TRACCE di Rocco Brancati: MICHELE RIGILLO

(Rionero in Vulture 31 gennaio 1879 - Parma 28 ottobre 1958)

[22 settembre 1915] Gli austriaci avevano stesa, in questi paraggi, una tale rete di loschi interessi, che ormai non si può sradicare dal cuore di queste miserabili popolazioni l'attaccamento a quei padroni, che sapevano riuscire veramente tali, anche alquanto al di là dei formidabili loro confini politici.
Infatti il Tremosine è terra italiana, ma corrotta dall'oro austriaco.
Perciò questi villani guardano i soldati e gli ufficiali italiani con odio feroce, che mal dissimulano negli occhi sempre bassi e sfuggenti..."(Andrea Zaffonato, In queste montagne altissime della patria, FrancoAngeli, Milano 2017).
Un epistolario successivo, l'anno dopo, fu pubblicato con il titolo "La mia guerra in Vallarsa e sul Pasubio" e raccoglie le lettere tra l'ufficiale lucano MIchele Rigillo che nel corso della prima guerra mondiale combattè in Vallarsa dal 21 aprile al 20 giugno 1916 e il concittadino e maestro, il meridionalista Giustino Fortunato. Le lettere sono concepite come dei frammenti di un immaginario diario di guerra indirizzato ad una cerchia di amici che in Basilicata aspettano notizie dal loro "corrispondente". Un dialogo a distanza tra MIchele Rigillo, neutralista non pentito neppure dopo l'arruolamento, a Giustino Fortunato in un primo momento neutralista e poi convertitosi all'interventismo in nome dell'unità nazionale.



All'amico e maestro Rigillo dedicherà, in occasione della scomparsa di Fortunato il 23 luglio del 1932 un lungo articolo pubblicato sul settimanale "Giornale di Basilicata" del 6-7 agosto 1932.
"In Italia abbiamo avuto pochi uomini politici del tipo inglese: di quelli cioè che come il Bonghi, oltre la politica - e non di straforo, come il De Sanctis, che nelle aule parlamentari si sentì sempre come un trapiantato - coltivassero espressamente qualche altra disciplina...Ma di Giustino Fortunato, che per qualche tempo appartenne a quel colto cenacolo, nessuno si meravigliò mai, quando, fra l'uno e l'altro dei suoi mirabili discorsi politici, sentì annunziare una ricerca biografica o uno studio originale di storia locale, che egli ha illustrato da vero maestro, suscitando nei suoi pochi e scelti lettori, cui mandava le poche copie fuori commercio dei suoi libri, una convinta ammirazione..."



Fu Michele Rigillo uno dei più fecondi e colti scrittori lucani (lodato dal Carducci e stimato dal Fortunato). Fu autore di oltre cento pubblicazioni: letterarie, storiche e di critica.
Si va da "Il teatro dialettale" a "Flora medica del Vulture", da "Spunti di gnomologia oraziana" a "Vicende feudali della terra di Grottaglie", da "Fontana Maruccia" a "Nel trigesimo della morte di Giovanni Bovio" (1903), da "L'assedio di Atella del 1494 un un poemetto storico del '500" a "Folclore lucano" (1907), da "Il Seicento e i pregiudizi del Seicentismo" (1907) a "Un mecenate napoletano del '600: Francesco Marino Caracciolo principe di Avellino" (1908) e via via fino a "Manzoni intimo" (1923), "Il volto di Dante" (1927), "Gnomologia dei Promessi sposi" (1929), "Revisioni di Parnaso - Versi" (1948).



Un elenco parziale al quale va aggiunto la traduzione di "Paolino e Polla" poemetto drammatico giocoso del XIII secolo di Riccaro da Venosa che pubblicò a puntate sul giornale di scienze lettere ed arti "Rassegna pugliese" nel 1904.
Michele Rigillo nacque a Rionero in Vulture il 31 gennaio del 1879. Dopo una prima formazione al seminario di Melfi frequentò il Liceo Duni di Matera dove aveva insegnato nel 1882 il poeta Giovanni Pascoli. A Napoli conseguì la laurea in lettere nel 1906 che gli permise di coltivare la sua vocazione pedagogica e, nel contempo di dedicarsi alla ricerca storica e letteraria. Insegnò a Cagliari, Forlì, Torino e Piacenza. Nel 1915 si arruolò, col grado di sottotenente, per partecipare alla prima guerra mondiale. 
"Non volli mai credere che i soldati marciando dormono. Eravamo stanchi della fatica, del peso , ma soprattutto della notte, soprattutto del sonno, ingannato, combattuto, ma ahimè non vinto! Perché nelle marce notturne il sonno non si può vincere. Quando leggevo quel mirabile capitolo dei “bozzetti militari” del De Amicis, che vi descrive appunto una marcia notturna, non volli mai credere che i soldati marciando dormono. Ma quella notte dovetti convincermene. Non si vince il sonno , neanche camminando sull’orlo dei frequenti precipizi, dove la cosciente preoccupazione del pericolo dovrebbe essere più forte del comune bisogno, del fatto fisiologico del sonno. E’ vero: si cammina dormendo e si dorme camminando. Come ciò avviene? E può avvenire? Avviene. Io stesso ne provai la realtà.Ma la prova ne è angosciosa.Perché non consiste nel sonno che non si può fissare quando ci prende, ma soprattutto nel risveglio, che è piuttosto un rinvenimento. Pare di sentire come un colpo nel cuore, un urto al cervello, un tuffo nel sangue . E’ un balzo, una scossa tremenda che ci rimescola, ci fa sudare freddo, come nel subitaneo ritorno alla realtà della vita da un sogno doloroso” (Michele Rigillo, Dietro la guerra - corrispondenza con Giustino Fortunato, Parma, ScuolaTipografica Benedettina, 1953).
Al termine nel 1918 tornò all'insegnamento stabilendosi definitivamente a Parma (insegnante di italiano e latino al liceo scientifico). Prolifico autore di articoli giornalistici e poeta fu elogiato dal Carducci per la sua poesia "Fontana Maruccia" (1902): "Scendevi col soffio del zefiro
che sfiora, la sera, dei pioppi
le cime ne l'etere audaci;
scendevi col raggio veloce
del primo chiarore dorato;
scendevi, scendevi nel prato,
eterna canzone d'amor...
E sorse a la destra tua sponda,
d'oppressi in un evo, 
Rionero.
Randagia, una pallida turba
cosparse i tuoi clivi, sudando
ai nati lo scarso alimento:
ai vani sudori l'intento
tiranno. bramoso, insidiò"
Michele Rigillo morì a Parma il 28 ottobre del 1958.


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