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📕 Libri Liberi: Senso di Camillo Boito

Senso
Camillo Boito

Vade retro, Satana

1
Il prete aveva i gomiti poggiati sul davanzale; stava immobile, con lo sguardo fisso. Era la prima volta in dieci anni che vedeva dalla canonica del villaggio (il più alto villaggio del Trentino) la tempesta sotto i suoi piedi, intanto che il sole, un sole pallido, quasi intimorito, brillava sulle case del paesello e sulle cime delle montagne circostanti.

Il giovine prete, a intervalli, tossiva. Il suo collo scoperto era candido e magro; la sua bella faccia affilata in quel momento sembrava impassibile. Eppure, studiando bene i lineamenti del volto, si avrebbe potuto indovinare il di dentro: tra le narici e gli angoli delle labbra pallide nascevano due solchi dritti; la fronte alta ed aperta aveva una ruga profonda, che contrastava con la espressione dolce, quasi infantile degli occhi d'un colore celeste d'oltremare, simile a quello dell'acqua nel Lago di Garda. L'arteria del collo batteva forte; le mani delicate si stringevano febbrilmente; i capelli biondi, cacciati indietro dal vento, coprivano la chierica. E intanto le nubi si agglomeravano, s'aggomitolavano, quali onde di una burrasca fantastica. Era un lago, che, riempiendo tutta l'ampia vallata, urtava contro la corona dei monti, come se volesse rovesciarne le roccie, i boschi, i ghiacciai per inghiottire ogni cosa nel proprio fondo, nero più d'una tomba. Si vedeva quel fondo a intervalli qua e là secondo gli scherzi del turbine, quando nei flutti delle nubi s'apriva uno squarcio; e allora l'occhio piombava dentro nella valle, dove lampeggiavano i fulmini, mentre sul dorso ai mucchi bianchi dei densi vapori le saette sembravano appena scintille. Uno dei buchi tenebrosi lasciò indovinare il villaggio di Cogo; poi quel baratro si chiuse, e se n'aperse un altro di lontano, che mostrò per un istante la torre del castello di Sanna.
E il prete guardava sospirando, sempre coi pugni stretti. Sul davanzale aveva lasciato aperto il Breviario, che il vento si divertiva a scartabellare. Ma il vecchio Menico, il quale stava da un po' di tempo borbottando dietro il curato, prese il libro con un certo suo gesto dispettoso, lo chiuse e lo depose sulla scrivania. Poi, raccogliendo le carte, che il vento aveva sparpagliate sul suolo, disse ad alta voce: - Un bel gusto davvero, pigliarsi un raffreddore! Senza niente sul capo, senza un fazzoletto al collo -. E aggiunse un po' più basso: - La è da matto, proprio da matto -. Uscì di camera sbattendo l'imposta; ma poco dopo rientrò, andò a pigliare sul letto il calottino del padrone e, alzandosi in punta di piedi, glielo mise sulla chierica. Il prete si voltò irritato e, agguantato il calottino, lo buttò in terra dinanzi a Menico, gridando: - Ho caldo, vattene via.
Tornò a guardare le nuvole; ma non erano scorsi due minuti che si voltò di nuovo, cercando con gli occhi Menico. Non c'era; andò in cucina, non c'era; andò nel piano superiore, una specie di soffitta mezzo aperta all'acqua ed alla neve, non c'era. Lo trovò a' piedi della stretta e scricchiolante scala di legno, che dal piano, per così dire, nobile dell'edificio scendeva esternamente al sagrato della chiesa, dove cinque o sei contadini, ragionando sulla novità del temporale, guardavano ancora con tanto d'occhi alla valle, in cui le folgori avevano cessato di scoppiare, i lampi avevano smesso di balenare, e le nubi s'andavano via via diradando.
Il prete si accostò al vecchio e, nello stendergli la mano, gli disse in modo che i contadini potessero udire: - Menico, perdonami -. Il vecchio girò il viso dall'altro lato, alzando le spalle e tenendo le mani in tasca. Era piccolo, magro, sparuto; aveva la barba meno grigia che bianca, rasa la settimana innanzi, irta come spilli, ma le folte sopracciglia, sugli occhietti piccoli, erano ancora d'un nero d'inchiostro. Il sacerdote piegò il corpo alto ed esile, e, umilmente, con voce tranquilla, dolce, ripeteva: - Menico, ti prego di scusarmi -. I contadini ridevano sotto i baffi. A un tratto il vecchio, afferrata la mano del padrone, senza lasciare a questi il tempo di ritrarla, gliela baciò più volte; e gli occhietti piccoli erano lustri di lagrime.
Il prete, ritornato nella sua camera, aveva ripreso il Breviario. Lette appena due facce, seguendo, come vuole la Chiesa, con gli occhi intenti lo scritto e pronunciando sottovoce ogni sillaba, chiuse sconfortato il volume. - Non posso - mormorò - non posso. L'Officio si deve recitare con attenzione e devozione: Officium recitandum est attente et devote... Or io sento in tutte le membra una inquietudine di cui non so capire il perché, come se migliaia di formiche girassero e rigirassero sulla mia pelle. Cerco di fissare la mente all'un pensiero od all'altro, e la mente scappa dove le garba, compiacendosi in cento nuove immagini strane e puerili. Sarà forse l'aria, così carica oggi d'elettricità. Forse la mia consueta febbriciattola va peggiorando -. Si pose all'inginocchiatoio, davanti ad un Crocifisso allampanato. Vi stette qualche minuto con le mani giunte, il capo chino, bisbigliando preghiere: poi, alzatosi di botto, disse: - Oratio sine attentione interna non est oratio.
In quel mentre, spalancando l'uscio, comparve il cane del curato, un bel cane da caccia, e si mise a saltellare intorno al caro padrone. Questi lo accarezzò distrattamente, e ripeteva tra sé, intanto che con il pugno serrato continuava a picchiarsi forte il petto indolenzito: - Il sacerdote dovrebb'essere sempre come il sole sereno di poco fa: dovrebbe contemplare la tempesta dall'alto, quieto, puro, intangibile.
Entrò, senza bussare, il medico dei tre villaggi della Val Castra, bene sbarbato e vestito appuntino: - Buon giorno, signor curato. Presto, levi di dosso quella giacchetta, metta il collarino, infili la sua vesta più bella, e venga con me. Il demonio la vuole, reverendo; ma che caro demonio. M'ha detto in furia queste precise parole: «Corra subito, mio caro dottore (ha proprio detto mio caro dottore ), corra subito dal signor curato; gli racconti il mio male, aggiunga che ho bisogno di sentire la voce del cielo, che sono una pecorella pronta a rientrare all'ovile». E ripeteva: «Voglio il curato, voglio Don Giuseppe».
Il prete diventò bianco e grave. - È in pericolo di morte? - chiese.
Il dottore uscì in uno scoppio di riso: - Ci vuol sotterrare tutti, reverendo. È uno scherzo di nervi: roba di donne galanti. Non ho potuto neanche toccarle il polso. Mi ha cacciato qui senza lasciarmi tempo di fiatare: e noti che venivo dritto, sotto le nubi e i fulmini, da Ledizzo, e sull'asino.
Manco male che avevo l'ombrello e il pastrano. Insomma, Don Giuseppe, si va o non si va?
- Non vengo -, rispose il prete, a cui la fronte e le gote erano diventate rosse infiammate; e, alzando i pugni, con voce da far tremare le muraglie, soggiunse: - Quella donna e i suoi drudi sono l'infamia, e saranno l'ultima rovina di questa valle. Dio li maledica!
Il dottore, scandolezzato, guardò l'altro negli occhi, mormorando: - Signor curato, la carità cristiana!
- La carità cristiana? Io mangio polenta e cacio, qualche volta un po' di carne di maiale, mentre il mio corpo fragile, estenuato, roso, com'ella sa, dottore, da una malattia che aspetta ma non risparmia, avrebbe bisogno d'altri sostentamenti. Io vivo in mezzo al sudiciume di questo paese, alle miserie di questi montanari, a' quali ho dato quel poco che ho guadagnato in dieci anni. La sera negli otto mesi d'inverno mi faccio piccolo per insegnare ai bimbi del villaggio; non c'è fanciullo o ragazza dai sette anni in su che non sappia leggere e scrivere e distinguere il bene dal male. Al vescovo, che mi voleva parroco nella pianura, ho risposto: «Monsignore, amo oramai la solitudine e la neve, le privazioni e l'ingratitudine». Amo infatti queste grandezze della natura selvaggia, nelle quali il mio corpo è rimasto puro e sono vissuto fino ad ora in una cara povertà di spirito. Ho dovuto abbandonare da un po' di tempo il mio più vivo conforto mondano, la caccia, e rinunciare alle lunghe passeggiate solitarie su per i dorsi dei monti. La mia pelle già ruvida e bruna - e il prete guardava pietosamente le proprie mani - è diventata morbida e bianca, come quella di una donna galante. Dicono che, così magro e così smorto, sembro ringiovanito: ho trent'anni e ne mostro venti: torno fanciullo. Chi mi ridà la salute e la forza? - Il dottore sorrise, e il prete continuò: - Un giorno a Trento il vicario del vescovo mi dice con ironia: «Ella, reverendo, è un montanaro d'Arcadia». I miei parrocchiani, salvo pochi, mi guardano di traverso. La carità cristiana! Ecco che in questo paese, il più alto e il più povero del Trentino, dove gli uomini sono attivi, sobrii, leali, e le donne non hanno altra bellezza che la loro virtù, viene a piantarsi una masnada di truffatori e sgualdrine. Inventano delle miniere; gridano a tutti i venti che nel nostro suolo la natura ha deposto i suoi tesori di ferro; le Gazzette del Tirolo, della Germania, sono piene di annunzii e di lodi sulla famosa Compagnia siderurgica della valle di Castra; cinquemila azioni da cinquecento lire ciascuna, interessi, dividendi, almeno il cento per cento! Troveranno i gonzi, intascheranno i milioni, una parte almeno, e scapperanno, lasciando alle nostre montagne due grotte di più, due buchi. Ma intanto si pianta qui, per alcune settimane, in un palazzo improvvisato, il capo dell'impresa con la sua ganza; e servi e operai e donnacce riempiono il villaggio di scandali; s'aprono bettole, si balla tutta notte, ci si ubbriaca e peggio. Alle miniere, alle ferrovie ci pensa pincone. Tre famiglie del paese hanno già venduto le loro giovenche per barattarle con le mirifiche azioni siderurgiche: altre seguiranno l'esempio.
Alla rovina materiale si rimedierà, ma l'abiezione morale sarà senza riparo. Due delle più ingenue paesanelle, l'una di diciotto, l'altra di sedici anni, la Giulia di Pietro...
La voce del prete, rauca e fiera, s'interruppe di botto. Era stato un torrente di parole: sembrava che non dovesse fermarsi più; non aveva tossito neanche una volta. L'indignazione bolliva da un pezzo in quello spirito ingenuo, ed era scoppiata; ma dopo l'ultima frase Don Giuseppe rimase improvvisamente impacciato, mortificato. Guardò in volto il dottore per ispiare se questi avesse potuto intendere il senso del periodo appena incominciato; e si confortò un poco, vedendo che teneva la testa bassa, come sbalordito dalla foga del lungo sermone. Il curato girò gli occhi ad un angolo della stanza, li fissò un istante sul Crocifisso, che gli parve più sanguinolento, più addolorato del solito, e recitò un'orazione interna, breve, ma fervidissima. Un sordo, esercitato a leggere sulle labbra, avrebbe colto dai moti convulsi di quelle del prete alcune voci spezzate: Strictissima obligatio... inviolabiliter... sigillum confessionis.
Frattanto il dottore sorrideva, pensando alla rusticità del curato. Aveva compiuto egli i suoi studi di scienza medica niente meno che a Vienna, e in quegli otto mesi n'aveva proprio viste di belline. Le raccontava, adombrate appena di un velo, persino a sua moglie. Sì, signori, per allargarsi la mente, per non lasciarsi afferrare dalle idee storte e sentimentali, per acquistare l'esperienza del mondo, per imparare i modi garbati, è necessario vivere, almeno un certo tempo, nella capitale. Fra le montagne non si possono educare che gli orsi. Povero curato, il suo massimo viaggio era stato quello di Trento!
- Don Giuseppe, mi permetta di parlarle schietto: ella, scusi, mi sembra un tantino pessimista -. Dette queste parole quasi per tentare il terreno, il medico ristette, aspettando una risposta. La risposta non venne: Don Giuseppe aveva assunto un'attitudine raccolta e placida.
Fattosi coraggio, il dottore continuò: - Può darsi, non lo nego, che le cose previste da lei, reverendo, sieno tutte vangelo, e che una brutta catastrofe sovrasti alla povera valle; ma potrebbe anche darsi, chi lo sa? che le faccende andassero lisce. Lavorano negli scavi, hanno fatto gli assaggi; né sarebbe impossibile che il metallo sbucasse fuori, tanto più che si trovano nei nostri monti le tracce di molte vecchie ferriere. Se l'impresa andasse bene, quanta ricchezza non ne verrebbe egli a tutti i luoghi qui intorno? Dall'altra parte questo signor banchiere e barone, avviato l'affare e toltosi il ghiribizzo della vita montanina, andrà via con il suo codazzo, lasciando i veri lavoratori, gli onesti operai; e tutto rientrerà nell'ordine consueto, con qualche soldo e qualche comodità di più, che ce n'è di bisogno.
- Dio voglia! - Era un Dio voglia  buttato là tanto per mutare discorso. Il curato chiese infatti senza interruzione al dottore: - Mi dica un po', come sta oggi la signora Carlina?
- Non c'è male, grazie. Mangia poco, quasi niente, sebbene io la faccia sgambettare dietro di me il più possibile.
- E di umore?
- Così così. Quando esco la mattina o dopo il desinare per le mie passeggiate mediche, potrei dire per i miei viaggi quotidiani, m'abbraccia e si mette a piangere. Qualche volta, confesso, perdo un po' la pazienza.
- Tolleri, dottore. È una bambina, e le vuol tanto bene. Dirò di più, veda di trattarla con infinita indulgenza, con ogni sorta di amorevolezze e di cure. La tenga come una pianticella tenera, delicata e sottile, trapiantata da tre mesi soltanto, e che vuole essere irrorata d'affetto.
- In fondo non è mai malata. Qualche dolor di capo, nient'altro; ma non ingrassa. E poi è tanto rustica: vorrebbe stare sempre sola o con me. Detesta la gente nuova; anzi, a dirgliela, Don Giuseppe, sono impacciato. La bella baronessa vuole vedere mia moglie a ogni costo. Appena entro nella sua camera grida: «E la sposina?».
- Per amor della Vergine Maria non gliela conduca. Profanare il candore, il pudore della giovinetta semplice, della colomba di diciott'anni con l'alito della donna infame!
- Reverendo, ella dice bene; ma io ho pur bisogno di tutti. Nato in questa valle, non ho intenzione di morirvi. Per guadagnarmi da vivere devo fare sulle scorciatoie dei monti tre o quattro ore di cammino ogni giorno al rischio di cadere in un precipizio, di gelare l'inverno in mezzo alla neve o di crepare giovine d'un vizio di cuore. Risparmio il mulo ed il ciuco, tiranneggio me e anche un poco mia moglie per mettere da parte qualche danaro, che mi permetta di piantarmi in una città, dov'io possa fare il medico davvero. Cavar sangue, strappar denti, aggiustar ossa a questi villani non è poi un mestiere decente per chi ha studiato nella capitale e s'è assuefatto a nobili desiderii.
- La nobiltà del desiderio consiste, dottore, nella volontà del bene; e il bene è tanto più difficile a farsi, ma tanto più meritorio quanto è più basso e, aggiungerò, più schifoso l'oggetto a cui si rivolge.
- Ella parla d'oro, signor curato. Ammiro la virtù sublime, ma tutti non hanno, neanche secondo il Vangelo, l'obbligo di esser santi. Si può vivere da galantuomini, si può beneficare il prossimo anche nelle città, ed io mi sento nato per la vita civile. Ora veda, Don Giuseppe, quella signora, chiamiamola baronessa o altrimenti, mi dà quattro fiorini per visita e mi chiama quasi ogni giorno. Il mio salvadanaio ne gongola.
- Dottore, la signora Carlina non approverebbe questi sentimenti.
- E avrebbe torto. Posso io rifiutare a colui che invoca il mio ministero l'aiuto della mia scienza? Non ci sono altri medici nella valle; occorrerebbero sette ore od otto per averne uno: intanto il malato rischia di crepar come un cane. È poi lecito il distinguere un contadino da un signore, una donna onesta da una bagascia, o non si devono soccorrere tutti ugualmente? Mi dica lei, Don Giuseppe, se un peccatore, se una peccatrice implorasse, anche senza sentirsi in punto di morte, una parola dal ministro di Dio, una parola che potesse confortare, migliorare, illuminare un'anima sviata, avrebb'ella il diritto di dir di no? Stendere la mano al prossimo smarrito o perverso, aiutarlo a ritrovare la via diritta, non è forse il primo, il più sacro dovere del pastor buono?
Queste ultime parole vennero pronunciate con molta enfasi dal dottore, il quale teneva i suoi occhi furbi fissi negli occhi ingenui del prete.
Seguì un silenzio, in cui si potevano udire i canti e le risa della gente del villaggio raccolta nella piazzetta della fontana. Il curato meditava. Fece un gesto risoluto, andò a pigliare il collarino nell'armadio, se lo affibbiò senza guardarsi nello specchietto che, appeso ad un chiodo sul telaio della finestra, gli serviva per radersi la barba, e infilò la sua veste nera, l'unica che avesse; poi disse: - Andiamo.
In quel punto al baccano sempre crescente dei villani s'unì un gran frastuono di trombe, di corni, di cornette e d'altri strumenti d'ottone, i quali stonavano e scroccavano maledettamente; e, fuori del paese, sul dorso del monte, rispondevano gli spari dei mortaletti. Era una festa solenne: avevano fatto venire la banda musicale dal capoluogo del circondario, niente meno; ed il Capo-comune presiedeva alla cerimonia. Si trattava anzi di una vera marcia trionfale. Gli eroi erano due ragazzi in sui dodici anni, l'uno bruno, l'altro biondo, incoronati di fiori selvatici, e tirati in uno di quei veicoli, i quali servono in montagna a trasportare il letame, ed hanno, curvi come sono al dinanzi, un certo aspetto d'antica biga romana. Il carro, tutto a ghirlande e a festoni, era tirato da due maestosi buoi bianchi, ma i due fanciulli, anziché mostrare la baldanza de' conquistatori, mostravano una gran paura di essere sbalzati a terra, quando le ruote o si alzavano sugli enormi sassi, di cui sono sparse le tortuose, strette ed erte vie del paesello, o si sprofondavano nelle buche di pantano, da cui schizzava intorno la melma. I due monelli guardavano in giro, confusi di tanto chiasso, desiderosi d'una cosa soltanto, di saltar giù dal carro trionfale per unirsi a' loro compagni e dimenarsi liberamente e gridare anch'essi: Viva, viva!
La cagione della loro gran gloria era spiegata da Menico ad un vecchio, venditore ambulante di quegli enormi ombrelloni rossi e azzurri, i quali mettono nella malinconia del paesaggio, quando piove, una pennellata allegra. Il caso dunque era stato questo: i due ragazzi, nel principio della passata primavera, andavano a raccogliere sul monte della Malga, quello che manda la più lunga ombra nella Val della Castra, le radici di una certa erba medicinale. È uno dei piccoli guadagni dei montanari, i quali per un grosso peso di arnica, di genziana, di aconito, di lichene, o che so io, racimolati sulle roccie, alla cima dei dirupi, col rischio di rompersi il cranio nella voragine, pigliano qualche soldo. La neve al basso si andava squagliando, ma i due fanciulli, raspandola via via, senza pensare ad altro, salivano sempre più in un luogo che da otto mesi non vedeva anima nata. All'improvviso, sotto ad un pino, che il vento aveva gettato a terra e che su quel lenzuolo candido con il suo tronco ed i suoi rami secchi pareva uno scheletro, odono un fruscìo. Tendono le orecchie; il fruscìo si rinnova; s'avvicinano, ed ecco che sbuca una bestia bruna, simile ad un cane non grande. La bestia scappa e va a nascondersi di nuovo in una macchia di arbusti; ed i fanciulli dietro. Avevano due bastoni, e si mettono a picchiare con tutta la forza di cui erano capaci, l'uno di qua, l'altro di là della macchia di arbusti, la quale, sebbene priva di foglie, era folta.
Volevano acchiappare il cane. La bestia, in fatti, spaurita, irritata, esce fuori, ma, invece di fuggire, avventandosi alle braccia di uno dei fanciulli, le addenta e ne fa uscire il sangue, che arrossa la neve; ma il fanciullo, niente paura, quanto più si sente mordere tanto più tiene saldo. Ed ecco l'altro che in buon punto dà con la mazza un forte colpo sulla testa dell'animale, ed un secondo colpo, e l'accoppa. Il ferito, più allegro che mai, tiene per un poco le braccia nella neve, poi, con il compagno, scende giù a sbalzi portando la sua preda. Erano incerti se fosse un cane o una volpe. Ma, prima di entrare nel villaggio, incontrano un vecchio di ottant'anni, alto, di corpo asciutto, dritto ancora come un fuso, svelto ancora come un cavriolo, che andava a passeggiare con la sua carabina ad armacollo. La fama di codesto vecchio esce dalla Val della Castra: Trento stessa lo conosce. Nella sua vita ha ucciso venti orsi; l'ultimo, dopo sbagliato il colpo del fucile, l'uccise abbracciandolo, e l'uomo cacciava all'orso il coltello nel ventre, e poi, sempre in un amplesso, arrotolarono un pezzo sulla china del monte, finché l'orso morì, e l'uomo di ottant'anni s'alzò dritto e placido. Ora quel vecchio chiamò i fanciulli, che gli passavano innanzi, e disse: - Figliuoli, dove avete pescato questa bestiola? - I ragazzi risposero: - L'abbiamo uccisa noi; ma è una volpe od un cane?
- È un'orsacchiotta, fortunati figliuoli: fortunati che non avete trovato la sua madre, e fortunati che vi beccate trentasette fiorini belli d'argento. Fate l'istanza al Capitano -. Dette queste parole ripigliò il cammino, guardando i ghiacciai sul cucuzzolo delle montagne.
Menico mostrò all'ombrellaio, tra la folla, un montanaro che soverchiava gli altri di quasi tutto il capo, e che guardava con serietà i due piccoli trionfatori: era il vecchio degli orsi.
Per farla breve, i ragazzi avevano potuto dopo qualche mese riscuotere i trentasette fiorini, che il Governo dà quale premio per l'uccisione di un'orsa; e la festa era fatta a commemorazione e a rallegramento del caso. Bisogna aggiungere, per amore di verità, che era stata anche pensata da qualche cervello ingegnoso per avere una nuova scusa di ballar con la banda tutta notte nell'osteria e di scialacquare in istravizii e bordelli; e, perché il curato lo sapeva bene, non aveva voluto ingerirsi né con la sua chiesa, né con la sua persona in così fatta commedia. Dall'altro canto la caccia dell'orso aveva lasciato nell'animo del prete un rimorso non piccolo. S'era imbattuto un inverno anch'egli fra le nevi in un orsacchino da poppa; aveva pigliato l'orsacchino e, picchiandolo un poco, l'aveva fatto guaire, perché l'orsa, che non poteva essere lontana, lo udisse. Venne in fatti, e precipitò furibonda, mentre il prete mirava attento e colpiva giusto. L'orsa, ferita a morte, si trascinò accanto al suo piccino, che continuava a guaire, e lo leccava in atto d'infinito amore. Il prete tornò a casa pensieroso, lasciando nel bosco la madre morta e l'orsacchino libero.
La sera scartabellò i volumi della sua piccola libreria per conoscere se l'inganno è innocente quando si volga contro le bestie feroci; ma non gli riescì di raccapezzar nulla che facesse al suo caso: solo nel secondo volume del Gury, Compendium Theologiae moralis, trovò che al sacerdote è lecita la caccia non clamorosa cum sclopeto et uno cane. Non trovò altro; ma non poté mai dimenticare la generosa, e sviscerata passione di quella madre morente, e, ripensandovi, sentiva nel cuore uno stringimento.
Ripeté ancora al dottore: - Andiamo - ed uscirono, allontanandosi dal frastuono del villaggio in festa.

