BIENNALE INTERNAZIONALE D'ARTE CONTEMPORANEA DI POTENZA: LUCIO ATTORRE "L’Arte ed il suo sacrario"


L’essere e il tempo, ma in un’accezione del Sein und zeit niente affatto heideggeriano, costituiscono il binomio fondamentale dell’avvicendamento storico. Il genere umano, cioè, concepito nei proteiformi sviluppi dei modi congiunturali connessi fenomenologicamente alle varie epoche ed alle loro convenzionali categorizzazioni, racchiuse entro locuzioni o appellativi quali: Età della pietra, Classicismo, Feudalesimo, Umanesimo, Rinascimento, Barocco, Illuminismo, Romanticismo, Modernismo e Postmodernismo, ecc. In questa progressione categoriale la storiografia ha cercato termini ritenuti esplicativi per condensare, attraverso la selezione di proprietà distintive ed essenziali delle varie scansioni cronologiche, un modo “oggettivo” per definire un’epoca ed anche di attribuirle un “giudizio di valore”.


Ammesso e non concesso il falso storico di un sezionamento ad libitum del tempo, ancillare di una contingente ed utilitaristica dialettica umana che lo designa con varianti esemplificanti e incongrue, come: secoli bui, secolo dei lumi, secolo breve, ecc. Ma la “esistenza”, intesa quale estrinsecazione, come “ex-sistere” (porsi fuori) contingente del proprio apparire sulla terra in un dato tempo, si scontra con preesistenti o insorgenti meccanismi e situazioni repulsivi, l’esercizio di forze avverse, situazioni divenute da Freud in poi terreno eletto della psicoanalisi e che si chiariscono in Fromm nel divaricante dilemma dell’avere e dell’essere. 


E’ più sotto questo angolo visuale e non dell’ortodossia del pensiero esistenzialista che noi prendiamo spunto per muoverci, fissandolo come lemma che predispone alla proposizione assertiva della centralità dell’arte nella sociabilità umana. L’esserci, dunque, non quale soggetto pensante, come proponeva il padre fondatore della problematica dell’esistenza, bensì quale attore di una “topica” spazio-temporale, ovvero del ritrovarsi in un certo luogo ed in un determinato tempo, agendo come cosciente fattore di un responsabile processo innovatore. Sgombrato il campo a possibili deviazioni semantiche, secondo il nostro assunto ribadiremo che “esserci” (la presenza) è certo importante, sia in termini biologici che sociologici, ma “essere” (possedere e mostrare un proprio valore) rappresenta la cifra soggettiva e comparativa dell’identità specifica di ogni singola unità antropologica. 

Non è nel dinamismo meccanico, legato ai naturali processi impulsivi o fisiologici, che ciascun uomo scorge e ritrova il significato più autentico della propria comparsa sulla terra, perché in ciò la sua volontà è subalterna a fattori ad esso indipendenti. E’ nel dinamismo dello spirito, invece, che l’uomo innesca per libero atto volontario la propria scelta creativa. E dove nulla c’era (non essere), mosso da autonoma e inventiva forza plasmatrice l’uomo genera fissando nella sua produzione la genialità del tempo, che nelle arti plastiche e figurative si concettualizza come estetica di quel segmento cronologico nell’eterno e solo umanamente mutevole fluire del tempo. 

