L'Opinione di Marco Lombardi: La residenza ai richiedenti asilo: una necessaria anomalia cui porre rimedio


Il regolamento anagrafico italiano individua la residenza laddove l’individuo abbia dimora abituale, cioè, chiarisce la Cassazione, il luogo connotato per l'elemento oggettivo della permanenza e per quello soggettivo dell'intenzione di abitarvi stabilmente, rivelata dalle consuetudini di vita e dallo svolgimento delle normali relazioni sociali. Riconoscere tale condizione di stabilità relazionale a chi, come i richiedenti asilo, non è neppur certo di potere rimanere in Italia, è sì una forzatura, ma anche il male minore all’infinito protrarsi delle loro pratiche di riconoscimento, che impedisce per un cavillo burocratico, il mancato requisito della residenza, il godere di diritti sociali che le stesse leggi dello stato gli riconoscono. Un cavillo con cui molti sindaci hanno giocato così da tenere fuori, per motivi di bilancio, i richiedenti asilo dall’accesso a case popolari, contributi affitto e altri servizi per gli indigenti. In alcuni casi, come per i minori e i malati, si sono trovate soluzioni alla buona, lasciate spesso alla volontà di anonimi operatori di sportello che, rischiando sulla propria responsabilità di dipendenti pubblici, hanno chiuso un occhio. Perché, anche in assenza del contestato divieto, ci si è guardati bene dal dare la residenza ai richiedenti asilo, consci che questo avrebbe provocato una migrazione interna degli stessi verso i loro comuni, con conseguenti ricongiungimenti, il tutto senza che lo Stato erogasse un soldo in più per i costi di assistenza e in presenza di tagli costanti al fondo per le politiche sociali. C’era bisogno di chiarezza e la si è fatta prima introducendo un obbligo di iscrizione anagrafica che, per il concetto sopra esposto di residenza, quello sì fa a botte con norme di legge e del codice civile, e ora negandolo in toto, in barba alle nefaste conseguenze per l’accoglienza. La propaganda elettorale che si mette il vestito buono della disobbedienza civile non risolverà le cose, ma se il ministro Salvini nega la natura discriminatoria della propria decisione, basterà che emani una semplice circolare, scritta a più mani con i ministri della sanità, delle politiche sociali e delle politiche educative, dove dispone che le anagrafi comunali iscrivano in deroga al registro della popolazione temporaneamente presente i richiedenti asilo presenti sul loro territorio e che questo sia da considerarsi sufficiente per l’accesso ai servizi di assistenza che proprio lo status di richiedente prevede. Dopodiché ci si decida a smaltire quanto prima le pratiche di protezione internazionale pendenti, così che tale necessaria anomalia non si protragga inopportunamente per anni anziché, come dovrebbe, per qualche mese al massimo.

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