2

La villa del barone banchiere era sorta all'improvviso. A un tiro di schioppo fuori del paese si vedeva dianzi una casa costrutta in sasso e in cemento, miracolo in quel villaggio fatto tutto di legno. Era stata alzata dieci anni addietro da un brav'uomo, il quale, essendo andato per mezzo secolo a lavorare giù per l'Italia da calderaio, e avendo raggruzzolato molte migliaia di lire, voleva godersele con la famiglia in santa pace nell'aria pura e nelle lunghe nevi del suo caro luogo natale. Non l'avesse pensato mai! Il dì che fu messa la prima pietra, ecco gli muore la figliuola; appena finito il solaio del primo piano, ecco gli si ammazza giù per una rupe il figliuolo; appena compiuto il tetto, passa a miglior vita la moglie. Il misero signorotto, solo, disperato, pieno di acciacchi e di paure, camminò un anno nelle stanze vuote, meditando con desiderio ineffabile al tempo della sua miseria, quando la moglie ed i figli, sani e robusti, mangiavano polenta asciutta, ed egli martellava quindici ore della giornata su caldaie e padelle. Morì di settant'anni lasciando la sua casa al Comune, il quale vi teneva il fieno, giacché, un poco per cagione dell'uso di abitare in isconquassate catapecchie di legno, un poco per l'idea che quell'edificio fosse stregato e recasse sventura, nessuno offriva un quattrino per andarvi a prendere alloggio.
I vetri delle finestre non c'erano più, le imposte cominciavano a sconnettersi; ma il palazzotto così bianco e alto e regolare, con la sua bella cornice e i suoi balconi sporgenti, rallegrava la vista, in mezzo alle capanne ed ai tugurii neri della valle. S'aggiunga ch'era piantato in uno dei più bei siti: sul contrafforte del monte, dove i paeselli della vallata di qua e di là si vedono tutti, e l'occhio si spinge sino al piano verde ed al castello di Sanna; e di dietro l'ombreggiava una folta macchia di larici antichi, mentre dinanzi lo rallegrava una prateria quasi orizzontale, piena di grandi arbusti di sambuco rosso, con i suoi grappoli che sembravano coralli infiammati, e ricca di fiori color di rosa, dondolanti sui gambi altissimi, di fiori gialli, violetti, bianchi, da farne la più gentile e variopinta corona per una vergine sposa.
La casa del calderaio, già bella, era diventata un incanto. Sulla fronte, nel piano terreno, sporgeva una nuova loggia, chiusa durante le ore del sole da tende che parevano di splendido drappo persiano; nei fianchi uscivano fuori due nuove ali in forma di padiglione, da cui quattro gradinate esterne scendevano alla prateria trasformata in giardino, dove non mancavano le zolle simmetriche, l'ampia vasca circolare con l'acqua limpida e i pesci d'oro, né i sedili dondolanti sparsi nei luoghi più misteriosi ed ombrati. Nel lato posteriore dell'edificio un nuovo portico riparava le cavalcature mentre aspettavano i cavalieri; la cucina, la scuderia de' muli, l'abitazione dei servi ed altri luoghi di basso uso avevano trovato posto in una specie di casa rustica, unita alla palazzina per mezzo di una lunga tettoia, la quale veniva tutta nascosta da piante arrampicanti e da arboscelli trapiantati.
Queste nuove fabbriche erano di legno, alzate su in fretta e destinate alla vita di tre mesi: non importava che le prossime nevi ed i geli le sfasciassero tutte.
Ai lavori aveva presieduto il vero scopritore, o, per meglio dire, inventore delle miniere, un farabutto matricolato, al paragone del quale il presidente della Società siderurgica, il barone banchiere, poteva dirsi una perla. Lo chiamavano Gregorio Viorz, e si bucinava che fosse stato due volte in carcere per truffa; gli attribuivano anche un veneficio, commesso per interesse, ma le prove mancavano e la giustizia non se n'era impacciata. Comunque sia, ad Innsbruck, sua città natale, n'aveva fatte tante, che non poteva più rimettervi il piede.
Dio l'aveva dotato, per disgrazia degli uomini, di un ingegno feracissimo e di un'attività senza pari; tanto che con la metà della fatica e del cervello, ch'egli impiegava nelle vie torte e buie, avrebbe potuto lungo la strada dritta rendersi ricco e stimato e sicuro della propria fortuna. Ma dall'animo perverso nascono inevitabilmente certe debolezze fatali, le quali sciupano tutto; e il Viorz ne aveva due. Prima: assottigliava troppo, sicché, studiando nelle imprese tutti i pericoli e industriandosi di mettere a tutti un anticipato rimedio, creava spesso le difficoltà nell'atto in cui voleva prevenirle. Seconda: man mano che si avvicinava il momento di raccogliere il frutto delle sue iniquità, la gioia e l'orgoglio del buon successo gli scemavano la calma, lo inebbriavano, e la prima cautela volpina si trasformava, nella lotta contro gli ultimi intoppi, in violenza brutale.
Un così fatto personaggio non poteva dare il suo nome a nessun affare d'industria o di banca; anzi si doveva tenere avvolto, almeno sul principio, in un prudente mistero. Aveva dunque bisogno di qualcuno da mettere in mostra: un galantuomo no, perché non si sarebbe prestato a simili birbonate; un noto birbante no, perché avrebbe, invece di adescarla, fatto scappare la gente. Ci voleva, per esempio, un signore che si fosse mangiato il patrimonio: vizioso e in urgente necessità di quattrini; d'intelletto bastevole per capire e secondare le finezze dell'impresa, ma di poca inventiva, perché non gli saltasse un giorno il ghiribizzo di fare da sé; di bei modi signorili, con un bel nome e un titolo sonoro. A tutte le indicate qualità bisognava unirne un'ultima: quella di non essere punto conosciuto nella classe degli uomini di banca, o, meglio, di esservi conosciuto favorevolmente. Questa prerogativa s'univa alle altre nel barone di Steinach.
Era piuttosto un uomo scettico e leggiero, che propriamente perverso. L'uso della società galante di Vienna e di Parigi l'aveva rotto ad ogni vizio, senza fargli perdere il garbo delle maniere aristocratiche ed una certa sensibilità di natura. S'era impacciato tre o quattro volte in affari grossi e romorosi, ma, puntualmente, con indifferenza, aveva pagato le perdite, rimettendoci sino all'ultimo soldo. Allora, dopo avere conosciuto Gregorio Viorz, che non lo perdette mai più di vista e che lo richiamò in gran fretta, qualche anno appresso, appena avuta la prima ispirazione della Compagnia siderurgica, andò a Monaco al giuoco, facendosi prestare la posta, e guadagnò; e con quel guadagno, piantatosi a Parigi, cominciò la vita del cavaliere d'industria.
In un modo o in un altro se la campava, sempre abbigliato, benché con un'ombra di gofferia teutonica, secondo l'ultima voga, in un quartierino di nobile apparenza e pieno di gingilli artistici, dove regnava questa o quella signora, bruna, bionda, fulva o rossa, ch'egli ripescava qua o là e rimutava, al più, ogni sei mesi. Così era giunto al sessantesimo anno, robusto ancora e pieno di vita, che pareva un miracolo pensando a' suoi vizi e disordini; né l'età si manifestava in lui altrimenti che in due cose: nella rotondità del ventre, che con il suo consueto panciotto bianco diventava anche più maestoso, e nel serbare com'egli faceva presso di sé da un anno l'ultima baronessa, rossa di capelli, senza provare nessun desiderio di sostituirne una nuova.
Il curato non aveva aperto bocca nel cammino da casa sua alla villa, sebbene il dottore lo andasse stuzzicando. Pareva distratto; guardava le nubi strane, che imbiancavano una parte del cielo.
Un domestico, in livrea turchina con la pistagna color cremisi e i gran bottoni dorati, fece entrare i due visitatori nella sala, dove il barone faceva il chilo col resto della compagnia, pregandoli di aspettare che la signora baronessa li potesse ricevere. Il barone, che fumava il sigaro immerso in una larga poltrona, s'alzò, andò incontro al prete, e, stringendogli la mano, gli disse un mondo di belle cose. Aveva bisogno di vederlo, conosceva le sue virtù, desiderava aiutare i poveri del paese, sapeva che la baronessa ne' primi dì del suo soggiorno in villa era stata alla canonica a portare delle elemosine; egli voleva fare qualcosa di più durevole, cento idee di carità gli frullavano nel cervello, ma per metterle in atto attendeva il consiglio del savio e sant'uomo, che lo guidasse, che gl'insegnasse a fare il bene utilmente.
Quei modi cortesi, quel sorriso aperto, sopra tutto quelle liberali profferte, mettevano il povero prete in un terribile impaccio. Già rinasceva nella sua mente la solita tenzone: posso io respingere il danaro del diavolo? Posso io togliere a' poverelli i soccorsi di cui hanno tanto bisogno? Non devo io anzi sollecitare codeste larghezze, qualunque sia la lor causa, lasciando a Dio di entrare nell'anima dei peccatori?
Il barone continuava a discorrere in piedi, davanti alla finestra, da cui si scorgeva tutta intiera la valle e si vedeva in fondo ad essa il torrente, sinuoso e lucido, come un nastro d'argento puro, svolazzante al sole. Intanto gli ospiti del barone chiacchieravano intorno ad una tavola rotonda piena di libri e giornali, nell'angolo opposto della sala. A un tratto il maestro di pianoforte della baronessa, un giovinetto piccolo, con gli occhiali sul naso a ballotta, allievo poco fortunato del Conservatorio di Dresda, tolta la fascia ad uno dei giornali illustrati, guardando la prima pagina, esclama: - Oh bello, magnifico stupendo davvero! - Poi, fatta vedere l'incisione agli altri, che s'accordano negli ah  e negli oh  ammirativi, sbalza accanto al barone per mostrargli niente meno che la veduta della sua villa. C'era la loggia con i panneggiamenti; c'erano i padiglioni con le quattro gradinate, ma con l'aggiunta, per verità, di due cupole e di due Fortune sulla cima, rimaste, pare, nella fantasia dell'architetto restauratore; c'erano le fontane con nuovi getti d'acqua: insomma una reggia.
Si leggeva sotto: Residenza del direttore della Compagnia siderurgica nella valle di Castra. Il barone, dopo avere gettato uno sguardo sul disegno, mormorò tra se stesso: - Astuzie di quella volpe del Viorz - e restituì il foglio al maestro di cembalo, il quale si mise a leggere l'articolo che accompagnava e spiegava l'incisione. Era un inno alla nuova impresa: le miniere gonfie di metallo; le ferriere vulcani; e già le braccia non bastavano più al lavoro, e le richieste del commercio soverchiavano venti volte la produzione dell'industria; bisognava praticare dei nuovi squarci nei fianchi del monte miracoloso, moltiplicare le fucine, emettere nuove azioni alla banca. Seguivano la parte artistica e la parte sentimentale: le descrizioni del palazzo e del giardino; le beneficenze del direttore, vera provvidenza, vero Messia della valle: asili d'infanzia fondati e già frequentati da trecento bimbi, che, oltre all'insegnamento, vi ricevevano gratis la colazione e il desinare; nuove strade in lavoro; farmacie aperte, eccetera, eccetera: una rigenerazione.
Il maestro di pianoforte leggeva ad alta voce, con enfasi, facendo spiccare le più belle frasi; né badava punto al barone, il quale, interrompendo il suo ragionamento col prete, gridava: - Basta, basta; leggerete poi -. Ma il prete non porgeva più nessuna attenzione alle lusinghe dell'altro; tendeva invece le orecchie per udir la lettura, avvicinandosi anzi passo passo alla tavola tonda. A un certo punto, senz'aspettare la fine, strappò dalle mani del leggitore il foglio e lo stracciò in più brani, ripetendo: - Sono tutte menzogne, tutte menzogne.
Il barone uscì dalla stanza, il medico scomparve. Ci fu un mezzo minuto di silenzio e d'immobilità generale; poi si vide alzarsi un ufficiale dei cacciatori, che stava accanto al maestro di pianoforte. S'accostò al prete e, dopo un formidabile ruggito d'ira, gridò: - Ringrazii la sua chierica ed il suo collare se questo braccio... - e alzava il braccio in atto di minaccia.
In quel momento il servo in livrea turchina con le mostre cremisi e i gran bottoni dorati entrò e annunziò dall'uscio: - La signora baronessa prega il reverendo signor curato di passare nella sua camera.
Il curato piegò la testa in atto di saluto e, lentamente, uscì dalla sala.

3

Aperto l'uscio della camera e fatto un profondo inchino, il servo si ritirò, lasciando il prete solo con la donna. Nel primo istante non la vide, perché la camera sembrava un grazioso incendio, e gli occhi restavano abbacinati. Le tappezzerie, i canapè, le poltrone, tutto era di stoffa rossa, d'un rosso roseo brillante, con certi disegni gialli sinuosi, come a fiamma; e il sole del tramonto, caldo, vivo, d'oro, entrava dalle due finestre spalancate, gettando sul rosso e sul giallo della stanza certi lumi incandescenti e certi lustri, che somigliavano a fuochi e a scintille. Un odore di essenze, acuto, inebbriante, si effondeva dalla toletta a trine e a ricami, dove, sotto al baldacchino, tenuto in aria volando da un putto alato, luccicavano dinanzi alla cornice dello specchio, tutta a fiori di vetro, innumerevoli vasetti di metallo bianco e pettiniere e saponiere e ampollette di cristallo terso e ninnoli d'ogni maniera.
Il prete, entrando, si sentì una vampa alla testa: avrebbe voluto fuggire. La donna lo chiamò con voce soave come un liuto lontano.
Era sdraiata sopra un sofà nel solo angolo ombroso della stanza, lungo il lato delle finestre, in fondo, lì dove le pieghe delle ampie tende scemavano sui fianchi la luce e lasciavano come una insenatura fra il parato ed il muro.
- Si metta qui, signor curato, qui accanto, in questo seggiolone. Mi sento così debole, che appena appena posso parlar sottovoce.
Il prete rispose ruvido: - Scusi, ho fretta. Sono venuto perché il medico mi aveva detto ch'ella era malata e aveva bisogno di me. Posso servirla in qualcosa?
- Sono malata, e come! Ma quel dottore sventato non capisce nulla. Ella. signor curato, dotto e santo com'è, può dirmi una parola, che mi conforti, che mi rianimi e, col ridonarmi la fede in me stessa e nelle cose del mondo, tornarmi forse la salute del corpo. Il mio male sta qui -. Si toccò il seno.
Era coperta d'una vesta a fiorami, che lasciava vedere tutto il collo, una parte del petto candido e il principio delle spalle rotonde, sulle quali cadevano, sciolti, i suoi capelli increspati, d'un biondo rossigno. Principiavano bassi, in riccioletti matti. Il naso appiccicato alla fronte, quasi senza incavo, con un piano vigoroso e largo; le narici gonfie, da cui la donna sbuffava alle volte al pari d'una cavalla araba; le labbra tumide, le gote piene, e il mento rientrante davano a quel viso un non so che di pecorino e lascivo. Il cinabro della bocca era anzi un poco troppo vivace, il roseo delle guance un poco troppo sfumato, e la forma delle brune sopracciglia un poco troppo sottilmente arcuata per poter credere che l'arte non ci entrasse in nulla. E sotto gli occhi cerulei stava un lividetto, che li faceva sembrare più grandi. Era bella insomma alla sua maniera e carnale.
Il prete rimaneva in piedi. Ella si alzò con fatica, andò verso di lui, lo prese per mano e, condottolo due passi innanzi, lo fece sedere nel seggiolone. Poi, guardandolo fisso, come se ella si destasse in quel punto, stirò le braccia, che le maniche larghe lasciarono vedere quasi fino alle ascelle; e il petto si arrotondò fieramente.
Tornò a buttarsi sul sofà, lasciando cadere a terra dal piede destro la pantofola ricamata. Gli occhi cerulei erano diventati di bragia.
La voce non aveva più la stanchezza e la dolcezza di prima. Vi dominava un timbro secco, strozzato, rabbioso, quando disse al prete interrottamente: - Mi dica un po', Don Giuseppe, perché mi sfugge? Perché non vuole vedermi più? Quand'io passo nel villaggio a cavallo della mia mula, perché mi chiude in faccia le imposte della sua casa? Dopo avermi ricevuta in principio quattro volte nella canonica, perché ha ora dato l'ordine di non lasciarmi entrare, nemmeno quando io reco il denaro dei poveri? Non posso metter piede in sagrestia; è molto che non mi caccino, come un cane, fuori di chiesa. Mi si rimandano i doni che faccio al tempio. Con qual diritto? Chi può mai rifiutare le offerte che si porgono a Dio? - Sbalzò in piedi e si piantò di contro il prete, domandando: - L'odio, signor curato, è forse una virtù cristiana?
Il curato affermò pacatamente, ma con la voce che tremolava: - L'odio del male è una virtù cristiana.
- Virtù cristiana, reverendo, è l'amore. Me lo insegnarono da fanciulla, quando andava in chiesa alla dottrina; me lo hanno ripetuto al confessionale. Poi, divenuta donna, vidi che l'amor vero mi rialzava l'anima, mi purificava lo spirito, mi avvicinava al cielo. L'amor vero passò, e, giuro, senza mia colpa. Allora, abbandonata, povera, gettata in una società piena di seduzioni e di corruzioni, cascai nella finzione dell'amore. Ma la finzione dell'amore, non è amore, è odio; è l'odio anzi più vile, abbietto, pauroso, straziante che si possa provare. Quest'odio m'uccide. Il cuore intanto arde, e cerca da molti anni invano il refrigerio di un affetto violento e sincero. Ho bisogno dell'amore che brucia.
Il prete, afferrando con un supremo sforzo di volontà i pensieri, che svanivano dalla sua testa, mormorò: - Calmatevi, poverina, mettete in pace la fantasia eccitata dalle sventure e dalle colpe della vostra vita. Fate di desiderare una sola cosa, il bene. Uscite da queste sozzure d'inganni e di vizii, in cui si trascina e imbratta la vostra esistenza. Tornate sola e povera, ma pentita e buona. Allora tutti vi dovranno amare, perché, amando voi, ameranno la virtù.
- Anche voi, Don Giuseppe, mi amerete anche voi?
E gli prese la mano, e la strinse, e il prete s'avvicinò.
La donna continuava sommessamente: - Don Giuseppe, guidatemi. Insegnatemi la via, conducetemi dove vi piace. Sarò la vostra schiava. Sarò, se vorrete, la vostra santa. Il vostro cuore dev'essere grande e nobile, deve specchiare il cielo, come i vostri occhi. Mi piacete perché siete bello, perché siete candido, perché indovino che non avete mai amato, perché voglio essere il vostro primo peccato, il vostro primo rimorso. Datemi il vostro amore, Don Giuseppe, il vostro amore.
La donna, arrovesciata sul sofà, teneva sempre con le due mani la mano del prete, il quale tremava dalla testa ai piedi. Il sole era tramontato; la camera diventava buia.
Ma, mentre la femmina ripeteva le ultime parole, sembrò al curato che d'improvviso un soffio fresco gli passasse sul fronte; e di repente gli comparve davanti la figura tetra e sanguinosa del suo Cristo dell'inginocchiatoio, solo che il volto, anziché piegato e morto, era vivo e guardava minaccioso e fierissimo. Il prete scattò e, prima che la donna potesse pronunziare una sillaba, era uscito dalla stanza.
Quando il servo con la livrea turchina e con le mostre cremisi vide scappare il prete dalla villa, quasi correndo, senza voltarsi, come se dietro le spalle lo minacciasse il demonio, sorrise maliziosamente, ponendosi l'indice della mano destra sulla punta del naso.