Ma in questo vitalismo assoluto o relativo (apparente) che sia l’umanità si ricicla in una sorta di applicazione del principio di Lavoisier per il quale tutto si crea e nulla si distrugge. La scoperta dei graffiti rupestri nelle montagne dei Pirenei convinse Picasso a disimparare i fondamenti di un linguaggio colto, acquisito scolasticamente dai modelli rinascimentali, esattamente come il dagherrotipo e gli sviluppi della fotografia avrebbero provocato inconsapevolmente una frattura fra lo stereotipato neoclassicismo della prima metà dell’Ottocento e la tecnica impressionistica della seconda metà. Le cesure e i distinguo nei vari passaggi epocali assumono un carattere incidentale e necessario e servono ad evidenziare la dialetticità connaturata e coestensiva alla storicità dell’uomo. Così è, perché l’innovazione (ogni sforzo palingenetico), non è mai pacifica, anzi talvolta genera dolorosi contrasti, riservando paradossalmente ai pionieri del progresso l’ingrata umiliazione di un alto prezzo versato sull’altare dell’originalità precorritrice. Di fronte alla coeva incomprensione Edouard Manet comunicò con sottile ironia che non gli sarebbe dispiaciuto “di poter leggere finalmente, mentre (era) ancora vivo, il meraviglioso articolo che mi dedicherete non appena sarò morto”. L’attualità sembra per nostra fortuna abbastanza lontana dal clima di intolleranza delle passate stagioni. Una platea più ampia di fruitori dell’arte ha pacificamente acquisito la pluralità di temi e stilemi utilizzati, distinti ciascuno per la propria sfera di appartenenza ed apprezzati al di fuori di esemplificanti concettualizzazioni. Nel caso della pittura l’interesse ed il giudizio di valore tendono a privilegiare il cromatismo, le soluzioni tecniche, la miscelazione dei materiali ed altro ancora, senza per questo inibire chi vuol rimanere nel solco della tradizione figurativa, come nell’iperrealismo, di potersi esprimere obbedendo al libero impulso creativo. C’è un “liberismo” artistico svincolato da tutele, contestualmente, però, c’è un mercato mosso e gestito da più icastiche ragioni utilitaristiche che falsano il corretto equilibrio fra il valore intrinseco dell’arte e la sua diffusa e fruibile circolazione, e talvolta emarginano se non addirittura immolano coloro che si propongono come antesignani di felici intuizioni espressive. Occorre quindi creare delle favorevoli condizioni di accesso alla visibilità del grande pubblico con un intento di mecenatismo rovesciato, nel quale l’opera ed il mercato dell’arte non rimangono circoscritti entro una cornice ad esclusivo godimento del committente, ma perdendo il carattere della elitarietà si socializzano ponendosi entro una duplice prospettiva motivazionale: tutoria-promozionale, la prima, e, la seconda, di pedagogia estetica. Derogando da un caritatevole approccio filantropico (a tanto già provvede la “Legge Bacchelli”), deve essere concepito come un dovere istituzionale il sostegno economico al mondo artistico, consapevoli del fatto che contestualmente si promuove ed affina il profilo culturale e civile del popolo, alimentato con l’universale valore del “Bello”. Questa considerazione non costituisce una boutade utopica utile a stimolare superficiali ironie, bensì, sul terreno di una metodica e realistica capacità programmatica, un principio di preservazione del genio identitario dell’Italia, funzionale, anche o soprattutto, a difendere e incrementare il suo primato mondiale di culla del patrimonio immateriale dell’umanità. Rispetto al vecchio collezionismo aristocratico, l’inversione prospettica si è realizzata non casualmente nella più dinamica e democratica società statunitense, nella quale emblematicamente l’elemento di sintesi è rappresentato dal “Museo Guggenheim”, nel quale antico e moderno convivono con pari dignità (figli, ciascuno, di esperienze irripetibili), divenendo al tempo stesso fenomeno di massa con indubbie ricadute commerciali. L’equivalenza corrispondente tra il patrimonio artistico con il binomio occupazione-reddito non ha bisogno di perorazioni, tanto è solidamente acquisito e le politiche economiche nazionali hanno questo concetto come inescludibile punto di intersezione. Tutelare e promuovere come prassi istituzionale l’arte non ha il carattere distintivo di una eccezionale sensibilità pubblica, riveste, invece, un ruolo strumentale in un quadro post-industriale informatizzato, che rimuove o attenua ineluttabilmente la manualità ed esalta con forza il peso della sovrastrutturalità dell’effimero. Se dovessimo trovare al fenomeno una esplicativa locuzione potremmo dire che finalmente il “cazzeggio” ha assunto il peso di un bisogno primario, tanto che chi proprio non ha nulla da esibire, da mettere in mostra alla curiosità del mondo, o, per insana scelta l’ha scandalosamente profanato (come la storia d’Italia insegna con il sacco edilizio delle città di Firenze e Roma dopo essere divenute capitali), si aggrappa a tutto pur di proporsi come simulacro della civiltà. A questo destino, ad esempio non sfugge Potenza, che ha subito, nel rilancio urbanistico successivo al secondo conflitto mondiale, la corrispondente geometria angolare del potere del cemento e del cemento del potere, per dirla col compianto Leonardo Sacco. Si avverte nella città capoluogo di regione una sorta di iato estetico che rende percettibili echi leviani, circa l’assenza di manufatti artisticamente pregevoli, retrodatabili alle constatazioni sgomente elaborate dal faentino Enrico Pani Rossi, nella sua esperienza di funzionario di Prefettura negli esordi unitari e consegnati a futura memoria nel suo volume La Basilicata. E’ proprio questo vuoto a spingere la mente distratta della classe dirigente ed intellettuale locale perché si individui un elemento universalmente apprezzato come fattore gratificante ed attraente, identificandolo in quel singolare gioiello di ingegneria costruttiva che sovrasta il Basento, qual è il Ponte Musumeci, frutto di pazienti e ripetute prove di laboratorio prima di