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📰 L'Opinione di Marco Lombardi: Torti e ragioni dei nostri ristoratori


Le comprensibili proteste dei nostri ristoratori hanno alla base una domanda cui la politica non potrà rispondere senza arrecare comunque danni, si tratta allora di stabilire il male minore. Il principio della prudenza sarebbe il più appropriato, prevalendo l’obiettivo di contrastare la pandemia e con un sistema sanitario che fatica nella presa in carico dei soggetti contagiati, un elevato numero di morti e ritardi difficilmente colmabili nelle vaccinazioni. In questo caso il dilemma si sposta sul quanto e come ristorare i danni delle chiusure, poiché il sostegno economico non può che misurarsi sull’unità di misura del cessato guadagno, che è difficile da applicare in un settore fortemente viziato da fenomeni di economia sommersa. L’accesso ai contributi statali, nonché la quantificazione degli stessi, prende a parametro il valore del fatturato dell’ultimo esercizio pre epidemia, un dato diffusamente sottostimato a causa della mancata dichiarazione di parte degli incassi, soprattutto negli esercizi di media e piccola dimensione, dove i clienti pagano prevalentemente in contanti. Nonostante l’ultimo decreto legge abbia abbattuto al trenta per cento la soglia minima di perdita di fatturato per accedere al sostegno pubblico, l’entità del sostegno medesimo risulterà comunque troppo esigua. Si tratta di una anomalia ben nota, visto che anche in situazioni di normalità bar e ristoranti dichiarano incassi che a malapena basterebbero a pagare affitti, rate del mutuo e altri costi fissi. Vi è poi la questione dei costi variabili, la manodopera, sui quali lo Stato interviene con la cassa integrazione, anch’essa però vanificata da un altro vizio diffuso nel settore e cioè il lavoro irregolare: suona strano a qualcuno che in un paese dove, nel settore in questione, prevale l’impresa familiare non ci sia ristoratore che pianga amare lacrime per i propri collaboratori lasciati a casa? Se gli addetti stagionali sono talvolta assunti completamente in nero, anche fra i contrattualizzati è particolarmente diffuso il fenomeno del sottodimensionamento contrattuale, vale a dire che lavori tra le dieci e dodici ore al giorno ma in busta te ne segnano quattro ed è su queste ultime che interviene l’integrazione da parte dell’Inps, con una erogazione che risulta pertanto assolutamente ridicola rispetto al costo della vita. Dunque, se l’opzione della prudenza comporta un inevitabile danno per datori di lavoro e lavoratori, ma sul quale si può veramente fare ben poco per quanto appena visto, la strada delle aperture potrebbe arrecare un danno ancor più pesante in termini di contagi. Come può lo Stato fidarsi di operatori che già una volta hanno dato prova di non potere, di non volere, rispettare i protocolli di sicurezza? Fatta eccezione per i locali più ricercati, che per accontentare una clientela spesso in cerca di riservatezza applicano il distanziamento come elemento naturale del loro servizio, in tutti gli altri casi la stretta vicinanza di tavoli e sedie è condizione inevitabile. I ristoratori che in queste ore, intervistati in pubblica piazza, assicurano di poter riaprire in sicurezza, mentono e tutti noi ne abbiamo le prove, con la differenza che gli assembramenti visti la scorsa estate, con il caldo a ridurre l’impatto clinico del virus e la curva epidemiologica appiattita, nelle situazioni non solo di queste settimane, ma anche di quelle a divenire ci esporrebbero ad un terribile azzardo. Inutile invocare i controlli, cui gli stessi ristoratori scaricano ogni colpa e responsabilità, perché la polizia locale, che è poi la sola chiamata in causa nell’improbabilità e inopportunità di schierare i corpi speciali dell’esercito, risponde ai desiderata di amministratori locali che per ragioni di pace sociale, nonché di consenso politico, sono piuttosto restii a sanzionare i loro cittadini e difatti sono i primi a chiedere allo Stato più rigore per decreto. Siamo così di fronte ad un bivio dove le due opzioni portano verso lo strapiombo e stare a misurarne il metro in più o in meno di profondità è esercizio prettamente intellettuale. Ci sarebbe una terza strada, un ponte diciamo e starebbe nel contemplare aperture contingentate e sostegni economici calibrati non sul lucro cessante, ma su quello parzialmente mancante. Si risparmierebbero quantomeno buona parte degli stanziamenti della cassa Covid e le occasioni di contagio potrebbero essere limitate, anche senza improbabili tamponi rapidi pre prandiali. Una soluzione che, per non arrecare altresì un duplice danno, ferma restando la persistente inconsistenza della funzione sanzionatoria, richiederebbe però un ferreo senso di responsabilità da parte delle categorie economiche. Niente più coperti magicamente raddoppiati, rispetto delle procedure di igiene e tracciamento della clientela, evasione fiscale se non azzerata quantomeno fortemente limitata e lavoratori assunti in regola. Insomma una soluzione di scuola si direbbe, piuttosto difficile da concretizzarsi nel nostro mondo reale, ma forse varrebbe comunque la pena tentare.

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