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📰 L'Opinione di Marco Lombardi: La censura che si fa inquisizione

Mio fratello è figlio unico perché non ha mai criticato un film senza prima vederlo, cantava Rino Gaetano, ironizzando su un malcostume molto diffuso nel paese dei pregiudizi e dei partiti presi. Tuttavia, perché non spendere qualche minuto sulla vicenda del divieto a diciotto anni imposto al film La scuola Cattolica dalla commissione censura - anche se la censura, si era detto, è stata cassata in forza di legge -, del Ministero della Cultura? In una delle tante geniali puntate della serie americana I Simpson, la ligia madre di famiglia Margie si fa capopolo di una protesta contro l’efferata violenza dei cartoni animati trasmessi in televisione, ottenendo non solo un insperato successo nella sua battaglia, ma anche una vera e propria rivoluzione dei palinsesti con immediato beneficio sull’indole dei bambini del quartiere che, messi a digiuno da tali efferatezze, sviluppano il lato pacifico, solidale, si direbbe buono del proprio carattere. Se non che la situazione sfugge di mano e il movimento innescato dalla premurosa mamma arriverà a censurare le nudità del David di Michelangelo, imponendo un improbabile paio di mutandoni alla statua giunta in trasferta direttamente da Firenze e vietandola ai minorenni. Insomma con la censura sai da dove parti, spesso anche con le migliori intenzioni, ma non sai mai dove potrai arrivare. Ciò non implica che lo Stato debba abdicare al ruolo di guida educativa, anzi sempre più spesso invocata di fronte a ciò che circola, accessibile a tutti, in rete e sul piccolo schermo. Ci si aspetta dunque che, nel caso in esame, la commissione ministeriale abbia inteso proteggere i minori dalla visione di scene di violenza o di sesso troppo crude ed esplicite. Invece non è andata così, anche perché produttori e regista hanno realizzato un’opera rivolta proprio ad un pubblico di ragazzi coetanei dei protagonisti delle vicende raccontate. La motivazione del divieto, scrive la commissione, è che: “il film presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice”. Ora, non entrando in diatribe di natura filosofica sulla natura del bene e del male, o sociologica sulle radici della devianza criminale, è evidente come la censura sia intervenuta su una scelta narrativa che deve essere tutelata in nome del principio inalienabile della libertà di espressione. D’altronde, se si toglie ad un autore, ad un artista, la possibilità di raccontare la realtà, di renderne le emozioni, attraverso il proprio sguardo, cosa resta della creatività, della tanto ricercata diversità dalla massa e dal sentire comune, che sono poi i valori che tanto vorremmo imparati dai nostri giovani? Per questo, ancor prima di aver visto La scuola cattolica, non si può che prendere le distanze dal provvedimento che lo censura. Anzi, non si può che evocare un pericoloso precedente in cui un intellettuale, pur restando nei già incerti confini della decenza espressiva e del buon costume, vede limitato pesantemente il proprio punto di vista sul mondo, la propria libera interpretazione di concetti sociali e culturali dominanti. Questa un tempo la si chiamava inquisizione e divideva il mondo in categorie reciprocamente esclusive, vittime e carnefici appunto, condannandone gli eretici all'abiura e al silenzio. Tutto ciò da cui uno Stato liberale, ancor prima che democratico, deve preservarci senza alcuna incertezza.

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