L'Opinione di Marco Lombardi: il duro mestiere del Ministro

Si sente spesso chiedere perché non siano nominati come ministro persone con certificata competenza nella materia che andranno ad amministrare. Un medico alla salute, un ingegnere ai trasporti e così via. La risposta è che a capo di un ministero ci sia un politico che esprima un determinato orientamento ideologico e valoriale, riconducibile al partito che lo sostiene, poiché a tradurre tali indirizzi in atti ci pensano i tecnici. Ragionamento condivisibile, ma non totalmente. In primo luogo un ministro non può essere del tutto digiuno della materia, poichè altrimenti diverrebbe ostaggio dei suoi funzionari, come spesso purtroppo accade in molte pubbliche amministrazioni, con il risultato che la politica estende il proprio spoyl sistem anche alle figure dirigenziali delle stesse in modo da prevenire la deriva tecnicistica o, secondo i punti di vista, a mantenere ben salde le proprie dita sui bottoni che contano. In secondo luogo un ministro, per quanto possa essere dotato di buon senso, intuito ed esperienza sul campo, dovrebbe possedere un bagaglio culturale minimo che gli consenta, ad esempio, di comprendere la terminologia giuridica e quella specialistica inerente il proprio dicastero, di dialogare senza imbarazzi con i propri interlocutori esterni, in primis le temutissime lobbies, di confrontarsi con i pari grado in contesti globali, di sviluppare insomma il proprio orientamento intellettuale in atti concreti che diano esecuzione al processo legislativo e, come sempre più spesso accade negli ultimi anni, lo sopperiscano con una decretazione ormai più ordinaria che emergenziale. Insomma, duro mestiere quello di ministro, da far tremare i polsi e suggerire a chi non se ne ritenesse all'altezza di fare un passo indietro e dire, no, grazie.

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