L'Opinione di Marco Lombardi: Voto in Friuli: se Di Maio piange, Renzi non rida


Ad affluenza sostanzialmente invariata, con un’astensione riconfermata a circa la metà degli aventi diritto, il voto in Friuli ci dice qualcosa, per quanto specifica sia la geografia del consenso in una regione a statuto speciale dall’identità nazionale perlomeno sfuocata.

Ci dice che la Lega di Salvini ha preso oltre centomila voti in più rispetto alla precedente tornata, vale a dire un quarto di coloro che si sono recati alle urne. Che questo balzo, semplificando in una dicotomia, o è l’effetto di un radicale ricambio dei partecipanti al voto, oppure la somma algebrica degli scostamenti tra le liste in competizione. In questa seconda ipotesi, la più interessante, sarebbero al massimo venticinquemila i votanti del Movimento Cinque Stelle passati alla Lega. Le migrazioni interne al centro destra avrebbero invece peso zero, visto che stavolta il candidato Presidente della coalizione era sostenuto anche da un lista civica che ha probabilmente drenato elettori dagli alleati storici, ma non a Forza Italia e Meloni, i quali hanno ribadito il risultato ottenuto cinque anni prima dal Popolo delle Libertà; tuttalpiù si possono stimare in ventimila le preferenze rastrellate dagli scomparsi centristi, Lista Storace e Partito dei pensionati. Infine, il passaggio degli elettori dal centro sinistra, un’emorragia di circa quarantamila voti, di cui trentamila a discapito del Partito Democratico. Dunque, ricapitolando, la Lega avrebbe attratto: venticinquemila grillini delusi; ventimila parenti dell’area del centro e della destra forte; quarantamila esuli di quella sinistra che non c’è più. Sommandoci i quindicimila voti validi in più, si raggiungerebbe quota cento, mila. Certo si tratta di un calcolo elementare e grossolano, ma che può orientare chi volesse azzardare una lettura nazionale del dato regionale, rivelando che se Sparta piange, Atene non ride, con tutta la cautela che l’indebito paragone storico esige.
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