4

Il prete girò, senza saperlo, a sinistra, dove la strada sale e s'interna nella montagna; passò a' piedi della chiesetta di San Rocco, posta sul vertice di una rupe acuta, e camminò verso il prato così detto del Lago. Incontrava parecchi di quei carri alpini che, formati delle sole ruote dinanzi e di due lunghissime stanghe, le quali si trascinano per terra con la loro estremità posteriore, servono a portare il carico voluminoso di una erba appena tagliata, olezzante d'ogni grato profumo e tempestata de' fiorellini d'ogni allegro colore. I poveri buoi, scendendo lenti e gravi dall'erta ripidissima, puntavano vigorosamente le zampe tra i sassi enormi, docili alla parola delle montanine che li guidavano, maestosi e rassegnati, con l'occhio umido, un poco inquieto e assai mesto. Le donne salutavano, ma il curato non rispondeva. Una volta rischiò di rimanere schiacciato sotto a un carro, che non aveva scansato in tempo. Lasciò la strada; andò su per i sentieri, su per le roccie nude. La notte era diventata scura, e il prete andava senza sapere dove mettesse i piedi. Si trovò a un tratto sulla riva dell'alto lago, uno scolo de' ghiacciai, dove finalmente il rumore di due torrentelli, che precipitavano dalle cime e si frangevano tra i sassi, e il vento rigido delle gole, e la tosse, che gli spezzava il petto, richiamarono in sé il curato, il quale cadde con le ginocchia a terra e, giungendo le mani e fissando gli occhi nella vòlta tutta nera del cielo, ringraziò con una lunga preghiera il figliuolo di Dio.
In Menico frattanto crescevano le ansie. L'orologio della canonica aveva suonato la mezza dopo le dodici, e il padrone non ritornava. Il vecchietto aveva visto spegnersi i lumi nella villa del barone e sapeva bene che non c'erano moribondi nel paese: dove diamine quella testa sventata era dunque andato a passar la notte? Non s'attentava di allontanarsi troppo di casa; guardava dalle finestre, ma non vedeva altro che tenebre fitte. Se non fosse stato il servo di un sacerdote si sarebbe sfogato assai volentieri con qualche grossa bestemmia. Tendeva le orecchie, un cane aveva abbaiato, nulla; si sentiva un calpestio lontano, ascoltava, nulla. - O il reverendo l'avrà da fare con me. Starsene via tutta notte senza neanche avvisare! Siamo cani? E poi, col rischio di pigliarsi un nuovo malanno in tali disordini da scomunicati, e con quella maledettissima tosse, che non lo lascia mai stare. Figurarsi, sono ore queste da gironzare per le strade e da tenere alzati i galantuomini? Gliele voglio cantare secche, ma secche. Farebbe perdere la pazienza a san Luigi Gonzaga -. Tornava a guardare nell'oscurità e ad origliare; niente. Alla fine gli parve di udire in su, distante, il passo di un uomo; era un uomo, certo, che scendeva dalla montagna; il passo s'affrettava, rintronava; i cani abbaiavano: era il passo del curato. Allora il piccolo vecchio si pose dinanzi alla porta con il muso arcigno e gli occhi da cui schizzavano scintille di rabbia; aveva i pugni piantati sulle anche in atto di sfida, come se volesse impedire al prete l'ingresso della canonica, e già schiudeva le labbra per cominciare la ramanzina quando, vista la faccia del padrone, ammutolì e lo lasciò passare.
Borbottava tra i denti o per meglio dire tra le gengive: - Dio santo, che mutria! E come ha conciato i panni! Mi ci vorrà un mese a ricucirli e a rimetterli un po' in assetto. Bella carità cristiana.
Il curato passò il resto della notte all'inginocchiatoio, davanti al Crocifisso, che lo aveva salvato. L'alba fece parere più livido, più macilento, più contorto e più sanguinoso quel Cristo in croce, con la sua testa china incoronata di spine.
All'aurora principiò il concerto delle campane. Le suonava Menico, facendosi aiutare durante i suoi servigii di sagrestia e di chiesa, o quando si sentiva le braccia stanche, da un ragazzotto, che per solito era uno dei due monelli trionfatori del giorno innanzi, e propriamente quello bruno, il quale della metà dei trentasette fiorini guadagnati per l'uccisione dell'orsacchiotta non aveva visto il becco di un soldo, tanto i suoi parenti erano stati lesti a mangiarli tutti ed a berli.
Era la domenica, e la messa del curato doveva principiare alle dieci. Verso le otto un contadino, che veniva dalla valle, consegnò a Menico una lettera per il suo padrone. L'indirizzo, scritto in calligrafia sottile, snella, elegante, palesava una mano di donna. Il prete pigliò la lettera, la guardò; le dita gli bruciavano, le mani gli tremavano; una visione terribilmente allettevole di donna mezza nuda gli passò nella fantasia, e gli parve di udire nelle orecchie l'eco seducente e paurosa di una voce che bisbigliasse: Datemi il vostro amore, Don Giuseppe, il vostro amore! - Il curato voleva ad ogni costo sapere chi avesse mandata la lettera: ma il contadino doveva essere già lontano, né Menico aveva avvertito da che parte fosse andato via. - Del resto, - osservò il vecchietto, alzando le spalle, - apra e vedrà chi scrive -. Il prete stracciò in fatti la busta e spiegò i fogli, ch'erano parecchi, con un gesto d'angoscia; ma tosto si rasserenò, si mise a sedere e a leggere. La lettera era della signora Carlina, la moglie del dottore.
«Reverendo signor curato, Ho bisogno di tutta la pazienza, di tutta la indulgenza del suo cuore. Il mio buon Don Giuseppe si è mostrato in questi mesi tanto dolce verso di me, ch'io non esito ad aprirgli la mia anima intera, con le sue tristezze, i suoi dubbii e le sue paure. Mi pare anche di non agire come dovrei; ed ella mi rimproveri o mi conforti, ma sopra tutto mi consigli, giacché la mia esperienza è così piccola e la mia natura, pur troppo, così timida, ch'io non solo non so risolvermi a operare, ma spesso non distinguo bene quale sia il cammino da scegliere. Mi compatisca, signor curato.
Ho diciott'anni compiuti: dovrei essere quasi una matrona: però sino a tre mesi addietro, sino al giorno del mio matrimonio, io era vissuta come una bambina, fra mio padre, ottimo uomo, ma severissimo, e mia madre, donna tutta di casa. Non si vedeva nessuno, io non aveva passione per la lettura; ricamava, teneva i libri di cucina volentieri, mettendo nell'arte della cuoca, massime ne' piattini dolci (bisogna, Don Giuseppe, ch'ella venga ad assaggiarne uno il primo giorno che avrà tempo. S'intenda con Amilcare), mettendoci, confesso, un poco d'ambizione. Del resto dicevano che la mia salute era delicata. Ella, signor curato, mi guarda qualche volta in faccia con un cert'occhio compassionevole, come se dicesse: poveraccia, è tanto magra, tanto pallida! Amilcare mi ha, come dice lui, ascoltata più volte: non ha trovato, dice lui, neanche l'ombra del male. Fatto sta che io non sono mai obbligata a rimanere a letto, e che posso dichiararmi sul serio una grande camminatrice, una vera alpinista. Anzi, a questo proposito, vorrei ch'ella persuadesse Amilcare a farmi camminare meno. Quand'egli va nelle montagne alla visita de' suoi malati, vuole, quasi ogni volta, ch'io lo accompagni; ieri mi condusse con quel sole, verso le due, sino a Masine dalle scorciatoie dei viottoli; un'ora e mezzo di salita, e che salita, e che sassi! Giunta nel paese, mi cacciai a sedere in un angolo della chiesa, una chiesa umida e melanconica, dove mi toccò attendere due orette buone che Amilcare avesse finito di dar ricette e di cavar sangue, e intanto mi sentiva tutta intirizzita da un'aria fredda gelata. Non ho coraggio di dir di no. Amilcare osserva giustamente che il camminare desta l'appetito, e che io, avendo bisogno di rinvigorirmi, devo mangiare, carne sopra tutto, e bere almeno un bicchiere di vino; ma il vino proprio mi ripugna, non lo dico per affettazione, e la stanchezza mi toglie anche quella poca voglia di mangiare che aveva dianzi.
Signor curato, ella non ignora come fu il caso delle mie nozze. Amilcare è il mio solo cugino; era, si può dire, il solo giovinotto che, ne' mesi d'autunno, frequentasse la nostra casa; e poi buono, bello, di bei modi cortesi, e con una vivacità di parlare tutta sua; studiava molto; a Vienna si faceva onore; era diventato dottore, e poi medico condotto in questa valle. In somma, quanti sogni io andava mulinando nel mio cervello! Stava desta la notte per poter continuare le belle fantasie, parendomi che la intera giornata non bastasse a tante care e interminabili meditazioni. Mio padre si mostrava poco contento; gli piaceva poco ch'io dovessi sposare un medico; diceva che i medici sono tutti materialisti, parola ch'io non capiva bene, ma che non mi piaceva affatto; e mi dipingeva la vita di questa valle come una specie di sepoltura: otto mesi d'inverno, la neve alta sei piedi, tredici gradi di freddo, impossibile a una donna l'uscir di casa, le ansie per il marito, un mondo di guai. Ed io pensavo all'opposto dentro di me; l'inverno sarà il mio paradiso; due stanzette ben calde, fiori accanto alle stufe, i miei ricami, la mia cucinetta, qualche lettera alla mamma, e poi, anzi prima di tutto, sopra tutto, il mio Amilcare sempre indulgente, sempre grazioso, sempre allegro, e che lunghi discorsi, e come sarà contento di tornare nella sua casina, presso la sua Carluccia, che gli vorrà tanto bene! Scusi, signor curato: sono una vera sciocca. Dunque ci siamo sposati; il viaggetto di nozze, un incanto; il primo mese in questa valle una delizia. A dirgliela però Amilcare fumava un poco troppo anche in principio, e mi appestava la camera.
Io non diceva niente; ma qualche volta mi mancava il respiro, mi sentiva un tantino di mal di stomaco. Cose da nulla. Il mio sposo mi amava; discorreva sempre del futuro, quando ci pianteremo in una città, e il suo nome diventerà celebre, e guadagnerà tanti quattrini, e gli pioveranno addosso tanti onori, e darà delle grandi feste, nelle quali io dovrò essere acconciata da vera regina. Quest'ultima parte non mi andava a' versi; ho sempre avuta poca inclinazione a figurar nella gente. Certe piccolezze mi davano già ombra, m'offendevano un poco; aveva torto.
Il male è cominciato quasi ad un tratto, quando venne ad abitare nella villa accanto a lei, signor curato, quella donna che dicono la baronessa, e quando, fino dal primo giorno del suo arrivo, mandò in gran furia a chiamar mio marito. Da quel momento non è stato più lui. Ha cento fumi per la testa; pare che si vergogni di me; e non ostante mi sforza a seguirlo nelle sue camminate sui monti, ma non mi guarda, non mi parla, non m'aiuta nemmeno a salire un'erta o a passare un'acqua. Anche in casa, se gli parlo, mi risponde sì o no, o non risponde affatto; ogni sua parola, quando finalmente la dice, è un rimprovero o, che mi duole ancora più, un sarcasmo: non so più né vestirmi, né pettinarmi, né quasi mettere alla bocca il cucchiaio, né adoperare la forchetta e il coltello. La casa gli sembra piccola; non gli piace né il desinare né la cena, per quanto io mi lambicchi nell'indovinare i suoi gusti e nel condire e cuocere le vivande. È andato quattro volte a cenare all'osteria con i carrettieri, ed anche le altre sere, quando non è alla villa o non esce per i suoi malati, va a bere la genziana, e ne beve (mi vergogno) più di un bicchierino di certo. Allora poi! Mio signor curato, mio buon Don Giuseppe, mi aiuti: io ci perdo la testa e ci muoio. A mio padre, alla mamma non posso dir nulla; ella, Don Giuseppe, è la sola persona sulla terra che mi sappia compatire e soccorrere.
E divento anche cattiva. M'affatico a stargli intorno con le carezze, con le dolcezze; mi respinge, ed io torno più mansueta che mai; ma qualche volta non posso; sento nascermi dentro come uno spirito fiero di ribellione, nuovissimo, incomprensibile, e ch'è pure tanto contrario alla pieghevolezza della mia natura. Provo una sensazione che non aveva provata mai: un'agrezza, un'amarezza profonda. Oramai conosco il sapore del fiele. Comprendo tante cose di cui prima non capiva nulla: un mondo brutto mi si apre dinanzi. Mi sono guardata bene nello specchio. Sì, sono magra; sì, sono pallida; ma i miei occhi mi paiono neri e grandi, la mia fronte, la mia bocca, tutti i miei lineamenti sono regolari, e il mio corpo non è poi uno scheletro. Non ostante, al mio marito di tre mesi, al mio sposo non piaccio più. Cita le bellezze tonde della baronessa. Le ho viste io quelle sfacciate bellezze: è passata tre volte sotto le mie finestre, seguìta da corteggiatori e da servi, sulla sua mula bianca. Le ho piantato gli occhi in faccia e la ho studiata bene: sulle guance ha il rossetto, sulle labbra la polvere di corallo, e le sue magnifiche sopracciglia sono tracciate col pennello.
Falsa al di fuori come dev'essere bugiarda al di dentro. E mi ha rubata la stima, mi ha rubata l'affezione di Amilcare! Ora, un'ultima parola, signor curato. Amilcare vuole che io vada a visitar la sua ganza. Ho detto di no, ed egli insiste, ed io, caschi il mondo, non voglio. Ho ragione? Ho torto?
Don Giuseppe, mi pigli per la mano. Ella che vede le cose di questo mondo dall'altezza della sua santa pace; m'insegni a uscire dalle bassezze di questi miei nuovi sospetti e dalle viltà di queste mie nuove angoscie. In un mese come è mutata La sua disgraziatissima
CARLINA».

Il prete aveva letto la lettera attentamente, sospirando in principio, fremendo alla fine. - Povera santa! - esclamò; e scrisse questo polizzino con la sua scrittura larga e affrettata: «Verrò domani. Discorreremo, e vedrà che i suoi dubbii non sono giusti. Pazienza, indulgenza, dolcezza: ecco i rimedii. Preghi la Santissima Vergine Maria, che conosce le debolezze e le ambascie dei mortali. A rivederci domani».
Menico aveva annunziato da un po' di tempo, che una donna, la Pina del Rosso, ed il vecchio padre di lei chiedevano di parlare al reverendo signor curato. Entrarono con gli occhi pieni di lagrime; e la donna, singhiozzando, raccontò che il suo marito voleva vendere le giovenche, tutte, una ventina, l'unica loro ricchezza, per impiegare il denaro nella impresa delle ferriere: - Deve condurre le bestie doman l'altro al mercato di Malè, e ci andranno con le loro mandre altri cinque o sei di questi indemoniati. Daranno via il bestiame per niente: e poi a tali imprese, che il diavolo se le porti, io non ci credo. Sono trufferie; lo dice anche mio padre, che sa il vivere del mondo -. E il povero vecchio mezzo paralitico accennava di sì, crollando mestamente il capo. - Non glielo avessi mai detto al mio uomo! S'è infuriato, mi ha picchiata; veda queste lividure - e mostrava le spalle maculate. - Ma io insisteva, e lui giù botte da orbo. Non ho potuto rimuoverlo di un ette. Ci salvi lei, signor curato; scriva a Trento, scriva all'imperatore; impedisca la distruzione del villaggio, per carità.
Il prete s'era alzato e, ascoltando la donna, camminava su e giù per la stanza, in preda ad un'agitazione vivissima. Ripeteva: - Infami -. Poi disse ad alta voce: Parlerò al Capocomune, m'intenderò con lui, e qualcosa, se Dio ci aiuta, riusciremo a fare.
- Il Capocomune! Un bel soccorso! - ripigliò la donna. - È lui che ha fatto impazzir la gente; è lui che suggerisce a tutti di barattare il bestiame, il quale dà tanti pensieri, come dice, e così poco profitto, con quei fogli di carta che fruttano del bell'oro solo a guardarli. L'ho sentito io con le mie orecchie, signor curato. Povero il nostro armento! E poi (la ho da dire?) a quelli che rispondevano che Don Giuseppe non crede a così fatti miracoli, il Capocomune replicava: «Ah sì! Quel... (la taccio per rispetto) quel... lo caccieremo via, e presto. È ora di finirla con quel... Non vede più là del naso e pretende d'insegnare alla gente». Poi, sottovoce, aggiungeva: «Sappiate che durerà poco, una settimana al più; lo so io, e basta».
Il prete continuava a camminare, invaso dall'ira: - Ebbene, andrò domani dal capitano a Malè, chiamerò il signor giudice, farò processare tutta questa canaglia -. Ma Menico, dalla soglia della camera, diceva: - Signor curato, sono quasi le dieci: venga a vestirsi per la messa -. Dovette avvicinarsi al padrone e ripeterglielo più volte, tanto il prete era fuori di sé.
Don Giuseppe cercò di ricomporsi un poco, salutò la donna e il vecchio contadino, uscì dalla canonica e, traversando il sagrato, entrò dalla porticina esterna in sagrestia, intanto che il ragazzotto uccisore dell'orsa suonava a distesa l'ultima chiamata.
Mentre Menico s'affaccendava nell'aiutare il padrone a vestirsi, questi premeva violentemente il petto con la mano lì dove il cuore pulsa, come se avesse voluto impedirgli di battere, e bisbigliava le preci.
Mosse all'altare con gli occhi a terra, senza veder nessuno; s'inchinò dinanzi ai gradini, poi andò a baciare la tavola consacrata; e nello stesso tempo ch'egli pronunciava le parole rituali faceva nell'interno queste giaculatorie: - Io sono indegno di avvicinarmi all'ara dove stanno le reliquie dei Santi; io sono indegno di essere ammesso al divin desco dove s'imbandisce il Santo dei Santi. Fate, oh Signore, ch'io non vi porga un bacio simile a quello di Giuda. Ah, Signore, salvatemi da tanta nefandità purificando il mio spirito... Oramus te Domine... Kyrie eleison... Oh, dolce Signore, quanti beni avete dato agli uomini, e come questi vi restituiscono il male. Eccovi in faccia il più ingrato, il più colpevole di tutti. Perdonatemi, Signore; compatite alla mia miseria; abbiate pietà di me... Gloria in excelsis Deo...
Il prete, sempre con gli occhi a terra, si voltò verso il popolo; e mentre con la bocca leggeva l'Epistola dalla parte destra dell'altare, mormorava dentro: - Agnello senza colpa, che avete voluto essere calunniato, deriso, offeso per compiere gli oracoli della Scrittura, fate ch'io possa imitare la vostra innocenza negli atti e la vostra pazienza nelle afflizioni -. Tornò alla sinistra e cominciò la lettura del Vangelo: - Munda cor meum... Verbo grazioso nella dolcezza e nell'umiltà, fate che la dolcezza e l'umiltà non abbandonino mai il mio cuore... Credo in unum Deum...
Il prete scopre il calice, lo ricopre, si purifica le mani a lato dell'altare, mostra il volto a' credenti, e, sempre con lo sguardo basso, dice: - Orates frates  -. Alza poi l'ostia, come immagine di Gesù alzato sulla croce, e, consacrato il vino, solleva il calice. - Oh sangue prezioso, sgorga insino a me quale nuovo battesimo. Oh se potessi versare il mio sangue tutto per te, il mio sangue fino all'ultima stilla... per omnia saecula...
Il prete spezza in due parti l'ostia santa, a similitudine dell'anima di Gesù che si stacca dal corpo; mette una parte dell'ostia nel calice e la consuma picchiandosi il petto: - Domine non sum dignus... - Indi riceve il sangue prezioso nel calice, e, dopo essersi comunicato, procede alle abluzioni: - Dominus vobiscum... Nella ineffabile gioia di vedervi salire al cielo, oh Salvatore del mondo, sento la contentezza di possedervi ancora qui in terra; la mia fede vi adora sul trono del vostro amore nell'Eucarestia, in quello stesso modo che vi adora sul trono della vostra gloria in Paradiso...
Nel dire: - Ite Missa est  - il sacerdote alzò gli occhi e vide dinanzi alla folla, seduta nella prima linea di panche, Olimpia, la baronessa, accanto al maestrino di pianoforte.
Il collo di neve ed il principio del seno candido, spiccavano nella mezza oscurità del tempio. Ella sorrideva colle sue labbra tumide e rosse, fissando gli occhi negli occhi di Don Giuseppe, lasciva e sfacciata. Il prete sentì un velo calargli sulle palpebre; non ci vide più; traballò; il sangue gli corse tutto al cuore. Un istante dopo gli corse tutto al cervello, e allora non poté più frenarsi, e cominciò sui gradini stessi dell'altare, con la voce tonante, con il gesto del Cristo nel Giudizio di Michelangelo, una predica furibonda.
- Via dalla casa del Signore i perversi e gli ipocriti. Fuori i profanatori dal tempio. Voglio impugnare lo scudiscio di Gesù per cacciare lontano questi corruttori delle anime, questi ingannatori delle coscienze, questi avidi succhiatori del danaro del povero. E voi, gente illusa, non vedete, orbi che siete, quale precipizio vi si apre sotto ai piedi? Rovinate il paese, gettate nella miseria i vostri figliuoli, la vostra moglie, i vostri vecchi per correre dietro all'inganno. Aprite gli occhi, figliuoli. Credete a me, che da dieci anni sono con tutto il cuore vostro padre e fratello, credete a me, che piuttosto di lasciare questa cara montagna morirei cento volte. Ed io vi scongiuro, come pregavo momenti fa il Signore, padrone di tutte quante le cose: ravvedetevi, tornare ai vostri costumi onesti e semplici, alla cura dei vostri armenti, all'amore di chi vi ama davvero. Avrete la pace in terra, e la gioia in cielo. Rammentatevi i comandamenti di Dio. Nel sesto i Canoni penitenziali gridano anatema contro la femmina che si imbelletta per piacere agli uomini; nel settimo e nel nono gridano anatema contro colui che ruba con la violenza, con la frode, o con le false lusinghe. Fuggite i peccatori. Dio v'aiuti e vi ispiri.

