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Schermi Riflessi di Armando Lostaglio: 100 anni di Alberto Sordi. Fenomenologia di una identità


Avrebbe compiuto 100 anni Alberto Sordi, il 15 giugno. 100 come Fellini che lo lanciò sull'altalena dello Sceicco bianco e da allora non ne è mai più sceso. Portatore sano di sogni come di realismo, e di identità nazionale. Ce lo siamo meritato Alberto Sordi. E ne siamo fieri, ma non del tutto. Uno dei più grandi attori e caratteristi di tutti i tempi, apprezzato anche da grandi attori e registi (Robert De Niro sosteneva che fare l'ubriaco come Sordi non è da tutti), rappresenta di certo il nostro orgoglio nazional-popolare. Tuttavia, quel cialtroncello simpatico che ha rappresentato in larga parte dei suoi film, oggi potrebbe apparire anche piuttosto stucchevole. Di quell'olimpo formidabile con Gassman Mastroianni Tognazzi e Manfredi, certo colui che più di tutti ci ha regalato una identificazione resterà l’Albertone nazionale. Eppure, ciascuno dei giganti della scena di quell’olimpo conserva un carattere di umanità fragile ed austera ad un tempo, figlia di guerre e di sofferenze, un carattere di peculiarità tutta italiana, nobile e stracciona insieme. Dalla eleganza espressiva di Mastroianni all’istrionismo senza pari di Gassman, alla dabbenaggine spirituale di Manfredi alla versatilità ineguagliabile di Tognazzi. E dunque, quando a Nanni Moretti fu consegnato il David di Donatello per La stanza del figlio (premiato pure con la Palma d'oro a Cannes), a consegnargli il premio c'era anche Alberto Sordi. Contro l'Albertone nazionale Moretti aveva infierito nel suo primo film, Ecce Bombo (era il 1978), dove, in una scena in cui il protagonista, sentendo in un bar un uomo dire: "Tanto sono tutti uguali...rossi neri...", lo aggredisce urlando: "Rossi neri tutti uguali? Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? "Ve lo meritate Alberto Sordi ! Ve lo meritate !" Ecco, la generazione "politica" di autori come Moretti marchiava in tal modo il sordismo come l'emblema del qualunquismo un po’ becero, e che Alberto ha comunque saputo ben impersonare. Ribadiva di tenersi lontano dalla politica, di considerarsi conformista non senza gli inevitabili i compromessi, un po’ come tutti del resto; di essere stato amico di politici di ogni parte, mentre Giulio Andreotti vantava che Sordi gli confessò di essere un suo elettore (lo inserì in un cammeo pure nel Tassinaro ). Per molti Sordi ha rappresentato quello che Andreotti è stato per la politica, Mike Bongiorno per la televisione: un pezzo di storia italiana nel quale identificare il vissuto collettivo. Eppure l'eroe suo malgrado de La grande guerra di Monicelli, o in fine carriera il borghese piccolo piccolo non sono soltanto quella patria artistica e solare, a volte eroica e trasognante: rappresenta di certo quel distintivo identitario che conserva nel Dna una comunità intera, nord e sud distanti ma uniti, fenomenologia che il grande schermo ha saputo raccontare da oltre un secolo in qua. Dal dopoguerra, dai fasti filmici del neorealismo, ci sono stati vent'anni di fascismo e quaranta di Democrazia Cristiana e non solo, che hanno contribuito a creare in Italia un divario enorme tra politica e cittadini, tuttora vigente, anzi acuito. L'Italia continua ad essere paese di artisti e anche di furfanti, dei siparietti televisivi e dello stadio. Ma è anche il Paese della grande bellezza. E tuttavia il monolite del potere che risucchia il pensiero con i canali tv patrocinati dal cavaliere che hanno indotto i più ad una atrofia dello spirito: omologazione e consumismo di massa. Ma un buon Cinema ha saputo invece guardare oltre, grazie ad autori che hanno cercato di sovvertire il dogma dell’italietta, mentre buona parte della produzione ha cercato di riadattarsi nella ​ Commedia, spesso non avendone lo spessore che avevano quei mostri sacri. Per questo, un film di Sordi resterà sempre a memoria futura, lui ineguagliabile nel linguaggio del corpo e con la battuta a tono, voce anche da cantante e da doppiatore (Oliver Hardy agli esordi). Eclettico persino da regista, con le musiche inconfondibili di Piero Piccioni, Sordi resterà maestro e compagno di viaggio. A Venezia, con il suo ultimo film diretto da Scola, (era il ’95) avevamo avuto l’onore di incontrarlo per pochi minuti, ma con il suo sorriso cercò di dissuaderci e in trasteverino sussurrò: “Lassateme sta’!”. “Ma tu sei Alberto, sei un mito per noi...” gli abbiamo ribadito. Di certo rimane uno dei padri di questa nazione e anche se la critichiamo, la biasimiamo, in fondo quel Dna esaltato da Oreste come da Otello, dal marchese Onofrio dal medico Guido Tersilli e dal dentone presentatore, fa capolino da qualche parte dentro di noi. Di sicuro il suo cinema - 200 interpretazioni con 19 regie – ricalca persino un filone di denuncia sociale contro la corruzione, la malasanità, un perbenismo simulante, i mercanti d'armi, il sistema giudiziario. Ma alla fine l'italiano medio è sempre li. Sordi ha sempre regalato a questa sua maschera un'enorme carica di carisma, nel quale ciascuno di noi si è sentito immedesimato. Diretto da mostri sacri come De Sica, primo mentore, con Fellini, Monicelli, Scola, Risi, Comencini, Magni e molti altri, in oltre cinquant'anni di grande Cinema, Alberto ha incarnato l'arte di arrangiarsi, del donnaiolo, del vigile incorruttibile, sempre munito di genialità e affinità. Tanti, troppi i film che ci faranno compagnia, ci faranno identificare e un po’ anche vergognare, atteso che si voglia ambire ad un improbabile cambiamento genealogico. Grazie Alberto, continui a rimanere quello che sei stato per tante generazioni, e, nella nostalgia, sulle note del maestro Piccioni, con le parole da te scritte, con la voce di Mina che in una lontana tv in ​ bianco e nero ci deliziava con Breve amore dal capolavoro Fumo di Londra .

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