Italia – all’inflazione. Con l’avvento del fascismo Nitti prese la via dell’esilio in Francia e si dedicò alla stesura della sua opera più importante “Democrazia”. Nitti tornò in patria solo dopo la guerra, nel 1946. Senatore nella prima legislatura democratica capeggiò a Roma il fronte delle sinistre nelle amministrative del ’53. L’anno della sua morte. Strano destino, tuttavia, quello di Francesco Saverio Nitti: dopo aver dominato la vita politica ed economica del suo tempo è in qualche modo finito nell’oblio. Ci si era dimenticati di lui o meglio era stato lui stesso in vita, a volersi in qualche modo eclissare. Il ricordo che oggi abbiamo di lui ( fra politici più colti di quell’Italia liberale) , è quello di considerarlo un uomo profondamente, visceralmente, tenacemente ma forse anche ironicamente un illuminista democratico.


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