5

Il prete, poiché si fu sfogato, rientrò nella sua camera livido in volto, salvo due cerchi rosei nel mezzo delle gote, con la gola arsa, con il petto divorato da fiamme interne, tossendo, sputando nel fazzoletto larghe chiazze di sangue, ma abbastanza calmo, mentre al di fuori invece la tempesta s'andava addensando contro di lui. In chiesa, nell'udire la voce terribile rintronar sotto le vòlte, nessuno aveva ardito di fiatare; ma poi, finita la predica, uscendo all'aperto, fu un bisbiglio, un interrogarsi, un esclamare, uno scandalizzarsi quasi generale. Chi non aveva bene afferrato il senso delle parole se le faceva spiegar dal compagno. La baronessa era sparita; il Capocomune era corso a dar l'ordine che sellassero il mulo, intendendo volare a Trento per ottenere, diceva, che i pazzi furiosi venissero finalmente mandati al manicomio.
Il dì seguente, appena giorno, non ostante la febbre, il curato scese a piedi nella valle, e poi da Cogo, montato sopra una carretta di contadini, andò a Malè per vedere il Capitano, il quale, ascoltate le parole del prete con qualche impazienza, gli disse che le sue proprie informazioni risultavano differenti; non c'erano pericoli; non c'era un perché di pigliarsela tanto calda; queste cose, del resto, riguardare l'autorità civile, non l'ecclesiastica; stesse quieto dunque e tornasse a casa.
Nel ritorno il prete, avvilito, sfinito, si fermò dalla signora Carlina, che era sola. Si rammentò della lettera ricevuta il dì innanzi, e principiò con savie ragioni a tentare di confortarla; ma, mentre parlava, le lagrime gli rigavano le guance, ed ansava. La buona giovane con bel garbo lo fece tacere, lo sforzò dolcemente a pigliare un poco di brodo, un mezzo bicchier di vino e due bocconcini di una certa torta ch'ella aveva preparata con le sue bianche mani. Il prete si calmò; ascoltava la voce tranquilla, soave della poverina, la quale aveva dimenticato i suoi proprii dolori per alleviare quelli del suo caro curato. Non voleva lasciarlo andare, lo pregava a mani giunte che non si rimettesse in cammino; ma il prete, sospirando, ripeteva: - Compirò il mio dovere.
Nell'uscire da quella casa si sentì più robusto, più leggero e più puro.
Prima di avviarsi all'erta della sua montagna volle tornare indietro una ventina di passi per inginocchiarsi ad una cappelletta. Un lumino rischiarava l'immagine della Santa, la quale, certo, non era stata dipinta né dal Beato Angelico, né da Raffaello da Urbino. I capelli, fatti a linee ondulate mezze giallognole e mezze rossigne, le cadevano sulle spalle, ed erano circondati da una grande aureola a raggi, simile alle ruote di un carro; aveva le guance porporine; aveva la bocca a forma di sgraffa orizzontale d'un bel colore vermiglio; e le sopracciglia dovevano essere state tracciate con le seste, prendendo a centro le pupille azzurre, tanto il loro semicerchio appariva netto e preciso. Ma quando il prete, nel fervore della sua orazione, alzò gli occhi a quella figura, gli parve che fosse uno scherzo del diavolo. Credé di vedere un'atroce caricatura di Olimpia, e subito sentì il cuore martellargli orribilmente, e si alzò disperato.
Mille idee ribollivano nel suo cervello; ma ce n'era una piccola, la quale si metteva innanzi a ogni tratto, ed era questa: - La donna infame ha sì o no le labbra, le gote e le sopracciglia dipinte? La signora Carlina aveva visto bene, o l'innocente gelosia le aveva forse offuscato il giudizio? - E al sospetto che fossero finzioni, il prete sentiva un certo vago rammarico. Poi si vergognava di quegli indegni pensieri, s'affaticava a ritrovare il filo della preghiera interrotta; ma quanto più raccoglieva le sue forze per cacciar via l'immagine della donna oscena, tanto più quell'immagine viva, imperiosa, seducente, supremamemte bella, gli si piantava ostinatamente in faccia.
Il dì seguente alle cinque del mattino il curato stava seduto nel confessionario ad ascoltare e a perdonare i peccati monotoni delle paesane. Era il dì di San Rocco, e le donne timorate, prima di unirsi con la candela alla processione, che, verso le quattro della sera, doveva avere luogo tra la chiesa del villaggio e l'oratorio del Santo, volevano mettere la coscienza in pace. Ad ogni assoluzione il prete ripeteva dentro di sé, compunto e devoto, i versetti del cinquantesimo Salmo, e, per vincere la stanchezza e la noia, riandava nella memoria i capitali precetti sul ben confessare, massime quelli dati da sant'Alfonso dei Liguori, il quale insegnò a rimanere sempre nel giusto mezzo, non declinando neque ad dexteram rigorismi, neque ad sinistram laxitatis.
Una ventina di penitenti aveva già ricevuto l'Ego te absolvo  quando il prete sentì un olezzo come di viole, soavissimo, e vide dai bucherelli della fitta grata un'ombra tutta nera. In quell'incavo buio del confessionario non si potevano scorgere i lineamenti del volto, ch'erano, per di più, ricoperti di un velo nero a ricami. Il sacerdote principiò in tono pieno di benevolenza: - Ringraziamo il Signore, figliuola mia, che vi ha condotta quest'oggi al tribunale della penitenza. Non temete: io non sono altro che il vicario del suo amore, vicarius amoris Christi. Dio vuole consolarvi: fate dunque cuore; io vi aiuterò. Qualunque cosa vi sia succeduta, col soccorso divino rimedieremo a tutto. Dite dunque con santa confidenza.
- Padre, sono io.
Il prete scattò e fece per uscire dal confessionario; ma poi, credendo che fosse una tentazione del demonio, strinse la croce che gli pendeva dal collo e mormorò una preghiera.
- Padre, sono io, - ripeteva la voce dell'ombra nera, - e voglio che mi ascoltiate.
Il prete rimase a sedere, pensando che non è lecito respingere un penitente, e balbettò, mentre grosse stille di sudore gli gocciolavano dalla fronte: - Siete pentita? Propriamente pentita? Sapete che cosa è la contrizione? È l'odio del peccato commesso con la ferma volontà di emendarsi.
- Don Giuseppe, vengo a salvarvi.
- Si tratta di me soltanto?
- Di voi solo.
- Allora questo non è il luogo. Scrivetemi.
- Non posso. Quel che vi dirò deve rimanere segreto.
- Sotto suggello di confessione?
- Sotto suggello di confessione.
- Vi avverto allora che non dovete pronunciare nomi di colpevoli o complici: i Concilii hanno riprovato formalmente queste delazioni.
- Dirò una cosa; tacerò i nomi. Don Giuseppe, siete un ostacolo; vogliono torvi di mezzo.
- Lotterò.
- Don Giuseppe, vogliono farvi morire.
- Mi difenderò.
- Vi avveleneranno domani. Badate all'ampolla del vino. Chiudete la sagrestia; mutate il vino; spezzate l'ampolla: salvatevi. Addio -. E l'ombra nera scomparve dalla chiesa, mentre il sole cominciava a indorare la cima del campanile.
Il curato ripigliò le sue confessioni con la stessa pazienza, con la identica dolcezza di prima. Tutto il giorno fu affaccendato nella processione, nelle visite dei preti della valle, ai quali dovette offrire del vino, quello ben leggiero e acidetto che aveva, ed in molti altri uffici ed impicci. Diede le disposizioni per la cerimonia della mattina seguente, giacché la immagine di San Rocco, ch'era stata solennemente portata dall'oratorio alla chiesa del villaggio, doveva venire di nuovo riportata al suo luogo, e, salutato Menico, si rinchiuse alla fine nella propria camera più morto che vivo, benché la febbre fosse diminuita e la tosse gli avesse lasciato un po' di tregua.
Subito dopo la rivelazione di Olimpia il prete era diventato un altr'uomo. Le incertezze, le angoscie, il malcontento di sé, le lotte basse, che doveva combattere contro la propria immaginazione, la guerra spietata, che doveva muovere a' propri sensi, il dubbio di essere già caduto, per causa delle sue debolezze, in qualche grave peccato: tutto ciò lo aveva incurvato della persona e prostrato di spirito. Si era tosto raddrizzato e animato; aveva tosto assunto un'aria lieta, quasi baldanzosa. - Morirò - ripeteva - morirò sull'altare. Uscirò da questo sozzo involucro di carne; diventerò puro spirito. Non più contrasti, non più rimorsi, la quiete dell'eternità.
Ma, durante il giorno, gli erano nati degli scrupoli. Poteva egli bere senz'altro? Non aveva egli l'obbligo di serbarsi alle miserie mortali per amor del prossimo? Il segreto della confessione doveva spingersi fino a danneggiare se stesso, quando il salvarsi non poteva creare sospetti verso nessuno? Cercò nelle decisioni dei Concilii, nel Rituale romano; guardò il Tractatus de Sacramento Poenitentiae; consultò gli scritti del cardinale di Lugo, del Coninck sulla Confessione; esaminò le opere di san Tommaso. In nessun luogo all'inviolabilità del sigillo erano ammesse eccezioni. Il prete anzi, con sommo sconforto, rinvenne un caso identico al suo, quello del beato padre del Buffalo, fondatore dei Missionarii del Prezioso Sangue, il quale, avvertito che il vino delle ampolle era avvelenato, andò ugualmente a celebrare la messa, si servì di quelle ampolle, di quel vino e morì. Bisogna, in una parola, che il sacerdote ignori, anche per sé, a qualunque costo, sempre, ciò che ha udito nel confessionario. Messo bene in sodo questo punto essenziale, e ringraziato con caldissima effusione il Cristo dell'inginocchiatoio, il curato si pose a letto, dove trovò, dopo tante tempeste, un sonno lungo e placido.
Menico dovette scuotere più volte il corpo delicato del prete prima che questi riescisse a destarsi bene.
Buon pro le faccia, signor curato, - disse il vecchio bisbetico. - È ora di alzarsi. Non sente che suonano per la messa?
- Vengo, vengo, buon Menico -. E in venti minuti era già parato in sagrestia, e ripeteva, beato, il Veni Creator. Entrò in chiesa come se entrasse in Paradiso; aveva gli occhi esultanti; il suo incesso non era mai stato così maestoso; la sua persona non era mai stata così superba; sembrava ch'egli, raggiando, salisse i gradini del trono di Dio. Introibo ad altare... Introibo ad altare... e Menico, che doveva risponder messa, non capitava. Finalmente entrò dalla porticina della sagrestia, recando sul piccolo vassoio le due ampolle di vetro, e s'affrettò verso l'altare. Ma, mentre passava, un'ombra vestita di nero, col velo che le copriva la faccia, s'alzò, e come se volesse precipitosamente uscire di chiesa, diede di cozzo al vecchietto piccolo, sicché vassoio e ampolle andarono per terra. Si sentì un gran fracasso, e le ampolle si ruppero in cento pezzi. Il vino e l'acqua formarono due rigagnoletti.
Non si può dire la confusione che ne nacque. Chi è stato, chi non è stato? Una donna. È fuggita. L'ha fatto apposta? E quello sciocco di Menico! Ora come si farà? Non si dirà più la messa. Bisognerà riconsacrare la chiesa. È una minaccia del cielo. - Andate a pigliare le boccette nell'oratorio di San Rocco.
Questo consiglio fu immediatamente seguito, e, dopo un quarto d'ora, la messa poté ricominciare. Dopo la messa ebbe luogo la processione, con i relativi stendardi, le solite bambine vestite da angioletti, i soliti incappati di rosso e di verde, ed i consueti brontolii. La statua di San Rocco, in legno colorito, con il suo cappellone a larghe tese, la conchiglia del pellegrino e la mano che mostra le piaghe della gamba, fu rimessa nella nicchia dell'oratorio, e la cerimonia ebbe fine. Il curato aveva estremo bisogno di rimanere solo.
Entrando nella canonica, vide in piedi vicino alla finestra dell'andito due persone, che lo dovevano certo aspettare. Erano il Capocomune ed un ecclesiastico, appena giunti da Trento. Li pregò di mettersi a sedere; ma l'ecclesiastico, in attitudine umile e compunta, porse al curato una grande lettera, suggellata con le armi di Monsignor Vescovo. Il curato, lette le prime righe, impallidì e chiese licenza di ritirarsi per un momento nella sua camera. Appoggiò al muro le spalle e continuò a leggere, poi cadde sulle ginocchia di contro al Cristo sanguinoso e pregò alcuni minuti.
La lettera sospendeva il prete dalle sue funzioni di curato, gli ordinava di consegnare immediatamente la chiesa con tutti gli oggetti sacri, e la canonica con tutto ciò che non fosse di proprietà sua personale, all'ecclesiastico esibitore del foglio, d'accordo, per ciò che potesse riferirsi alla potestà civile, con il signor Capocomune. Quanto alle ragioni di una ordinanza tanto severa era detto poco. Si citava questo precetto: Parochus debet, in quantum potest, cum debita prudentia scandala de medio tollere; ora, non solamente il curato aveva mancato di prudenza nel cercare di togliere via gli scandali, ma ne aveva fatto nascere di nuovi e gravissimi, senza volersi fermare alla sua condotta sospetta, o per lo meno incauta anche rispetto alla morale.
Perduta oramai ogni autorità nella parrocchia, doveva lasciar ad altri il suo ufficio. - Firmato: GIOVANNI Vescovo.
L'ordine era perentorio; bisognava ubbidire. Chiamò Menico, pregandolo di fare senza indugio un involto della sua poca biancheria, della veste talare, di un paio di scarpe, di tre o quattro volumi teologici: nient'altro. Si mise in tasca i ritratti in dagherrotipo del padre e della madre defunti, ed uscì nell'andito, dicendo: - Sono pronto. Principiamo, se credono, dalla sagrestia.
L'ecclesiastico così subito non voleva; facesse il comodo suo; v'era tempo; desiderava anzi mostrargli la propria costernazione; bramava che si sapesse come non avrebbe accettato senza il vincolo della santa ubbidienza. Don Giuseppe insistette, e si principiò la consegna oggetto per oggetto. La faccenda non avrebbe dovuto riuscire lunga, tanto la chiesa era povera e l'armadio della sagrestia piccolo; ma il nuovo curato voleva esaminare tutto appuntino, e con voce untuosa, con accento mellifluo notava: - O Dio, com'è sudicio! Santa Vergine Maria, com'è stracciato! Ne manca un pezzo! V'è una macchia d'olio! Che pitoccheria! Che indecenza! - Vi fu un istante in cui Don Giuseppe guardò nel viso il pretino soave, poi disse con la frase rotta e rapida dell'impazienza: - Reverendo, la parrocchia è tanto misera! Ho dato per la chiesa tutto quel poco che avevo, tutto fino all'ultimo centesimo: non ho saputo far meglio. Compatisca -. L'altro diventò ancora più zuccherino e ostinato. Nominava in latino gli oggetti e li esaminava uno ad uno meticolosamente: Purificatorium lineum... è tutto sfilacciato! Mappa triplex ex lino vel cannabe confecta... vi sono due buchi, anzi tre, anzi quattro! Calix et patena... di ottone, e quante ammaccature! Missale cum puvillo... non c'è un foglio che abbia l'angolo intiero! Paramenta albi, rubri, viridis, violacei et nigri coloris... oh che colori sbiaditi, non si distinguono più l'uno dall'altro! Bursa, velum, manutergium... roba da buttar via! Ampullae vitreae... - Le ampolle non c'erano; e qui la faccia del novello pastore assunse una espressione tra lo scandalizzato, il disgustato e il pietoso, chinando il capo a sinistra e giugnendo le mani all'altezza della bocca.
Nella canonica Don Giuseppe disse: - Lascio tutto, eccetto, se permettono, questo fardello -, e mostrava la roba che c'era dentro. Continuò lesto, come se le parole gli bruciassero le labbra: - Prego il signor Capocomune di accettare in mia memoria questo fucile da caccia; prego il reverendo signor curato di distribuire ai poveri del paese un poco di danaro, a giudizio suo, in compenso di questi mobili, di tutti questi oggetti, che sono mia proprietà e che abbandono alla canonica -. L'ecclesiastico, grave e contegnoso, dopo avere ben guardato in ogni angolo della stanza, assentì col capo. La voce di Don Giuseppe ripigliò fioca, strozzata dal dolore: - Mi faccia poi una grazia, reverendo: ai miei... scusi, ai suoi buoni parrocchiani rechi l'ultimo addio del povero pastore senza gregge. Li ho tanto amati, e devo partire, dopo dieci anni, senza salutarli con una sola parola d'affetto, e nell'andarmene sento l'anima straziata ed il corpo disfatto, e mi restano pochi giorni di vita, ma in questi pochi giorni pregherò per essi come il padre prega per i suoi cari figliuoli -. Le lagrime spuntarono negli occhi di quel disgraziato.
Dalla via che conduce tosto fuori del paese, il prete, in compagnia di Menico, s'avviò rapido giù per la china; ma, dopo un centinaio di passi, si fermò come avesse scordato una cosa di suprema importanza. Stette un poco a pensare, poi, dandosi coraggio, tornò indietro e bussò alla canonica. Quando il nuovo curato se lo vide ancora davanti, non poté trattenere un moto di dispetto; e Don Giuseppe, confuso, pauroso, bisbigliò: - Perdoni, reverendo; un minuto solo; abbia pietà del misero prete, ch'ella non vedrà mai più. Il suo cuore sia generoso, senta, non s'adiri, mi faccia un dono, il più gran dono ch'io possa ricevere in questo mondo -. L'altro aveva negli occhi l'impazienza, lo sprezzo, l'avarizia, ma sulle labbra il suo perpetuo sorriso. Don Giuseppe continuò, sempre dalla porta, timidamente, umilmente, al modo di uno che implori l'elemosina: - Nella camera v'è un Cristo in croce, il solo conforto mio, e lo ho pregato sempre, e sempre mi ha aiutato, e sempre mi ha salvato dalle tentazioni della carne. Senza quel Cristo non potrei più vivere, né morire. Reverendo, abbia compassione di me, mi regali quel Cristo.
Il nuovo curato si avvicinò all'inginocchiatoio e guardò la figura: l'intaglio era grossolano, la dipintura goffa, con il rosso grumoso del sangue, che sprizzava dalla fronte incoronata di spine e sgorgava dalle ampie ferite del costato; e le membra da cadavere si contorcevano tutte; e la lunga e magra e livida faccia metteva disgusto e terrore. Il degno sacerdote staccò dalla parete il Cristo e lo porse a Don Giuseppe, dicendo: - L'immagine del Figliuolo di Dio mi piace più benigna e più bella. La religione non dev'essere uno spauracchio da bimbi e da perversi; e le anime dolci, come la mia, anelano la dolcezza. Prenda e vada con Dio.
Menico aspettava fuori del villaggio, tenendo in mano il fardello, e insistette per portare anche il Cristo, ma Don Giuseppe non volle. Le aveva involto in uno straccio di tela verde, ma lo teneva sotto l'ascella cautamente, come fosse stato di vetro; era in fatti di legno tanto tarlato e di pezzi così male incollati insieme che certo, cadendo in terra, non sarebbe rimasto intiero.
Padrone e servo si guardavano sovente, senza pronunciare una sillaba. Cominciava a imbrunire e la strada era deserta. Il prete sentiva una spossatezza simile a quella che segue le grandi febbri, e aveva la fronte bagnata di sudore; si mise a sedere sopra un sasso, quasi in terra, nascondendo la faccia nelle palme delle scarne mani e posando i gomiti sulle ginocchia; pianse; poi, rialzando la testa e guardando Menico, disse: - Eppure, Menico, io non sono colpevole. Non ho fatto, ch'io sappia, niente di male. Ho resistito al demonio; l'ho vinto. Ho amato i miei parrocchiani.- E tornò a nascondere il volto ed a piangere.
Menico si fece coraggio, e chiese finalmente quel che voleva domandare da un pezzo: - Signor padrone, dove intende di andare?
- Fino a Cogo, per questa sera.
- Ma poi?
- Non lo so.
- E allora?
- Mi affido alla Provvidenza.
- La Provvidenza, va bene; ma, scusi, signor padrone, ha danari in tasca?
- No.
- Già non ne poteva avere. Li consegnava tutti a me, che facevo le spese. Ma se non me ne ricordavo io... - e porse al padrone un vecchio portamonete, soggiungendo: - Vi sono cento lire.
- Cento lire, in che modo? Io non posso averti consegnato tanto.
- Sì, signor padrone.
- Dimmi la verità.
- Ebbene, c'è dentro qualche cosa de' miei risparmi.
- Tutti, rispondi il vero. E vuoi restare senza nulla?
- Ho bisogno di poco.
- Sei un cuor d'oro; ma non voglio. Accetterò venti lire.
- Sessanta per lo meno.
- No, venti.
- Eccone venti sole, - e Menico diceva una bugia. Ne aveva lasciate sessanta.
- Ora va, Menico; è vicina la notte; pare che voglia far temporale; dammi il fardello e torna al villaggio.
Il vecchietto non voleva a nessun patto; intendeva scendere almeno sino a Cogo e passarvi la notte: il dì seguente il cielo avrebbe provvisto. Ma in realtà Menico, già stracco motto, camminava zoppicando e inciampando in tutti i sassi della via, sicché per forza si dovette fermare. Allora il prete, dando un bacio sulla fronte al vecchio che piangeva, gli disse addio. Nemmeno il cane da caccia, il quale aveva seguito il suo padrone saltellandogli intorno, voleva tornare indietro; e Don Giuseppe, mentre lo accarezzava, esaminò nella propria coscienza se gli fosse lecito d'ora in poi ricevere un qualche conforto dal gaio affetto della bestia fedele, ma concluse dentro di sé vergognandosi del desiderio profano e mormorando: - Per me la terra non deve più avere nessuna consolazione -. Il cane, legato ad una funicella e tirato da Menico, si contentò di rifare con la coda fra le gambe il cammino alle calcagna del vecchio, il quale andava a passi di lumaca; e la bestia, inquieta, insospettita, mandava degli ululati lunghi, strazianti, che si diffondevano come voci di triste presagio nel silenzio delle montagne.
Quando il prete non poté più vederlo, Menico si sdraiò sull'erba, brontolando: - Gliel'ho fatta. Egli crede che io ritorni al villaggio; invece mi riposo un'oretta, e poi scendo a Cogo a raggiungerlo, e sarà bravo chi mi potrà staccare da lui -. Di tratto in tratto ripeteva: - O che caso, o che brutto caso!