giungere al perfetto equilibrio delle forze di carico gravanti su una base snella ed elastica. Grazie a quell’opera e al suo creatore la città di Potenza ha acquisito una visibilità ed una gloria internazionale, finendo sulle copertine di note riviste, a riprova del fatto che se il genio non collima col governo della politica, la politica che governa può abilmente trovare stabilità e durata nella promozione del genio e della genialità (ponendo come premessa di questa convergenza il rispetto dei ruoli). Operazione auspicabile, senza illudersi, però, alla luce di una costante miopia o di una normale prassi flemmatica, che sia facilmente attuabile, anche per il limite implicito alle nostre abitudini a mostrare sospetto ed attendere il coinvolgimento piuttosto che esserne motore di spinta. Negli anni della contestazione del cosiddetto “Sessantotto” il refrain di una versione canora invitava a mettere dei fiori nei propri cannoni, nel mondo sempre più globalizzato quelle bocche da fuoco devono essere riprogrammate per eruttare il fuoco benefico ed anche economicamente salvifico della passione verso l’arte. Nella pluralità di soluzioni adottabili si potrebbe fissare per legge nel bilancio del Ministero dei Beni culturali una cifra pur minima ma con erogazione costante destinata esclusivamente all’acquisto o alla realizzazione di opere capaci di rigenerare o potenziare il senso estetico del popolo italiano. Il criterio distributivo potrebbe essere fondato o su una equa ripartizione simultanea fra tutte le Regioni, oppure, in progressione cronologica, avvicendare nel beneficio le singole istituzioni locali, con facoltà di ogni singola Regione di contribuire all’azione promozionale dello Stato con propri fondi supplementari con i quali si privilegiano gli artisti locali. Esattamente come si realizza l’edilizia scolastica o le istituzioni affini, in ogni capoluogo di Provincia si dovrebbe realizzare una Pinacoteca. Come è dovere costituzionale l’assistenza sanitaria per la cura del corpo, non è meno indispensabile la cura dello spirito. La Regione Basilicata potrebbe giocare su questo terreno un ruolo pionieristico, sia con la conferma della propria attenzione ad iniziative già avviate (penso alle lodevoli iniziative portate avanti da don Vito Telesca per la pittura con soggetto religioso o al meritorio sforzo della rivista In Arte), sia sostenendone di nuove, come si propone di essere quella legata alla “Biennale Internazionale di Arte Moderna e Contemporanea – Città di Potenza”, che può costituire un’ulteriore opportunità, nella deprimente fase congiunturale che l’opprime, per far rinascere, per dirla con la lingua germanica, non solo il teutsher (teutone) lucano, ma soprattutto la sua teutsheit (la spiritualità profonda che deve scuoterlo e motivarlo ad agire), ovvero non solo il mann, l’uomo lucano, quanto o soprattutto il geist, l’essenza spirituale dei lucani, la sola forza incoercibile capace di invertire la fiacchezza, la condizione di ritirata, di battuta, in propellente energetico di riscatto e di sano protagonismo. L’Arte può dare origine a questa inversione tendenziale, a questa auspicabile catarsi (rifuggendo la pratica delle costose e sporadiche grandi mostre, che a Potenza hanno generato un grande appeal ma che si sono rivelate, pur nel deferente encomio, fallimentari, non essendo riuscite a generare il sussulto delle energie endogene). L’Arte se vuole rivoluzionare la quotidianità deve superare una mera visione “culturalista”, nella quale ogni segmento si stacca e disimpegna dal resto, come vivente in un chiuso compartimento. L’Arte come pura astrazione è una finzione, poiché essa è piuttosto un business sia per i pittori che per tutte le tipologie di mercanti del settore e muove a vario titolo consistenti capitali. Insomma è una vera e propria industria, con i suoi criteri, le sue logiche e le sue leggi, che se ben gestita consente di approdare alla creazione di opportunità occupazionali in senso lato, in un sollecitante connubio di libertà creativa della mente e di vantaggi economici con connessa libertà dai bisogni materiali. Purtroppo, anche per il gravare di insuperabili fattori negativi, rappresentati soprattutto dal frustrante macigno del debito pubblico, si naviga e si continuerà prevedibilmente a navigare a vista nel mare piatto dell’incapacità programmatica. Il nichilismo, per fortuna, non è che un’astrazione Nel pessimismo diffuso che tarpa le ali ai facili entusiasmi il coraggio di osare è possibile ed è la chiave di volta per non soccombere, e a differenza del don Abbondio manzoniano è, anzi, l’unica virtù che bisogna farsi venire per non restare indietro, tanto indietro, per dirla con la sapienza biblica dell’Ecclesiaste, da correre il rischio nello spostamento del baricentro del mondo di essere dimenticati. Ci sono tanti segnali provenienti dalla società civile che aprono squarci di luce nel bieco cielo che avvilisce e frena ogni propensione all’attivismo. Non basta fare le leggi e fornire strumenti, e per quanto possa apparire contraddittorio serve un “verticismo sussidiario” da parte della politica e delle istituzioni, affinché non si attenda ma si vada incontro a ciò che di buono spontaneamente si muove entro il quadro generale della società e inibendo il circolo perverso della sterile dilapidazione delle magre risorse disponibili. Il buongoverno, per abusare dell’opera del Lorenzetti, non sia un’allegoria, un mito, ma prassi consueta e se questa attesa trova voce specifica dal mondo dell’arte lucana, l’eco non viaggi nel deserto, non rimanga inascoltata. La preghiera di invocazione lanciata dagli organizzatori della “Biennale Internazionale di Arte Moderna e Contemporanea – Città di Potenza” spezza il clima di sfiducia che da anni attanaglia e comprime la città capoluogo di Regione. Ogni preghiera, però, attende il suo sacrario, la Regione Basilicata, la Provincia ed il Comune di Potenza si propongano di esserlo. 

Lucio ATTORRE

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