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“ DISOBEDIENCE”: Chi sceglie strade diverse da quelle prefissate dalla morale o da questa società è destinato al castigo perpetuo?


È in programmazione nelle sale cinematografiche, “Disobedience”, il nuovo film di Sebastian Lelio che indaga sulle vicissitudini della protagonista, Ronit, di ritorno nella ultra-ortodossa comunità londinese, dopo la morte del padre. Questo film è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Naomi Allerman che vinse l’ Orange Award for New Writers 2006 e Sunday Times Young Writer of the Year Award 2007.


Allerman ha avuto come sua mentore la scrittrice Margaret Atwood che già negli anni settanta indagava e risolveva la questione femminile ponendo la consapevolezza e la ricerca dell’identità come l’unico fulcro concreto per una vita appagante. Nella trasposizione cinematografica operata da Lelio sembra che il tempo si sua fermato agli anni ottanta. La visione dei personaggi è statica e intrisa di fastidiosi cliché. Partendo dalla protagonista Ronit, interpretata da Rachel Weisz, ci troviamo davanti ad una donna che è fuggita, in gioventù, dalla comunità ebraica dove viveva. Ora a New York, lavora come fotografa nutrendosi della sua arte. L’immagine di questa donna è vuota. Intorno a lei non si vedono amici, conoscenti o una nuova famiglia: colui che fugge dalle sue radici è destinato a un sordido esilio. Già dalle prime scene è evidente l’assoluto isolamento emotivo di Ronit. Chi sceglie strade diverse da quelle prefissate dalla morale o da questa società è destinato al castigo perpetuo? A prescindere dal suo orientamento sessuale? Questo personaggio, teoricamente,uno dei principali, non si evolve, tanto meno acquista una nuova consapevolezza dopo i fatti che accadono. Ronit è un gigante senza ginocchia che si illude, con la distanza, di aver risolto la sua ricerca interiore. L’altro personaggio femminile, Elsi Kuperman, è la classica ragazza che apparentemente ha seguito i dettami che la società-comunità le ha imposto e che tenta in tutti i modi di non ribellarsi ai suoi codici. Anche qui abbiamo a che fare con una visione ormai vecchia sia del mondo femminile che di quello appartenente all’omosessualità. Tali personaggi, ormai, risultano delle macchiette rispetto ai tempi che corrono. Le donne, le lesbiche hanno acquisito modelli differenti totalmente svincolati dai dettami del patriarcato. Ma allora perché c’è l’ostinazione del voler riproporre tali cliché? Sembra quasi che il regista, insistentemente,voglia riportare l’attenzione su cosa sia il bene o il male per una donna: l’appartenenza a una comunità, la devozione per un marito e l’importanza della procreazione segano indelebilmente la vita della coprotagonista e quando anche questa deciderà di “disobbedire”, per acquistare la propria libertà, si troverà persa in un domani che il registra si guarda bene di dipingere. Non c’è proprio la voglia di dare un messaggio positivo, anzi, c’è il silenzio, il dubbio: al di là delle Colonne d’Ercole cosa ci sarà? E l’unico personaggio positivo di tutta questa storia è sempre l’uomo. L’uomo, il principe azzurro, che dalla notte dei tempi studia, analizza e ha accesso alle sacre ​ scritture. Alessandro Nivola, Dovid Kuperman nel film, sarà colui che comprenderà il vero significato delle sacre scritture e dall’alto benedirà e perdonerà le due reiette. Il libero arbitro, e qui stava l’intuizione non analizzata dal regista, che permette ad ogni essere umano di volgere la propria esistenza a proprio piacimento, viene visto come una condanna. La capacità di scegliere per la propria felicità, a cui nemmeno Dio può pretendere di mettere veti, rimane un cancro, un’illuminazione che è meglio non avere. Il maschio, il marito di Elsi, comprende e perdona dall’alto della sua magnanimità, ma si sentirà inadeguato a prendere il posto del rabbino capo defunto, dopo aver accettato l’arbitrio altrui. La consapevolezza, l’illuminazione non è condivisa all’interno della comunità ebraico-ortodossa. Egli stesso sarà esiliato per la sua scelta, lontano dalle sue radici. Quello che non capisco è come sia mai possibile far passare il messaggio che identità e consapevolezza sono sinonimi di esilio e un futuro pieno di punti di domanda? Oggi, abbiamo bisogno di modelli positivi. Abbiamo bisogno di protagonisti, maschile e femminili che indaghino nelle pieghe della ricerca della propria felicità ma non abbiamo bisogno di caratteri che insinuino la paura, il dubbio, il peccato della ricerca. Con questo film siamo tornato venti anni addietro. C’è una chiara volontà nel voler cancellare anni di lotte e conquiste. Abbiamo bisogno di vedere cosa c’è al di là delle Colone d’Ercole, abbiamo bisogno di personaggi che ce lo raccontino e magari ci dicano che, in fondo, ci si può dedicare anche piantare interi giardini di felci e rose. Oggi non abbiamo più bisogno di peccatori, eroi o personaggi dai super poteri ma di “ordinary people”che raccontino la loro personale ricerca della felicità nel quotidiano. 

Emanuela Dei

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