6

Il prete restò solo.
La via piegava in quel luogo, entrando a ghirigoro in un'altra vallata stretta, dalla quale non si poteva più scorgere il villaggio alpino. Don Giuseppe si voltò per guardare la sua chiesa, il suo monte, e fissare gli occhi ancora una volta sui ghiacciai della cima, che staccavano biancastri sulle nubi nella luce d'un crepuscolo grigio e monotono. Il pover'uomo non tossiva, non sentiva nessun bruciore nel petto, non aveva quella febbriciattola e quelle subitanee accensioni da cui era tormentato quasi continuamente: ringraziò il cielo, che gli dava un'ora di salute il giorno in cui gli aveva tolto ogni altra cosa mortale. Solo provava uno sfinimento di tutte le membra, il quale non era privo di una certa dolcezza, e metteva l'animo in uno stato di vaga e come sognante ebrietà.
Passando dal paesello di Ledizzo, alzò gli occhi alle finestre della casa dove abitava la signora Carlina. Ella che guardava appunto nella via, aspettando il dottore, vide negli ultimi bagliori della sera camminare lentamente il suo buon Don Giuseppe, e lo salutò, e tutta allegra lo pregò di salire. Al prete infelice la voce purissima di quella ingenua creatura parve scendesse dalle alture del cielo. - È l'angelo buono - mormorò, e questo pensiero gli richiamò nella fantasia con la rapidità del fulmine l'angelo cattivo, il demonio terribilmente bello: allora, scoperto dal drappo verde sdruscito il volto sanguinoso del Cristo che teneva sotto l'ascella, gli impresse un bacio disperato, come se invocasse da quel legno la propria salvezza.
Ma la signora Carlina insisteva: - Venga su, venga, signor curato; ho tante cose da dirle -. Il prete non rispose, e tirò di lungo; ma, dopo venti passi, mentre stava di fianco alla cappelletta, ove s'era fermato due giorni addietro, non potendo più reggersi sulle gambe, sentendosi vacillare e mancare, vi entrò. Al chiarore incerto del lumino, l'immagine goffa della santa gli tornò a sembrare il ritratto infernale di Olimpia.
Trascorse una mezz'ora. La signora Carlina, che aveva visto il prete entrare nella cappella, dalla quale si spandeva in un breve spazio di via un fioco barlume, non vedendolo uscire, impensierita cominciando a insospettirsi di qualcosa, scese con la fantesca e andò ella stessa a vedere. Don Giuseppe, accasciato in un angolo, non dava segno di vita: le braccia penzoloni, il capo reclinato all'indietro, gli occhi spenti, la bocca da morto. Fu chiesto aiuto, e il corpo del povero prete venne sollevato, portato piano piano alla casa del dottore e adagiato sul letto nella camera della signora Carlina, la quale aveva mandato a chiamare in gran furia il marito lì dove poteva essere a quell'ora, dalla baronessa, nelle osterie. Ella con dita leggiere, trattenendo il respiro, slacciò il goletto del prete, gli sbottonò la sottoveste, e pose la mano sinistra sul petto nudo, spiando le pulsazioni. Le parve di sentire che il cuore battesse; allora, buttatasi con le ginocchia a terra, ripeté più volte: - Il mio buon Don Giuseppe, oh Dio di misericordia, salvatemi il mio buon Don Giuseppe! - Poi tornava subito a sentire se proprio il cuore batteva.
Il prete mandò un sospiro così lieve che non avrebbe mosso la fiamma di un cerino; ma la giovine donna che se n'accorse e sulle labbra della quale spuntava il bel sorriso della speranza, avvicinò una guancia alle labbra livide dell'infermo per accertarsi se ne uscisse davvero un poco di fiato. L'infermo respirava, e aprì gli occhi trasognati, ma le membra restarono irrigidite. La prima cosa ch'egli domandò e che la signora Carlina comprese più dal moto della bocca che non dal suono della parola, fu questa: - Il mio Cristo, il mio Crocifisso -. Lo avevano trovato infatti, adagiato accuratamente sopra il fardello nell'oratorio, e lo avevano recato in camera. La signora Carlina, alzandosi in punta di piedi, mise la estremità del braccio inferiore della croce sul cassettone e appoggiò il Cristo alla parete, dritto, in faccia alla testiera del letto, sicché il prete, senza muovere il capo, lo potesse guardare. La croce spiccava negra sulla tinta chiara e tersa del muro, in mezzo a due litografie colorate, chiuse tra filetti d'oro, l'una delle quali figurava Paolo e Virginia al guado, l'altra la morte della fanciulla e l'amante che se ne dispera.
Il Cristo sanguinoso e sconquassato sembrava più terribile che mai nella pulitezza linda e leggiadra della camera, dove non c'era una macchia od un granello di polvere: le tende di bucato a bei fiorami inamidate, i parati del letto bianchi a disegni di rilievo e a merletti usciti dalle dita sapienti della padrona di casa, e ricami a lane di ogni colore sulle poltrone e sulle seggiole, e fiocchi e nappe e passamani condotti da lei pensando, sognando un paradiso ingenuo, modesto, virtuoso, nel quale vagava da un po' di tempo questo desiderio indistinto, che il suo Amilcare somigliasse al suo buon Don Giuseppe.
Don Giuseppe, che non fissava più il Cristo, aveva mutato faccia: sembrava spaventato e nello stesso tempo attratto da una visione; sbarrava gli occhi verso il soffitto per vedere meglio, e apriva la bocca sporgendo le labbra come per aspirare qualcosa. Bisbigliava con la voce esile, ma ora piena di terrori, ora piena di esaltamenti: - Vade retro, Satana. Lucifero. Bella, bionda e infame, la tua mano è una tenaglia rovente. Nascondi il piede ed il seno. Taci... Don Giuseppe il tuo amore, voglio il tuo amore; sono la tua schiava; un bacio... Indietro, Lucifero. No, vieni, vieni, tentatrice, in mezzo alle fiamme; ti abbraccio. Dammi le labbra, lasciamele succhiare; voglio vedere se le hai colorite di rosso. Guardami con i tuoi occhi celesti; lasciami esaminare quei lividori lì sotto se sono l'opera del pennello o l'opera della lussuria. Sozza e santa, i tuoi capelli brillano di raggi d'oro, più lucenti d'un'aureola, più splendenti di un nimbo. Copriti, per carità. Non posso fissare gli occhi nel tuo collo, nel tuo petto: come i ghiacciai sugli alti vertici delle mie montagne quando il sole di mezzodì li illumina in un caldo giorno di estate, il tuo collo ed il tuo petto mi accecano. Ahi, non istringermi tanto con quelle tue braccia morbide e rosee, che mi fai male. Sì, stringi, soffocami, stritolami, fa' presto: vedi le fiamme che guizzano intorno a noi e già ci ardono i piedi, le gambe, il cuore, la testa...
La signora Carlina ascoltava con l'orecchio teso; aveva le guance rosse di vergogna e gli occhi pieni di lagrime. Ripeteva: - Anche lui, anche lui! - e si copriva la faccia con le due mani. A troncare il vaneggiamento che le straziava l'anima, alzò il capo del prete, volgendolo dalla parte del Crocifisso, e gridò: - Guardi, Don Giuseppe, il suo Cristo -. Gli occhi del delirante caddero sulla croce, e a poco a poco una influenza benefica agì dentro di lui; si andò calmando; le labbra cominciarono a biascicar preghiere; il viso bianco si rasserenava, riprendeva la sua tranquilla, dolce, innocente, quasi eterea espressione; e la signora Carlina, riconfortata, esclamava: - Così siete bello, mio buon Don Giuseppe: adesso il cielo vi si specchia nel volto -; e il prete respirava più libero, e già poteva stringere con la propria mano la mano della ingenua infermiera. Lenta lenta, ella avvicinò la sua bocca pura alla fronte pura di lui. Don Giuseppe non se n'accorse: guardava sorridente il suo Cristo.
In quell'istante s'udì un gran fracasso alla porta di casa, poi un passo incerto e pesante fece scricchiolare la scala di legno, e il dottore, ubbriaco, entrò nella camera sbattendo violentemente sugli stipiti l'imposta dell'uscio. A quell'urto i mobili oscillarono. Allora il Cristo, perduto l'equilibrio, precipitò a terra, rompendosi in tanti pezzi. La testa rotolò in un angolo della stanza; le braccia, le gambe, il torso, si sparsero qua e là; il rosso del sangue pareva sgorgasse dalle membra squartate. Il prete, avendo seguito con lo sguardo quella distruzione, invaso da uno spavento infernale, stravolto, contraffatto, orribile a vedersi, mandò un urlo che gli spezzò il petto.
Quando il medico, fetente di acquavite, s'avvicinò al letto, Don Giuseppe era morto.



Macchia grigia

Questa macchia grigia, ch'io vedo dentro ai miei occhi, può essere la cosa più comune della vostra scienza oculistica; ma mi dà gran fastidio, e vorrei guarire. Esaminerete con i vostri ordigni eleganti, quando verrò costà fra una quindicina di giorni, cornea, pupilla, retina e il resto. Intanto, giacché la vostra amicizia mi sollecita, vi descriverò, come posso, il mio nuovo malanno.
In mezzo alla molta luce ho la vista da lupo cerviere. Il giorno nelle vie, la sera in teatro distinguo, cento passi lontano, il neo sulla guancia di una bella donna. Leggo per dieci ore di fila, senza stancarmi, il più minuto caratterino inglese. Non ho mai avuto bisogno di occhiali; posso anzi imbrancarmi fra quegli animali di sì altera vista, che, come dice il Petrarca, incontro al sol pur si difende. Non ho mai tanto amato il sole, quanto lo amo da due mesi a questa parte: appena comincia l'aurora, spalanco le finestre e lo benedico.
Odio le tenebre. La sera, di mano in mano che cresce l'oscurità, si fa più intensa di contro a me, proprio nel punto dove fisso gli occhi, una macchia color cenere, mutabile, informe. Durante il crepuscolo o mentre splende la luna, è pallidissima, quasi impercettibile; ma nella notte diventa enorme. Ora è senza moto, sicché, guardando il cielo nero, sembra uno squarcio chiaro a lembi irregolari, come la carta dei cerchi da saltimbanco quando v'è passato in mezzo il corpo di pagliaccio; e si crederebbe di vedere, attraverso a quel buco, un altro brutto cielo di là dalle stelle. Ora s'agita, s'alza, s'abbassa, s'allarga, s'allunga, caccia fuori de' tentacoli da polipo, delle corna da lumaca, delle zampe da rospo, diventa mostruosa, gira a destra, poi rigira a sinistra, e va intorno così delle ore furiosamente innanzi al mio sguardo.
Ho accennato a queste immagini tanto per procurare di farmi intendere; ma veramente non c'è ombra di forma. In un mese, dacché devo godermi un tale spettacolo, non ho mai potuto afferrare una figura determinata. Quando mi sembra di trovare certe analogie con certi animali, con qualche oggetto, sia pure fantastico, con qualche cosa insomma di definibile, ecco che quel disegno in un attimo si contorce e si rimuta indecifrabilmente. È una cosa laida, una cosa volgare. Se si potesse annasarla, puzzerebbe. Sembra una larga pillacchera di fango; sembra una chiazza animata, una lacerazione purulenta che viva. È un orrore.
Non dico di vederla sempre. La vedo tutte le notti, ma più o meno a lungo, secondo la disposizione, non so se del mio animo o del mio corpo. Spesso, Dio volendo, appena comparsa sparisce.
Il terribile è che mi compare davanti all'improvviso, mentre sto pensando a tutt'altro. Stringevo al barlume di una lucerna morente la mano di una cara fanciulla, dicendole quel che non si racconta neanche a voi altri medici, ed ecco a un tratto la macchia che le sporca il seno. Mi sentii inorridire.
Anche di giorno s'io entro, mettete, in una chiesa buia, rischio di trovare quella sudiceria sotto l'ombra fitta dell'organo, sui vecchi dipinti affumicati, nel finestrello nero del confessionario.
La paura di vederla me la fa scorgere più presto.
La notte non guardo mai impunemente l'acqua di un fiume o del mare. Andai giorni addietro a Genova. Era una bella sera, un resto d'estate. La vòlta del cielo tutta serena, tutta di una tinta appena digradata da ponente a levante con un po' di giallo, un po' di verde, un poco di paonazzo, mostrava nondimeno, quasi sull'orizzonte, una zona isolata di nubi dense. Una striscia sottilissima, limpidissima d'aria brillava tra le nubi ed il mare. Il sole, che era rimasto nascosto un poco di tempo, da quelle nubi, scendeva dal loro lembo inferiore per tuffarsi nelle onde quiete. Prima il suo oro, quando non si vedeva di esso che il segmento di sotto, parve una lumiera sospesa alle nuvole; poi il cerchio infiammato toccò con la circonferenza per un minuto nuvole e mare; poi si cacciò pian piano nell'acqua, mostrando nel segmento di sopra il fuoco incandescente di una immane bocca da forno. Avevo desinato bene con qualche mio vecchio amico. Si pigliò un battello e si vogò al largo. Dopo lo splendore del tramonto il crepuscolo fu di una dolcezza ineffabile. Cantavamo a mezza voce, sognando. Annottava. L'acqua d'un verde scuro scintillava, luccicava. All'improvviso vidi lontan lontano nuotare la mia macchia grigia; e ritrassi paurosamente lo sguardo entro il battello, e la mia macchia mi seguì tra le forcole e i remi, e, gelato di ribrezzo, mi ricondusse, compagna lurida, a terra.
Certo (dottore mio, non ridete) è offesa la retina: v'è qualche punto cieco, un piccolo spazio paralizzato, uno scotoma insomma. Ho letto come sulla retina, nell'occhio dei condannati a morte, s'è trovato, dopo recisa la testa, il ritratto degli ultimi oggetti, in cui i disgraziati avevano ficcato lo sguardo. La retina dunque, non solo rimane fuggevolmente dipinta: in certi casi resta veramente scolpita.
Notate poi che, quando chiudo gli occhi per dormire, io sento la mia macchia dentro di me. E allora è un supplizio diverso. La macchia non si aggira più intorno a se stessa, ma cammina, corre. Corre in su, e nel correre tira in su la pupilla; sicché mi pare che il globo dell'occhio debba rovesciarsi, arrotolando dentro nell'orbita. Poi corre in giù, poi corre dalle parti, e il globo dell'occhio la segue, e i legamenti quasi si schiantano, ed io dopo un poco mi sento dolere, proprio effettivamente dolere gli occhi. La mattina, anche dopo dormito, gli ho indolenziti e un po' gonfi.
Voi altri medici avete la virtù di essere curiosi; volete penetrare nelle cause, rimontare al seme. Vi dirò dunque in quali circostanze mi si è manifestata la malattia, che dovete guarire. E, abbiate pazienza, lo dirò nei più indifferenti particolari, giacché so come da una di quelle inezie, le quali sfuggono all'attenzione dei profani, voi scienziati potete cavare la scintilla, che rischiara poi le verità più riposte.

* * *

Il dì 24 dello scorso ottobre, sul far della sera, passavo dal Ponte dei Re accanto a Garbe per andare sino a Vestone, mia passeggiata consueta del dopo pranzo, come quella della mattina era verso Vobarno, quando non preferivo arrampicarmi sulla schiena dei monti, o fare qualche viaggetto, sempre pedestre, a Bagolino, a Gardone, in Tirolo.
Di due mesi e mezzo passati nella Val Sabbia, le prime due settimane furono tutte calme, altre due tutte fuoco, e il rimanente tristezze e terrori. Alle bellezze della natura, che tutti corrono a vedere e che tutti ammirano, avevo preferito la vallata modesta, povera, dove i monti hanno già un certo aspetto selvaggio, e dove non c'è il pericolo di vedere mai la persona allampanata di un Inglese, e neanche la barba nera di un alpinista italiano. Mangiavo le belle trote rosee del lago d'Idro, gamberi saporiti, funghi, uccelli, cacini di capra, molte ova, molta polenta.
V'è ad Idro un alberguccio con due stanzine ariose, pulite. Chi non ha rimorsi vive colà nella quiete del paradiso, senza giornali, senza botteghe da caffè, senza pettegolezzi, guardando lo specchio del lago, le giovanotte che vogano, la Rocca d'Anfo sull'altra sponda, esercitando più le gambe che il cervello, abbrutendosi anzi a poco a poco nella cara, nella beata libertà del non pensare a nulla e del non far proprio niente.
Quando il cielo è popolato di nubi, spinte a gran corsa dal vento, l'aspetto di quel paese riesce mutabile all'infinito. I monti che si accavalcano, le rupi che portano muraglie ruinate di castelli o chiesette con il loro campanile bianco, i colli bassi coronati di pini, cangiano di figura ad ogni minuto. Ora le nuvole mettono in ombra il dinanzi del quadro, e il sole brilla nel fondo; ora il sole splende sul dinanzi, e il fondo rimane buio; ora invece questa parte o quella del centro stacca nera in mezzo alla luce o luminosa in mezzo all'oscurità, e s'accendono e si spengono ad ogni tratto innumerevoli sprazzi di colori vari e vivissimi.
Bisogna salire sul monte roccioso, che sta di contro alla chiesetta di San Gottardo, dall'altra parte del Chiese. Il monte, verso il fiume, scende a perpendicolo. A destra si vede sulla bizzarra collina la chiesa di Sabbio, alta e sottile; a sinistra si scopre da lontano la Rocca di Nozza, della quale non rimane che qualche pezzo di muro cadente; sotto a' piedi s'apre il vuoto profondo. Ci si tiene con le mani agli arbusti, e si guarda in giù. Il Chiese corre in arco, rompendo le onde rapidissime ai sassi enormi, di cui è sparso il suo letto. Garbe abbasso, un poco a dritta, e più in là, già ben alto sulla montagna, il campanile di Provaglio. Quasi a piombo, benché dall'altra parte della strettissima valle, che si strozza in quel punto, lasciando appena appena luogo al fiume ed alla strada postale, si vede dall'alto in basso la chiesetta di San Gottardo, di cui la torre scorcia tanto che diventa nana, e gli archi del piccolo portico sembrano schiacciati. La prima volta poco mancò che non mi venisse il capogiro. Volevo andare più alto, lì dove la rupe nuda, quasi verticale, concede appena il posto per mettere il piede tra le sue strette fessure. Guardai indietro. Il monte, che mi stava alle spalle, tutto ombroso, spiccava sull'aria celestina.
Saranno state le cinque di sera, due settimane dopo il mio arrivo a Garbe. Il sole cominciava a scendere dietro il giogo della montagna; un vento fresco soffiava dalla gola della vallata, e bisognava tenere il cappello perché non piombasse nel precipizio, quando uno sbuffo impetuoso, mentre coglievo con le due mani non so che strane foglie, lo fece arrotolare un tratto, poi andare a balzelloni dall'una all'altra sporgenza delle acutissime roccie.
Gli dissi addio, e continuavo a capo nudo le mie osservazioni estetiche sulle piante, allorché, passati appena dieci minuti, mi comparve innanzi all'improvviso una montanara, la quale, un poco imbarazzata e con rustico garbo, mi porse il disgraziato cappello. La ringraziai di cuore, e la guardai in viso. Poteva avere dai sedici ai diciassette anni: abbronzita, ma sotto la tinta del sole s'indovinava l'incarnato fresco; nella bocca piccola splendevano i denti, ammirabili di regolarità e di bianchezza; negli occhi v'era un certo che di selvatico e di curioso, una timidità un poco impertinente.
- Bella giovane, siete di Garbe?
- Signor no. Sono di Idro.
- E vi fermate qua?
- Parto domani con mio padre, che è lì tra i cespugli insieme con le nostre capre. Lo vede? Guardi bene, lì in fondo - e m'indicava il luogo, ma io distinguevo appena di lontano un uomo che aveva la barba bianca.
- E ad Idro dove state?
- Fuori del paese circa due miglia, sulla via che conduce al monte Pinello.
- E che nome avete, bella fanciulla?
- Teresa, a' suoi comandi, signore.
Si continuò a discorrere. Io la tempestavo di interrogazioni, guardandola negli occhi, i quali ora vagavano di qua e di là impacciati dal mio sguardo, ora mi si ficcavano in volto, anzi addirittura nel cuore. Ad uno sposo non aveva pensato mai: non sapeva, e lo giurava ridendo e spalancando gli occhi sinceri, che cosa fosse amore. Ella non aveva nessuno al mondo, salvo il padre, che l'adorava, s'intende, e non l'aveva mai lasciata un giorno dacché era nata; ma il buon vecchio doveva andare appunto allora per quindici dì a Gardegno a far valere i proprii diritti sulla successione di un fratello, morto con molto ben di Dio e senza figliuoli. Il vecchio, già caporale sotto l'Austria, leggeva e scriveva come un notaio, era uomo di conto e per giunta più agile, più vigoroso, più coraggioso di un giovanotto di vent'anni. La fanciulla, nell'assenza del padre, rimaneva ad Idro, affidata ad una santola di settant'anni.
Dottore, ve lo immaginate, andai per quindici giorni ad abitare il pulito e solitario alberguccio di Idro. Tutte le mattine e tutte le sere salivo lungo la stradicciuola erta, torta, sparsa di sassi acuti, che conduce a monte Pinello, e mi fermavo alla casa della montanara gentile. Due giorni disse di no; poi non ci fu angolo erboso di quella scoscesa china su cui non ci si adagiasse a discorrere, di giorno cercando l'ombra più cupa sulle sponde di un torrentello, entro una grotta naturale, negli ampi interstizii dei massi enormi precipitati Dio sa quando dalle creste del monte; di sera, durante le prime ore della notte, cercando una zolla morbida sotto il cielo stellato.
La Teresa, certo, non somigliava alle ragazze di città: la sua pelle era ruvida, la sua passione quasi ferina. Nei primi giorni amava tre cose: il suo padre, le sue capre e me; dopo una settimana non parlava più del padre, non badava più alle capre, mi aspettava sull'uscio del casolare a cominciare dall'alba, spesso mi veniva incontro sino ad Idro, mi trascinava, mi violentava, mi buttava in terra come se volesse sbranarmi.
Certe volte dal suo corpo esalava un odore acre e inebbriante di erbe selvatiche, certe volte un puzzo di capra nauseabondo, e non di rado un fetore di strame, che ammorbava. Insomma invocavo tra me il ritorno del vecchio.
Il giorno innanzi al suo arrivo cercai di preparare Teresa alla mia partenza: le dissi che dovevo andare a Brescia e a Milano, ma mi affrettai a soggiungere che sarei tornato presto, dopo due settimane al più, forse dopo una. Ella non piangeva: tremava tutta, ed era diventata del colore del piombo. Ripeteva con voce strozzata: - Lo so che non torni più, lo so che non torni -. Io promettevo, giuravo, ma ella mi continuava a guardare con gli occhi senza lagrime, e, fatta veggente dalla passione, insisteva: - Non torni più; lo sento qui nel cuore che non torni più -. Non potei cavarle altre parole.
Invece di andare a Brescia o a Milano, tornai a Garbe. Avevo l'anima rósa dal rimorso: tante volte mi sentivo spinto dalla coscienza a correre ad Idro, alla capanna di Teresa; poi gli abbracciamenti suoi, furiosi e disperati, mi facevano paura, e non di meno io non potevo pensare ad altro che a lei. Non sapevo se l'amassi, benché l'immagine sua mi stesse scolpita sempre davanti. Finalmente, dopo una trentina di giorni, la coscienza vinse, forse anche la curiosità. Andai ad Idro, e, traversando i magri prati, arrampicandomi sulle roccie, risalendo il letto di un torrente asciutto, mi trovai di contro al casolare dall'altra parte della stradicciuola; gli alberi ed i cespugli mi nascondevano.
La fanciulla stava sull'uscio, immobile, esposta senza riparo ai raggi del sole. Nel primo istante non la riconobbi: la carnagione era diventata d'un rosso cupo, i capelli le cadevano sulla fronte e sulle spalle a ciocche sconvolte, il viso appariva stranamente smagrito e allungato, il labbro inferiore pendeva in giù, gli occhi spenti fissavano innanzi senza vedere: non so perché, credetti di essere in faccia a un cadavere bruciato. In quell'istante una voce d'uomo chiamò dall'interno del casolare così sinistra e soffocata che pareva uscisse da un sepolcro: - Teresa, Teresa -. La fanciulla non diede segno di avere udito, e la voce continuava tetra e straziante: - Teresa, Teresa.
Scappai; corsi a Brescia, ma il rumore della città mi riescì insopportabile: tornai a Garbe, dove, a forza di ripetere a me stesso, che il tempo rimedia a tutti i mali, anche agli strazii della passione e dell'abbandono, trovai qualche momento di pace. Non ostante, dormivo poco, tormentato com'ero da sogni orribili e da inquietudini febbrili; mangiavo pochissimo; camminavo molto, sperando nella stanchezza.

* * *

Vi dicevo dunque, dottore, che il dì 24 dello scorso ottobre passavo sul far della sera dal Ponte dei Re accanto a Garbe. Un uomo, appoggiando i gomiti sul parapetto e il mento sulle palme, guardava molto attentamente l'acqua del fiume. Uscivano tra le sue dita delle ciocche di barba bianchissima; la faccia, mezzo nascosta dal cappello tirato sulla fronte, non si vedeva bene. Non era vestito propriamente né da contadino, né da operaio: portava una casacca e de' larghi calzoni d'un colore chiaro grigiastro.
Passai accanto al vecchio; non si mosse; continuò a fissare l'acqua vicino alla pila del ponte, dove, stringendosi per attraversare le due arcate, gorgoglia impetuosamente. Guardai abbasso anch'io, credendo che vi fosse qualcosa di curioso a vedere; non avvertii niente di strano, ma quel gioco di onde, a cui non avevo mai badato, mi piacque.
È una lotta formidabile tra l'acqua che corre e i sassi colossali che tentano di sbarrarle la via. E le onde, incalzate da quelle che sono dietro, e queste cacciate innanzi dalle altre più lontane, a cominciare dai rigagnoli nascenti nelle nubi, quanta fatica, quanta astuzia devono adoperare, e come s'affannano a spuntarla di proseguire il loro cammino! Lo spettacolo del contrasto fatale tra il moto e l'immobilità, eterno e d'ogni attimo, mette nell'anima un timido scoramento, e nello stesso tempo fa sorridere di un così cieco impeto nell'operare e di una così orba caparbietà nel resistere. C'è dei momenti, in cui le forze opposte della natura somigliano a fanciulli mal educati, l'uno dei quali gridi voglio, e l'altro, pestando i piedi, ripeta non voglio.
E su quei massi, i quali spuntano fuori dal letto, che non è un letto di pace, vegetano, seminati dal vento in un pugno di terra deposta colà dallo stesso vento a un granello alla volta, de' virgulti di salici, degli arboscelli di pioppo, i quali canzonano, deboli e flessuosi, la furia che li circonda. La natura, come la vita, è una catena di vani sogghigni.
Se il masso non solleva molto la testa, l'acqua gli corre su, e scende poi in cascate gaie, cercando il piano più basso: è un cristallo terso, curvo, regolare, una campana lucida, un ombrello trasparente, con qualche filetto opaco di vetro di Murano; e si frange poi a' piedi in ispruzzi d'infinite perlette bianche, di quelle che le Muranelle infilano le sere d'estate, sedute sul gradino della porta di casa, ciarlando di Tita e di Nane.
L'onda è avveduta: sceglie per solito il cammino migliore. Ma qualche volta si trova chiusa tra i sassi, e allora, non potendo aspettare, scatta in uno sprazzo e via; tal'altra si caccia distrattamente in un laberinto, e gira e rigira e, se vuole uscirne, le conviene tornare indietro; finalmente accade che ella si smarrisca in uno spazio dove il caso ha messo un insormontabile sostegno di pietre, e allora si ferma impaurita, perde la bussola, s'accascia e da turbine diventa specchio. E sotto all'acqua, che riflette in iride la tinta del cielo o che si trasforma in ispuma d'argento, v'ha il vario e brioso colore dei sassi, giallo, rosso, bianco, verde di muschi e di licheni.
La gran battaglia si concentrava alla pila del ponte. Le onde combattevano le onde, che cozzavano insieme, si spezzavano, si frantumavano, s'accavalcavano, s'ammonticchiavano, diventavano matte di furor bellicoso, mandavano bava in vece di sangue, e gocciole e stille sino al parapetto del ponte, con un romore, con un frastuono da far tremare un eroe.
Il vecchio guardava sempre impassibile.
Andai per la mia strada, senza curarmi di lui, passo passo fino a Nozza.
Il cielo nuvoloso, minaccioso, principiava a oscurarsi, e soffiava un vento assai fresco dalle alte montagne. Rinunciai a proseguire la passeggiata, e tornai indietro. Al Ponte dei Re c'era sempre il vecchio, nello stesso posto, nella stessa attitudine di prima. Guardava sempre a' piedi della pila. La cosa mi parve bizzarra; mi avvicinai al vecchio e gli dissi: - Buon uomo, scusate -. Non si mosse. Continuai: - Scusate se vi disturbo; ma il cielo è negro, minaccia il temporale e non è lontana la notte. Se abitate discosto, dovreste incamminarvi.
Il vecchio si rizzò lento lento, mi guardò in viso come trasognato, e, senza aprir bocca, tornò ad appoggiarsi al parapetto e a contemplare il fiume.
Io insistetti:
- Avete bisogno di nulla?
- No -, rispose senza voltarsi.
Gli diedi la buona notte e m'avviai verso Garbe. Fatti cento passi mi voltai. Non so se fosse curiosità o compassione: nella faccia di quel vecchio bianco credevo di avere letto un dolore profondo, una sinistra melanconia. Pallido, con gli occhi infossati, con le labbra nericcie, mi aveva fatto pietà e terrore. Mi trovai al suo fianco, portato da una forza quasi involontaria, e gli dissi interrottamente, aspettando una risposta che non veniva:
- Scusate di nuovo. Ditemi se posso giovarvi in qualcosa. Vi sentite poco bene? Vi offro una stanza a Garbe per questa notte. Mi sembrate forestiero. È accaduto anche a me fuor di paese di trovarmi senza danaro: ne avete forse bisogno?
Dopo queste ultime parole il vecchio si voltò gravemente, tentando di muovere le labbra a un sorriso. - Grazie, non mi occorre nulla -, rispose. Poi, messa la mano nella tasca dei calzoni, ne cavò il pugno serrato e, alzatolo sopra il parapetto, l'aperse. Il vento fece volar via nel fiume, sparpagliati qua e là, forse una ventina di piccoli biglietti.
Mentre io, irritato, stavo per rimproverarlo, balbettò con voce strozzata: - Ho sete.
- Scendete a bere nel fiume -, esclamai duramente.
Il vecchio s'incamminò alla rampa scoscesa, che va giù a lato di una testata del ponte; ma, giunto lì, vacillò sulle gambe mal ferme. Corsi ad aiutarlo e, sostenendolo per l'ascella, lo condussi al fiume. Riempii io stesso il suo cappello di acqua. Bevette a brevi sorsi.
- Non vi rimettete subito il cappello bagnato in testa, che non vi faccia male. Abitate lontano?
- No.
- Ma non siete di questo paese?
- No.
- E dove state di casa? Vi accompagnerò.
- Non importa. Sto vicino.
- V'accompagnerò ad ogni modo.
Il vecchio mi guardò dritto negli occhi, e con accento risoluto disse: - Non voglio.
Poi, meno seccamente, aggiunse quasi con ripugnanza: - Aspetto qualcuno.
- Un figlio forse?
- Non ho figli.
- Un parente?
- Non ho parenti.
- Un amico?
- Non ho amici.
- Chi dunque?
Pensò un poco e rispose:
- Il destino.
S'appoggiò di nuovo al parapetto del ponte e tornò a guardare l'acqua di sotto.
- Perdonate alla mia insistenza. Di che paese siete?
- Di un paese dove si muor di dolore.
- E andate?
- In un paese che non conosco.
Queste risposte misteriose fecero nascere nel mio cervello uno sciocco sospetto. Esclamai con espansione: - Se dovete rimanere nascosto, se la giustizia vi cerca, giuro che non vi tradirò.
Il vecchio s'alzò dritto in piedi, e rispose alteramente: - Non ho nulla da nascondere agli uomini -. Poi, mormorando tra sé: - La mia coscienza è pura.
- Gli uomini vi hanno ingannato forse, vi hanno fatto del male? Avete trovato al mondo molti nemici?
- De' nemici? Ne ho avuto uno solo.
Quest'ultima frase venne pronunciata dal vecchio con voce così cupa, il suo occhio era così bieco, ch'io mi sentii gelare. Gli dissi: - Vi lascio dunque, e Dio vi benedica.
- Dio, Dio! - sentii ripetere parecchie volte; e la voce sepolcrale del vecchio si perdeva nel muggito del Chiese.

* * *

Non intendevo di abbandonare il pover'uomo. In quattro salti fui a Garbe con l'intenzione di parlare al sindaco, medico valente e cuor d'oro, e di condurre meco due contadini, i quali facessero la guardia, foss'anche per tutta la notte, al vecchio strano. Trovai il sindaco sotto il portone della sua casa, una casa antica, murata da un suo antenato, gentiluomo francese, fuggito dalla strage di San Bartolomeo.
Il sindaco discorreva con il segretario comunale e con l'oste di Sabbio, due tipi curiosi. Questi con la faccia tonda, grasso, grosso, il pizzo lungo e folto sotto a due gran baffi neri, le sopracciglia spaventose, la voce tonante, un cappello in testa di larghe tese, a cui non manca altro che la piuma per potersi dire spagnuolo; famigliare con tutti, spavaldo, buon diavolo, mette la mano in atto di protezione sulla spalla dell'avvocato, del farmacista, del signor cavaliere, e apre volentieri la larga bocca al riso sguaiato, mentre dice una barzelletta sporca; una specie d'idalgo, che versa maestosamente il vino dal boccale nel bicchiere de' suoi avventori, che tiene il pugno al fianco, maravigliato di non trovarvi la spada, e s'è mangiato in qualche mese per darsi il gusto di parere un negoziante in grosso il poco suo patrimonio, e spera di portare le ossa in una grande città degna di lui, lontano dalle piccolezze montanare, dove si sente proprio fuori di posto. L'altro, il segretario comunale, sottile e lungo come il campanile di Garbe: veste da contadino, con la giacchetta e i calzoni di quella certa stoffa lustra color cannella sudicio, ma tiene la giacchetta buttata sulle spalle, mostrando la camicia, che non pare sempre di bucato, e le braccia, e il petto nudi, assai più scuri dell'abito; ha letto Dante, scrive da letterato fino, sa a mente tutte le innumerevoli ordinanze, tutte le infinite circolari prefettizie indirizzate al Comune, che è cosa miracolosa; cita versi e proverbii latini; non ha casa; l'inverno dorme sulla tavola nuda del Consiglio comunale, con una busta dell'archivio per origliere e per coperta il tappeto verde: l'estate dorme sotto il piccolo portico di quella chiesa di San Gottardo, della quale ho parlato indietro, poggiando il capo allo scalino di granito, lungo disteso sulle lastre sconnesse del pavimento, godendosi il vento fresco, che soffia senza interruzione dalla stretta gola dei monti; vive di pane e di cipolle, di polenta e cacio pecorino, ma si compensa con qualche bicchieretto di acquavite, e, quando ne ha bevuto un tantino più del bisogno, vuole abbracciare tutti, l'ostessa, il reverendo parroco, il sindaco, persino i carabinieri in pattuglia.
Questi signori, e tre contadini, che ero andato a scovare nella bettola vicina, s'avviarono meco al ponte. Si passò dalla chiesa di San Gottardo, palazzo d'estate del segretario; ma, quando fui lì, non mi potei trattenere: lasciai che il vecchio sindaco procedesse con il suo passo, che egli, poveretto, cercava di affrettare, ma che mi sembrava ancora troppo lento, e corsi innanzi. Andai su e giù per il ponte, precipitai abbasso dalla rampa del fiume, guardai di qua e di là in quel buio della brutta notte che era già principiata: non si vedeva un'anima. Gli altri mi raggiunsero ansanti. In un batter d'occhio diedi le mie istruzioni. Il sindaco doveva fermarsi sul ponte; l'idalgo doveva perlustrare un mezzo chilometro della strada di Nozza; il segretario doveva rimontare il corso del Chiese lungo un viottolo a sinistra; i tre contadini dovevano salire i meno erti sentieri delle montagne. Quanto alle vie più scoscese non era neanche da pensare che il misero vecchio avesse potuto tentarle. Quartiere generale: il ponte.
Io m'ero serbato le capanne dei carbonai, di là dal Chiese. In quindici minuti salii alla prima casupola. Tutti dormivano; picchiai forte; nessuno rispose; tornai a picchiare con tanta violenza che i colpi rimbombarono nella valle, e udii finalmente delle voci e delle imprecazioni. Dopo un poco di tempo s'aperse il finestrello e vidi una testa nera, nella quale brillavano due occhi da gatto.
- Sapete niente di un vecchio con la barba bianca, lunga, mezzo malato, vestito di panno chiaro, un forestiere che vagava stasera presso il Ponte dei Re?
- Andate all'inferno.
- Domandatene, di grazia, ai vostri compagni.
- Andate all'inferno voi e il vecchio - e chiuse la finestra.
Dopo un quarto d'ora avevo già rifatto il cammino, ed ero salito da un'altra parte ad un'altra capanna. Il mio bastone nell'urtare sul legno del piccolo uscio destò quattro o cinque echi sulle cime dei monti.
- Chi è là?
- Un amico.
- Il nome?
- Un amico.
- Non apro.
- Venite alla finestra.
- Non mi muovo.
- Avete visto un vecchio?
- Non ho visto nessuno.
- Un vecchio vestito di chiaro, con la barba lunga e bianca, infermo.
- Non ho visto nessuno.
- Passeggiava stasera sul Ponte dei Re e nelle strade vicine.
- Non ho visto nessuno, vi dico - e tornò a russare.
Tre quarti d'ora dopo eravamo tutti sul ponte. Non s'era trovato niente, non s'era saputo niente. Neppure i due carabinieri di Vestone, che l'idalgo aveva incontrati sulla via e aveva condotti seco, ci poterono aiutare in nulla. Il sindaco giudicò allora, che noi dovevamo andare a dormire. Era, infatti, la sola cosa ragionevole che ci restasse da fare.
Vi ho detto, caro dottore, come il mio sindaco sia una perla d'uomo. Ha un modo suo proprio di curare la difterite, in grazia del quale salva realmente tutti i bambini del Comune. Parla de' suoi rimedi con entusiasmo giovanile: non fallano; ad una infiammazione ci vuole il salasso, anzi ogni malanno guasta il sangue, ed il sangue corrotto va tolto via, perché se ne formi del sano.
Ora vive senza troppe angustie, badando a' suoi pochi campi; ma fu trent'anni medico condotto, e quando ricorda le fatiche lunghe e mal compensate, il sollione, la neve, il gelo, i turbini sulle montagne, lo fa con tanta dolcezza, che pare quasi un rimpianto. Discorre de' suoi malati volentieri, con modestia affettuosa, e, se può dire di averli strappati alla morte, due lagrime di compiacenza gli scendono sulle gote. Ha la barba grigia, i capelli appena brizzolati, i denti candidissimi, gli occhi celestini, la fronte da uomo intelligente e virtuoso. Piglia tabacco e lo offre. Dichiara ogni anno che non vuole più essere sindaco; poi ci ricasca. Non sa dire di no: tutti, anche i cattivi, lo rispettano e gli vogliono bene. Non l'ho mai sentito pronunciare su nessuno, fosse il più grande scellerato, una parola severa, aspra o pungente: non trova in quella sua anima mite un accento sgarbato nemmeno per l'omeopatia, ch'è tutto dire. Narra molto naturalmente i casi semplici della sua vita, quando, studente all'Università di Padova e ricco di una sola svanzica al giorno, si faceva dare all'osteria il riso stantìo per pagarlo un soldo meno, e ossi di manzo scarnati, e culi di salame: non beveva mai vino. Un dì, avendo visto nella Piazza dei Signori un giuocatore di bussolotti, gli si fece amico, andò a desinare con lui più volte, finché imparò il segreto della magia, pensando che se la medicina falliva, quest'altra arte lo avrebbe potuto soccorrere. Racconta una interminabile filza di storielle, parte da stare allegri, parte da spaventare.

* * *

Bisogna ch'io entri finalmente nel cuore del mio racconto. Vi siete accorto che mi ripugna; infatti nello scorrere gli sgorbii buttati sulla carta conosco di avere fatto come colui, al quale duole un dente e va per farselo strappare. Esce lesto, quasi correndo; ma, di mano in mano che si avvicina alla casa del dentista, rallenta i passi, finché, giunto alla porta, si ferma perplesso, chiedendo a sé medesimo: - Il dente ora mi duole o non mi duole? - E così torna indietro un buon tratto di via; e ogni inezia gli serve per tirare in lungo, un avviso sulla cantonata, un cane che abbaia. Poi si vergogna, e sale fino all'uscio, e quando, risoluto, ha già in mano il cordone del campanello, domanda a se stesso di nuovo: - Me lo devo far cavare sì o no?
Insomma, coraggio. Quella sera, dopo avere dato a' tre contadini i soldi per bere qualche boccale, dopo avere salutato il sindaco, che rientrava in casa, il segretario, che andava ad augurare la felice notte all'acquavitaia, e l'idalgo, che, canterellando con la sua voce di basso, tornava a Sabbio, io non mi sentii nessuna voglia di dormire, e neanche di scrivere, di leggere o di discorrere. Avevo un gran peso alla testa, e provavo il bisogno di aspirare, di cacciar negli ultimi meati dei polmoni l'aria frizzante.
C'era stata, sere addietro, nell'osteria una interminabile discussione intorno a questo punto; se, tra Vestone e Vobarno, le trote si peschino più facilmente sul far della sera, la mattina di buon'ora, la notte con la luna o la notte buia.
Un pescatore giurava che nell'oscurità profonda ne acchiappava un subisso.
Presa la canna e un lanternino andai a piantarmi dall'altra banda del Chiese, dove certi enormi massi formano una specie di diga. Mi pareva di quando in quando di sentire abboccar l'amo, e tiravo su; niente. Stufo, mi posi a sedere sopra una pietra e a guardare intorno. Non si vedeva un bel nulla. Nero il cielo, nera la terra: non una stella, non un lume. Garve, nascosta da un gruppo di alberi, a quell'ora dormiva. Sul dorso del monte, lì nel sito ove doveva essere Provaglio, apparve un luccichìo, forse una candela accesa al capezzale di un moribondo. Era un sepolcro di tenebre, ma un sepolcro pieno di frastuoni. Il Chiese, battendo contro i sassi, faceva una musica da assordare: c'erano dentro tutti i toni, tutti gli accordi, e il vento v'aggiungeva le estreme note acute. A un poco per volta si finiva ad assuefare gli occhi all'oscurità e a distinguere qualche cosa: i grossi rospi schifosi, per esempio, che sbalzavano di traverso accanto a me, la spuma bianca, anche il verde cupo dell'acqua.
Avevo ripreso la canna per ritentare la sorte, quando vidi correre a precipizio con le onde e fermarsi alla diga una massa grande, biancastra. Non capivo che cosa fosse, e pure un brivido mi corse dalla testa ai piedi. Presi il lanternino, che avevo lasciato sul sentiero; ma, mentre mi avvicinavo col lume a quell'oggetto grigio, l'acqua, che gli aveva fatto intorno un gran lavorìo, lo sollevò e lo portò a venti passi lontano, dove diede di cozzo in una gran pietra che usciva dal fiume. L'attenzione intensa mi aguzzava la vista. Aiutato dal pallido chiarore della lanterna tentai di guadare il piccolo tratto, mettendo i piedi sulle teste dei sassi: non mi riuscì. Stetti immobile, con gli occhi fissi. Le onde percuotevano la massa informe, schizzando bava, come se fossero adirate, e le giravano intorno, formando un vortice rapidissimo: il Chiese s'ostinava rabbiosamente nel volere trascinar via la sua preda. La spuntò. L'oggetto strano fece il giro del sasso e ripigliò il suo cammino, rovesciato in gran furia dal fiume.
Allora principiò una lotta terribile tra me, che volevo conoscere il mistero di quella cosa biancastra, e il fiume che me lo voleva nascondere. Conoscevo a passo a passo i viottoli della sponda: in un solo luogo la roccia, che si alza quasi verticale per un centinaio di metri, obbliga a salire e a discendere; il resto della via, fino a Sabbio, è piano. Ma quella salita e sopra tutto quella discesa non erano senza pericolo nelle viuzze strette, fiancheggiate da un burrone, la notte. Le piogge dei giorni precedenti avevano fatto franare in un punto la terra del viottolo, e bisognava sbalzare sul precipizio. Saltai senza pensarci, non sapendo dove avrei messo i piedi, e mi trovai dall'altra parte sano e salvo, ma col lumino spento. Continuai la strada da capre nel buio, intoppando negli sterpi, chiuso tra gli arbusti spinosi, scivolando giù dalla china sui ciottoli tondi, che rotolavano al piano. Finalmente giunsi di nuovo alla riva del fiume.
Ma, dov'era andata la massa grigia? Era corsa innanzi senza intoppi, o gli ostacoli, di cui è pieno il Chiese, l'avevano trattenuta? Aspettai un pezzo senza batter le palpebre, con gli occhi inariditi che mi bruciavano. Alla fine passò nella corrente, in un attimo.
Ripresi a correre anch'io su quel margine, dove nascono i salici sottili e le larghe foglie delle ninfee. Più su il prato è verde, smaltato di fiori, e ai pioppi si mischiano i pini, gli olmi, qualche piccola quercia. Lì m'ero posto a sedere tante volte sopra un tronco abbattuto, studiando le formiche, ammirando gl'insetti gialli d'oro, rossi di rubino, verdi di smeraldo, leggendo un bel libro o fantasticando alle cose gaie nella vacuità della vita. Poco lontano, dove il viottolo costeggia un campo di magre pannocchie, m'ero sdraiato una mattina a guardare per un'ora di seguito tre giovani donne, che raccoglievano le noci, le quali, scosse da un ragazzo sull'albero, cadevano nel fiume, e le tre donne, ridendo, mostravano le grosse gambe fin sopra il ginocchio, con le gonne legate ai fianchi.
La macchia grigia era andata ad arenarsi sopra un banco di ghiaia, accanto alla riva. Mi tolsi le scarpe e le calze, mi arrotolai i calzoni alle cosce, e camminai tra le onde. Non mi reggevo in piedi. Il fiume mi tirava giù con una violenza invincibile. Sentii la piccolezza dell'uomo in faccia alla volontà delle cose insensate. In quell'istante il Chiese dovette chiamare in aiuto tutte le forze de' suoi abissi: coperse il banco di ghiaia con un'ondata impetuosa e, avvoltolando l'orrido oggetto biancastro, lo portò via inesorabilmente. Mi sentii vinto.
Rientrando nella mia camera di Garbe ero inzuppato d'acqua e di sudore, sfinito; avevo gli occhi gonfi, la testa in fiamme; i polsi martellavano. Non potei chiudere occhio. Appena giorno mi alzai barcollando, e sulla sinistra del Chiese, lungo la via postale, andai a Sabbio. Ora le mie membra erano tutte ghiacciate, ora dovevo asciugarmi la fronte.
A Sabbio, dove spesso andavo a far colazione, l'idalgo e la sua moglie ostessa m'accolsero con un mondo di cortesie, chiedendomi venti volte se stavo male. - Non è niente, - rispondevo, - l'aria fresca, la passeggiata e la colazione mi rimetteranno -. Non mangiai nulla. Guardavo come in sogno il largo portico adorno di ragnateli, le chioccie che venivano a beccheggiare i minuzzoli di polenta per portarli a' pulcini, la chiesa della Madonna, la quale, alta com'è sul colle e posta lì proprio accanto, pareva piantata sopra i tetti dell'osteria.
Mentre io stavo immerso in queste visioni, entra uno dei figliuoli dell'ostessa, Pierino, bel ragazzotto di sette anni, saltando, e si mette a gridare: - Mamma, l'ho visto, sai?
- Chi?
- L'uomo che hanno trovato nel fiume stamattina.
- È bello?
- No, è tanto brutto. Domandalo alla Nina.
La Nina era entrata insieme col fratello, ma s'era tosto rincantucciata in un angolo del portico, con le mani giunte, mormorando qualcosa sotto voce. Si sentiva a intervalli la parola Requiem, flebile, soffocata.
- È giovine o vecchio? - ripigliò la madre.
La Nina non rispose. Rispose Pierino: - È vecchio, ha la barba bianca, lunga lunga. Ha gli occhi stralunati.
- Dov'è? Voglio vederlo - gridai scattando in piedi. L'ostessa mi sbirciò, e bisbigliando: - Dio, che gusti! - ordinò a Pierino di accompagnarmi.
In quattro salti fui alla chiesa, quella del paese basso. In una stanza umida annessa alla sagrestia avevano esposto il corpo dell'annegato. La stanza era piena zeppa di contadini. Uno diceva: - Chi lo deve conoscere? Si vede bene da' panni che non è del paese.
Un altro soggiungeva: - Io dico che è tedesco.
- No, è di Milano.
- Indosso non gli hanno trovato niente? - chiedeva un giovinotto.
- Niente: né una carta, né un soldo.
- Si sarà affogato per la miseria.
- Io dico che è cascato nel fiume.
- Io dico che ve l'hanno gettato.
- L'occhio è da demonio.
- Con quella bocca aperta sembra che ci voglia mangiare vivi.
Una bambina si nascondeva, tremando, dietro al corpo del padre, e ripeteva: - Ho paura, ho paura; andiamo via.
Il padre intanto esaminava da vicino l'abito dell'annegato, lo toccava e sentenziava: - Bel fustagno! Dev'essergli costato caro.
M'ero cacciato innanzi tra la folla. Il vecchio del Ponte dei Re fissava gli occhi nel mio volto, sinistri, minacciosi. Sentivo in quello sguardo immobile un supremo rimprovero. Alle orecchie mi ronzava un soffio da tomba, che diceva: - Tu mi hai lasciato morire: sii maledetto. Tu potevi salvarmi, tu mi hai lasciato morire: sii maledetto. Tu avevi indovinato quel che io stavo per compiere, tu mi hai lasciato morire: sii maledetto.
Il soffitto della stanza mi crollava sul capo; la folla mi stritolava. Credevo di essere nell'inferno, in mezzo ai diavoli, giudicato dalla voce cavernosa e dagli occhi implacabili di un cadavere grigio.
Entrò un contadino, che avevo visto a Idro. Guardando l'annegato, esclamò:
- Povero vecchio, le voleva tanto bene! Due giorni soli ha potuto vivere dopo morta la sua Teresa!


* * *

Mi posero a letto con una febbre da cavallo. Le impressioni di quella mattina, le fatiche della sera precedente, i rimorsi, produssero il loro effetto: avevo delle allucinazioni spaventose. Gli occhi infiammati mi dolevano assai. Il mio buon sindaco veniva a visitarmi due volte al giorno, e mi stava accanto delle lunghe ore, porgendomi egli stesso le medicine e raccontandomi piano, quando gli sembravo un po' quieto, qualche storiella, che non mi faceva sorridere.
D'allora in poi la febbre s'è mitigata, ma, ad onta del chinino, non m'ha voluto lasciare. I medici dicono che è di quelle periodiche, le quali si pigliano facilmente con l'umidità e con gli strapazzi. Io la sopporto in pace; ma non posso tollerare in nessun modo questa maledetta macchia negli occhi. Appena uscito dai vaneggiamenti, me la son vista dinanzi, e continuo a vederla, come vi ho descritto, ostinata, abbominevole...
Ecco, anche in questo momento uno spettro scialbo e confuso mi balla di contro, ecco che insudicia il foglio bianco.
Il sole è già tramontato, e la scrivania rimane in una penombra, che mi basta a gettare sulla carta in furia queste parole, ma che non mi lascerebbe rileggerle. Volevo finire prima di accendere il lume, e la macchia si giova della mezza oscurità per lacerarmi il cervello...
La macchia cresce, la macchia - cosa nuova! - prende una forma d'uomo Le spuntano le braccia, le spuntano le gambe, le nasce il capo. È il mio vecchio, il mio terribile vecchio!
Parto stasera; vi consegnerò io stesso domani questo manoscritto. O guarisco o mi strappo gli occhi.


Il collare di Budda

Gioacchino aveva certo qualcosa nella fantasia, che gli dava fastidio. Si metteva a sedere, piantando i gomiti sulla tavola e posando le guance scarne sulle mani stecchite, e abbassava le palpebre come se volesse meditare lungamente su qualche grave sciagura; ma, dopo un minuto, balzava in piedi, andava allo specchio appannato e piccolo che era posto sul cassettone, contemplava la sua triste imagine con lo sguardo stralunato, e vedendosi più giallo del solito (non aveva chiuso occhio in tutta la notte) sentiva un brivido scorrergli dalla testa ai piedi. Allora si tastava il polso e gli pareva di aver la febbre.
La finestra era spalancata, ma, benché non fossero ancora le sette della mattina, faceva un caldo d'inferno. Il sole di luglio dardeggiava una luce spietata, che, seguendo in quel momento la direzione della stradicciuola larga un metro o poco più, andava a battere sul lastrico, diventato una striscia di fuoco bianco; sicché, quando l'inquieto giovine s'affacciò alla finestra, gli parve di accecare. A poco a poco, assuefattosi alla luce, fermò lo sguardo all'estremità della calle, sul ponte storto e su quel caro verde dei rii veneziani, che riposa la vista. Gioacchino trovò infatti un istante di requie nel bel colore di smeraldo oscillante.
Giù nella calle, all'ombra di una tenda rossa a rappezzi, stava seduto Zaccaria, nella bottega del quale si vedeva un paio di scarpe rotte esposte accanto ad un bacile lustro di rame, tutto figure a sbalzo, simile ai piatti enormi che brillano nel negozio ambulante di Zamaria dalle fritole; accanto ad un paio di calzoni rattoppati e ad uno spiedo arrugginito stava una spada ad elsa dorata, eredità d'un consigliere aulico dell'Austria, ed una tabacchiera con certi amorini allegri, miniati un secolo fa da un pittore francese.
Gioacchino dal suo quarto piano chiamò: - Zaccaria -. Zaccaria alzò le due punte della barba grigia. Il giovine gli chiese con voce rauca: - C'è stato nessuno? - L'altro si contentò di stringersi nelle spalle, e tornò a guardare per terra.
Il giovine, rientrato nella penombra della sua camera, s'era messo a guardare una specie di pesante monile di metallo bianco, largo quattro dita, sul quale stavano incise in carattere gotico le tre lettere F. A. Q. e con una pezzuola lo andava ripulendo. Gli venne una idea, che lo rallegrò: la collana poteva essere d'argento. Si vestì in fretta. Il goletto, i polsini posticci, bianchi di bucato, erano appiccati ad una camicia un po' sudicia; ma il vestito nero pareva nuovo e fatto apposta per il corpo allampanato del nostro Gioacchino. Solo i calzoni leggeri lasciavano sconciamente intravvedere, appena sotto alle ginocchia, le trombe degli stivali. Certo quegli stivali, ereditati da uno zio, erano larghi per le gambe magre, e nei calori dell'estate dovevano dare gran noia. Insomma Gioacchino uscì tenendo in mano il monile, e a cento passi dalla sua casa entrò in una botteguccia piccola, bassa, che aveva nella vetrina qualche orologio d'ottone, qualche enorme cipolla d'argento, cinque o sei catenelle d'acciaio e alcune paia di orecchini d'oro sospetto.
Mettendo il piede sulla soglia non ci vide più nulla: bujo pesto. Ma un po' alla volta cominciò a distinguere le cose. In un angolo, dove entrava un tantino di luce di riflesso pallida, stava un vecchio con gli occhiali sul naso, che guardava, attraverso ad una lente grossissima, la carcassa di un orologio sconquassato.
- Oh, signor Gioacchino! È un pezzo che non la si vede. C'è qualcosa da comprare?
- No, ho bisogno di un favore.
- Eccomi pronto, purché non sieno denari. Potrebbero strapparmi sette denti, come per cavar soldi fece a un ebreo quel re d'Inghilterra, e all'ottavo non troverei una lira. È vero che non ne ho sette tra tutte due le mascelle; e d'altra parte lei, signor Gioacchino, n'ha tanti da prestarne a tutti, e denti e quattrini. In che cosa posso servirla?
- Veda questa roba.
Il vecchio diede un'occhiata all'oggetto di metallo, e disse tosto: - È argento, argento massiccio e puro.
- Quanto potrebbe valere?
- Lo vuol vendere?
- No, glie l'ho detto.
- Allora pesiamo. Trenta lire, piuttosto meno che più. L'ha trovato, questo collare?
- Sì.
Pensavo bene io che non fosse il collare d'un suo cane. I cani - e guardava sardonicamente agli spropositati stivaloni del giovinotto - i cani le piacciono poco, mi pare, come alla buon'anima di suo zio.
Mentre l'orefice e orologiaio, ridendo a squassi, borbottava queste ultime parole, passava un monello, che gridava con voce argentina: - L'«Adriatico», l'«Adriatico», col gran fatto accaduto...
Gioacchino disse un grazie rapido al vecchio, e corse dietro al monello per comperare il giornale, poi se lo portò su in camera, salendo a tre a tre gli scalini alti delle branche strettissime. Cercò alla fine della terza pagina, e trovò in carattere grosso l'avviso, che tutti i fogli del giorno innanzi avevano già pubblicato: «Chi avesse smarrito un collare da cane con tre iniziali, la prima delle quali F, è pregato di recarsi a ricuperarlo il più presto possibile alla bottega portante l'insegna dello Scudo d'oro, in calle della Forca, numero 512. Il collare verrà consegnato sulla indicazione delle altre due lettere, senza esigere nessuna mancia». V'erano tre o quattro errori tipografici; ma, insomma, il testo appariva chiaro.
Suonarono le otto. Il giovine tornò ad uscire in gran fretta, spinse forte l'uscio due o tre volte per essere ben certo che fosse serrato, e, passando vicino alla bottega dello Scudo d'oro, disse a Zaccaria, il quale stava ancora seduto sotto la tenda rossa:
- Siamo intesi: se viene qualcuno a chiedere il collare, mandatelo al cassiere della Banca di Sicurtà commerciale. Va bene?
- Ho capito, ho capito. Me la ricantò ieri cento volte la solfa.
- Dunque mi fido.
E Zaccaria, nell'ombra della calletta angusta, dove il sole non batteva più, mormorò tra i denti, sbirciando Gioacchino, che saliva il ponte quasi di corsa: - È curiosa! Che smania di restituire la roba gli è venuta d'un tratto. Anche questa s'ha da vedere! - Gioacchino dal canto suo pensava: - È d'argento, correranno a pigliarlo.


* * *

Bisogna sapere che Gioacchino non era punto avaro; ma l'antiquario dello Scudo d'oro non aveva torto: quella smania riesciva stravagante. Il giovine, come vedremo, spendeva tutto quello che guadagnava. La sua camera non si poteva dir sudicia, benché la moglie borbottona di Zaccaria non togliesse la polvere dal cassettone, dallo specchio, dalle quattro scranne, dalla poltrona zoppa e dalla tavola tarlata se non una volta ogni due settimane. Codesti mobili erano assoluta proprietà di Gioacchino, il quale pagava cinque lire al mese la stanza vuota, e dava mensualmente per il servizio della degna sposa di Zaccaria una lira: molto più di quello che si meritasse. Ora mettiamo il mangiare, il vestire, i divertimenti, e giungeremo alle tre lire al giorno, né più né meno. Gioacchino aveva ereditato dallo zio, un sant'uomo, centomila lire o giù di lì, e gli affari della cassa alla Banca di Sicurtà gli avevano dato nell'ultimo bilancio un frutto netto di diecimila lire, che doveva crescere del doppio l'anno seguente; ma questo non era guadagno proprio suo, era guadagno del denaro suo: bisogna distinguere. Gioacchino, fra le altre virtù, aveva quella della modestia: valutava poco l'opera propria; e il lavoro di tredici ore, dalle otto della mattina alle sei e dalle otto della sera alle undici, gli era sembrato, dopo molti e profondi calcoli, degno di tre lire al giorno soltanto. L'entrata dunque e l'uscita si pareggiavano. Anzi, di quando in quando gli veniva il sospetto di essere un cervello sventato; e allora resecava un po' sulle spese, sicché del proprio guadagno effettivo aveva messo da parte un centinaio di lire, più qualche centesimo, destinate in casi straordinarii a certi matti dispendii. Non è male che un giovine previdente si prepari così un fondo di cassa disponibile agli ultimi estremi per una qualche pazzia.
Il momento della pazzia, una vera ed improvvisa pazzia, era venuto. Sulle donne Gioacchino aveva delle idee molto sentimentali. Non gli piacevano quelle che si fanno pagare; ma dall'altra parte a quelle che non si fanno pagare non sembra che Gioacchino piacesse troppo. Con le ragazze ci sono gl'impegni e spesso le noie de' fratelli o del padre; quanto alle donne maritate, la moralità sua lo salvava dal pensarvi, e anche un poco la paura dei mariti bisbetici. Così dunque il nostro giovine, con la sua faccia d'un pallore giallastro, gli occhietti bigi, le labbra grosse violacee, il pizzo rado, le guance infossate, la testa quasi pelata, magro come uno stecchino, viveva in una castità molto impaziente.
Una sera, alle sei e mezzo, in Merceria di San Salvatore, mentre usciva dalla sua Cassa, ecco si imbatte in una fanciulla ammirabile. Alta, snella, con certi occhioni neri da far venire la pelle d'oca, e i capelli corvini, e la carnagione (si vedeva un poco più giù del collo) d'un bruno caldo, infiammato, che sembrava un riflesso d'incendio. Gioacchino sentì nel cuore un gran colpo, e, fatti due passi, voltò la testa. In quel punto voltava il capo anche la bella giovane, saettando con gli occhioni neri.
Gioacchino incerto, tremante, quando la ragazza fu lontana ebbe il coraggio di seguirla.
Alla svolta di una calle od alla discesa di un ponte, se la perdeva di vista, affrettava il passo, correva; poi, scopertala, si fermava di botto, e s'ella stava un minuto a guardare dinanzi alla mostra d'una bottega, egli andava a rifugiarsi vergognosamente in un sottoportico buio. Si studiava di camminare come se non fosse fatto suo, fischiettando, guardando in aria. Passava dalla paura all'ardire: tre o quattro volte gli venne l'impeto di accostarsi alla fanciulla; faceva due passi, e l'animo gli mancava. Così passarono da San Bartolomeo, poi dal ponte dell'Olio, poi dalla salizzada di San Giovanni Grisostomo, e finalmente dal campo de' Santi Apostoli, dove la fanciulla incontrò una vecchia vestita di nero, con il cappellino a fiori color di rosa.
Il sole, splendente ancora nella vasta piazza, bruciava. Svoltato l'angolo della calle del Pistor, nel ramo delle Zotte, in fondo al quale si vedeva brillare il verde dell'acqua e passare il felse di una gondola nera, la fanciulla e la vecchia sparirono.
Per farla breve, cinque giorni dopo, la vecchia piccola, grassa, grinzosa, dal cappellino ornato di rose, aveva già con infinite astuzie cavato quaranta lire dal salvadanaio disponibile del nostro giovine cauto.
Irene era propriamente la Dea della seduzione. Quando stava ritta il suo mento ovale soverchiava in altezza il cocuzzolo mezzo pelato di Gioacchino, ma si piegava con tanta grazia! Nello slanciarsi, nell'incurvarsi, nell'ondeggiare aveva della pantera; aveva del serpente nell'attorcigliarsi, nell'aggomitolarsi, nello strisciare. E poi era tanto allegra. Il suo labbro superiore rimaneva naturalmente alzato, massime alle estremità in una curva adorabile, che faceva pensare a non so che di canino, e che lasciava sempre vedere i denti bianchissimi. Gl'incisivi dovevano essere arrotati come lame di coltello, ed i canini erano certo puntuti come pugnali. Il riso le stava tanto bene: gli occhi scintillavano e mandava un fremito di gaiezza, che pareva selvaggio.
Gioacchino aveva perso la testa. Andava in calle delle Zotte subito dopo il desinare e vi restava fino alle sette e tre quarti, l'ora di tornare alla Cassa. Vi sarebbe andato anche di giorno se avesse potuto scappare, non foss'altro per dieci minuti, dalla Banca di Sicurtà; vi sarebbe tornato la sera tardi, se la fanciulla e la vecchia mamma non glielo avessero proibito, dicendo che andavano sempre a dormire innanzi i polli, e che non intendevano mettere a repentaglio nel vicinato il loro nome di donne oneste. Fatto sta che il settimo giorno, a contare dal primo incontro, la vecchia strappò al giovinotto ancora trentacinque lire. Ma Irene gli voleva tanto bene, gli si buttava addosso con tanto furore, che era un incanto! Aveva anzi il caro costume di morsecchiare; e Gioacchino, la sera, spogliandosi, guardava con infinita compiacenza le lividure delle proprie carni.
Un dopo pranzo (si conoscevano da nove giorni) la fanciulla era più gaia e Gioacchino anche più acceso del solito.
Irene gridò improvvisamente:
- Voglio mostrarti d'un colpo tutto quanto il mio amore - e si avventò contro di lui e, afferrandolo per le spalle, lo girò, e sotto alla nuca gli diede un gran morso con que' suoi denti taglienti e puntuti.
- Sangue, sangue! - ripeteva sghignazzando.
E Gioacchino, benché gli facesse un poco male, e sopra tutto gli rincrescesse che il goletto e la cravatta avessero ad imbrattarsi, rideva anche lui con quella sua faccia sparuta e squallida, e si asciugava la ferita con la pezzuola.
Erano quasi le otto. Uscì felice, toccandosi a brevi intervalli col fazzoletto la nuca, dove le gocce di sangue si rinnovavano ad ogni tratto; ma, poiché il sangue non voleva stagnare, entrò in una farmacia a farsi mettere sulla ferita un pezzetto di cerotto giallo. Di notte sentì un pizzicore, che lo tenne svegliato.
La sera seguente Gioacchino spasimava d'amore, benché durante la giornata si fosse sentito in tutte le membra una spossatezza grandissima. All'ora consueta la vecchia lo aspettava sulla porta di strada. Quando Gioacchino la vide bisbigliò: - Ci siamo! - La vecchia infatti lo tirò nella cucina, dove due pentole, un candelotto, cinque o sei tondi e qualche posata arrugginita ornavano la credenza. Principiò le lamentazioni. Irene non ne sapeva nulla, poveretta! ma certi impegni urgentissimi, gli ultimi creditori impertinenti da far tacere; bastavano trenta lire; era tanto buono, tanto gentile; non l'avrebbe seccato mai più, lo giurava sulla immagine di Santa Brigida. Gioacchino teneva duro. Allora la vecchia, piantandosi le mani ai fianchi, smessa la studiata dolcezza del volto grinzoso e la mellifluità della voce fessa, continuò ringhiando. Irene dipendeva da lei; non c'è amore che tenga; gli avrebbe dato un calcio da quella parte, e poi chiusa la porta in faccia in saecula saeculorum, una bella faccia davvero! Se voleva continuare a veder la ragazza doveva contribuire anche lui alle spese di casa; e poi una ragazza tutta per lui, così pura, così innocente; infine si trattava di poche lire; era una spilorceria, una sordidezza; o con chi credeva di aver da fare? le persone si devono apprezzare per quel che meritano, e lei e la figliuola volevano essere tenute in conto di donne dabbene; l'aveva intesa sì o no?
Gioacchino diede le ultime venticinque lire. Oramai dei risparmi sull'onorario, che aveva concesso a sé medesimo, gli restava qualche misero soldo; ma il giovine si sentiva tanti bollori addosso, che l'intaccare all'occorrenza d'un altro centinaio di lire le ventimila, che il suo danaro doveva in quell'anno fruttargli, non gli appariva la cosa più atroce di questa terra mortale.
Irene stava sdraiata sull'ottomana. Faceva un caldo grave umido, soffocante. Era vestita d'una sottana piuttosto corta e d'un casacchino, dal quale s'erano strappati quasi tutti i bottoni. Gioacchino, vedendola, si rasserenò: i suoi occhietti si spalancarono, il viso smorto pigliò un bel colore rosato. Bisbigliò nell'orecchio della fanciulla la eterna parola:
- Mi vuoi bene?
L'altra rispose a voce alta, ridendo:
- T'adoro.
- Ami me solo? Pensi sempre a me? Io, vedi, darei tutto il mio sangue per la mia cara Irene.
E le rimproverò dolcemente il morso della sera innanzi, dicendole che ancora la nuca gli pizzicava forte.
Aveva messo il capo sulle ginocchia di lei.
Immerso in una specie di sopore beato, guardava, senza pensare, alla polvere densa, che da più mesi non era stata disturbata sotto ai pochi mobili sconquassati, alle sporcizie del pavimento, delle quali si sarebbe scandalezzata persino la degna sposa di Zaccaria, ed alle tendine delle finestre rabescate di lordura. Dal canale quasi asciutto saliva un fetore acre. Qualcosa di bianchiccio, di lustro, dietro ad una delle gambette storte dell'armadio, fermò lo sguardo di Gioacchino.
- Guarda, che cosa c'è lì sotto? - chiese ad Irene, e senz'aspettar la risposta andò a pigliare l'oggetto. Era un collare col suo fermaglio e le tre lettere F. A. Q.
La faccia di Gioacchino diventò livida.
- Un cane, c'è stato un cane in questa casa. Rispondi.
Irene rideva, mostrando i denti.
- C'è stato un cane e ha perduto il collare? Quando?
- Ieri mattina.
- Ieri?
- Sì, ieri; - e la donna ci pensò un attimo, poi soggiunse:
- Entrò dall'uscio della scala, che la mamma con questi caldi tiene sempre aperto. Ma io non ho paura dei cani. Anzi guarda - e mostrò alla polpa della gamba destra due ferite vicine, lunghe, parallele, non ancora rimarginate.
- È stato il cane? - gridò Gioacchino con gli occhi fuori dalla testa.
- Sì, il cane. Non me ne rammentavo quasi più.
- E non hai fatto bruciare la piaga?
- Fossi matta! Perché mi restasse il segno tutta la vita.
- E il cane dov'è?
- Lo so io! Non l'avevo mai visto. È scappato, e buon viaggio.
- Scappato subito?
- Subito, e tanto in furia che pareva arrabbiato.
- Arrabbiato, arrabbiato! - e si toccava la morsicatura della nuca, che da un minuto gli bruciava la carne come un tizzone ardente. Mise in tasca il collare e scappò, precipitando giù dalle scale, correndo nelle calli, sui ponti, lungo le fondamenta, dando degli spintoni a tutti quelli che incontrava, finché giunse all'Ospedale maggiore, dove chiese del chirurgo di guardia. Voleva farsi medicare col ferro e col fuoco; ma il chirurgo disse che non si poteva tentare più nulla, giacché la piaga era bell'e cicatrizzata. Del resto, saputo il caso, affermò dottrinariamente che la rabbia non si trasfonde da uomo ad uomo, eccitò Gioacchino a dormire quindi i suoi sonni tranquilli, e gli voltò le spalle.
Gioacchino pensava: - Menzogna, inganno pietoso. Voglio sapere la verità ad ogni costo - e nel correre verso casa, passando innanzi alla Farmacia di Santa Fosca, di cui conosceva il principale, vi entrò difilato. Giunto al banco starnutò. L'aria impregnata degli odori di droghe, di olii, di mantecche e di elettuarii, gli punzecchiava le papille del naso.
La Farmacia di Santa Fosca è celebre. Delle sue pillole miracolose si occupò più volte niente meno che il Gran Consiglio della Repubblica di Venezia. La sala, piuttosto vasta, appare molto solenne; un resto, perfettamente conservato, dell'arte barocca: grandi armadii tutt'intorno in legno massiccio, a pilastri, a cornicioni, a timpani, con riquadri arzigogolati e volute gobbe; sulla porta di mezzo, in faccia all'ingresso, il busto di un vecchio sapiente, in atto di consultare un librone enorme di farmacopea; sulla porta a destra il busto d'un giovine, che tiene una storta, e sulla porta a sinistra quello di un altro giovine, che pesta nel mortaio; all'alto dei frontespizii certe figure allegoriche di donne sdraiate e dorate; qua e là delfini e caducei.
Il soppalco a travi regolari, dipinti in fiorami gialli, non ha una ragnatela; nelle scansie i vetri di maiolica, bianchi con gli ornati di fogliami celesti e le iscrizioni a lettere gotiche nere, i più grossi e panciuti nel palchetto più alto, in mezzo i mezzani e sotto i piccoli, stanno schierati l'uno accanto all'altro con una regolarità, dove s'indovina la mano avvezza agli scrupoli d'oncia.
Se la discorrevano insieme nella stanza vicina, intorno alla tavola tonda, quattro medici, mentre, dietro al banco, lo speziale attendeva a pesare e ad incartare non si sa quali polveri bianche.
Gioacchino, vergognandosi di parlare di sé, principiò a narrare allo speziale il caso di un amico suo, che era stato morsicato da una donna, la quale alla sua volta era stata morsicata da un cane, probabilmente rabbioso. Nell'andare innanzi, infervoratosi nei particolari della storia, alzò a poco a poco la voce, sicché i medici, dall'uscio aperto, si posero ad ascoltare. Il punto sul quale Gioacchino voleva essere illuminato era questo: - L'idrofobia si può trasmettere dall'uomo all'uomo? - Il farmacista non sapeva che cosa rispondere; ma intanto entrò una vecchietta a chiedere tre once di olio di ricino, e il farmacista, conducendo Gioacchino nella stanza attigua, espose ai medici la domanda di lui, mentre la vecchietta gli tirava la falda dell'abito perché si sbrigasse a darle quel purgante, il quale doveva servire a guarir dalla colica la sua nuora, un bel pezzo di giovinotta, che aveva mangiato, essendo giorno di magro, un subisso di baccalà.
I quattro medici, i quali stavano aspettando invano di essere chiamati da qualche cliente, e intanto non sapevano come ingannare il tempo, giudicarono la quistione bella, ma molto intricata. Uno, il più vecchio, si rammentava di avere letto nello «Sperimentale» di un caso d'idrofobia comunicata ad un fanciullo dalla morsicatura di una ragazza, innanzi che le si manifestasse la rabbia. Gioacchino allibì. Vero è che la notizia fu poi smentita nello stesso periodico. Gioacchino respirò.
Frattanto il secondo dottore, sbarbato, con i capelli biondi e lunghi e gli occhiali sul naso, era andato a frugare nella libreria, che pigliava tre lati della stanza (la più ricca libreria delle farmacie di Venezia) e ne aveva cavato il fascicolo del giugno 1880 del «Giornale internazionale delle scienze mediche». Interrompendo senz'altro i discorsi dei colleghi si mise a leggere lentamente, gravemente alla pagina 488 questo articoletto: «Sulla trasmissibilità della Rabbia», pel dottor Raynaud. Fino ad ora si teneva per indiscutibile che l'uomo rabido non sia atto a trasmettere ad altri la malattia; oggi pare che tale questione sia entrata in una fase tutt'altro che rassicurante. Da alcune esperienze è lecito dedurre che il virus rabido dell'uomo è contagioso. L'inoculazione fatta nei conigli della saliva o del detrito della glandula salivale di un uomo affetto da rabbia, per morso riportato da animale sospetto, diede luogo ai sintomi rabidi, indi alla morte. Da ciò si deduce la trasmissione della rabbia non solo dall'uomo agli animali, ma eziandio da uomo ad uomo; e, ciò ammesso, si comprende come bisogna guardarsi con scrupolosa attenzione così dai morsi degli infermi affetti da rabbia, come anche dalla loro saliva e dagli oggetti che ne fossero imbrattati, specialmente nel caso che nelle mani esista qualche taglio o scalfittura o piaga».
Gioacchino era diventato verde e immobile come un cadavere: soltanto le sue labbra tremavano; ma i medici, incaloriti nella questione, non gli badavano affatto.
Uno di essi, il più giovane de' quattro, piccoletto, gobbetto, tutto malizia negli occhi e nella bocca, osservò: - L'articolo non vuol dir nulla. Gli uomini, è vero, somigliano ai conigli nell'animo, ma non si possono confondere con i conigli nel fisico. Io in questa materia la so lunga, pur troppo! La mia tesi di laurea ebbe a tema l'idrofobia: ho dovuto consultare un monte di libri, e sono stato aiutato dal professore Lussana, che ha compiuto delle belle esperienze. Vi ricordate certo di quel povero dottore Agostino Marin, medico condotto di Cervarese Santa Croce, tanto buono, tanto amato da tutti, il quale, morsicato da un cane, sentendosi dopo tre mesi i primi sintomi dell'idrofobia, montò in carrettella e, guidando da sé, si recò all'Ospedale di Padova, dove al medico di guardia disse quietamente: - Vengo a finire qui, per non funestare con l'orrendo spettacolo della mia morte la mia moglie ed i miei figliuoli, che amo tanto -. Morì in fatti qualche giorno appresso; e il Lussana, avendo avuto un poco di sangue di quel disgraziato, lo iniettò nella vena femorale di due cani. Uno de' cani poco dopo morì, l'altro fu ucciso: era stata comunicata a tutti e due la così detta idrofobia lipemaniaca o taciturna.
Il medico biondo interruppe: - O dunque, se ai conigli e ai cani, con la saliva e col sangue la rabbia si trasmette, perché non s'ha a trasmettere all'uomo?
- Caro dottore, o perché i cavalli, i ciuchi ed i buoi vanno soggetti a malattie diverse da quelle della bestia umana? Non ci sono forse dei veleni che accoppano certi dati animali, non facendo agli altri né caldo né freddo? L'Hertwigx dichiara che solo il quinto degli uomini addentati direttamente da cani idrofobi s'ammala; e il Giraud, il Bezard, il Parvisse, il Gauhier, il Vaughan...
- Basta, per carità! - gridò lo speziale dal suo banco.
-... Il Giraud, il Babington praticarono l'innesto senza ottenere mai ombra d'idrofobia. Nessuno dei coraggiosi dissettori che, studiando i cadaveri di idrofobi, s'erano fatti alle mani o tagli o graffiature, ebbe a soffrire nulla, salvo uno, pare, se si deve credere all'Andry.
- La conclusione è questa - notò il medico vecchio - che non sappiamo nulla; ma non vorrei, lo confesso, neanche a ricoprirmi d'oro, sperimentare nella mia carne i denti di un uomo idrofobo.
Gioacchino era caduto sopra una seggiola: tendeva l'orecchio, ma non respirava più. Si fece coraggio, e chiese, balbettando, al medico gobbetto, che gli stava accanto: - La rabbia, scusi, negli uomini e nei cani si può sempre riconoscere dalle loro furie, dagli ululati, dalla bava, da qualche altro segno sicuro?
Il novello Esculapio, lietissimo di poter sciorinare la sua sapienza, rispose: - No. La rabbia non si manifesta con accessi di furore, anzi è una malattia, a prima giunta, di apparenza benigna; ma fino dal principio la saliva riesce virulenta, cioè contiene il germe inoculabile; ed il cane, o anche l'uomo, senza fallo, è allora più pericoloso per le carezze della sua lingua, che non per la tendenza a mordere.
La copia della bava non appare un indizio costante: talvolta la gola resta umida, talvolta secca. In una varietà particolare, che si denomina rabbia muta, la mascella inferiore si discosta assai dalla superiore, e si vede sino al fondo la gola nera. Sovente il cane cammina con il passo vacillante, con la coda rilassata, con la testa china e gli occhi spalancati e la lingua pendente fuori della bocca, lunga, azzurrastra. Alza il capo per mordere, e poi subito ripiglia il suo fatale cammino.
- E nei rimedii - chiese il medico vecchio, il quale non aveva più voglia di tenere dietro ai progressi dubbiosi della sua scienza - dopo il vano tentativo del curaro, hanno inventato altro?
- La tracheotomia - rispose il gobbetto.
- La tracheotomia - brontolò con un soffio di voce Gioacchino. - Che cosa è?
- È un taglio lungo la trachea - e il medico mostrava la gola più giù del colletto. - Il pathos eminens dell'idrofobia consiste in uno spasmo laringo-faringeo; non potendo dunque respirare di su, si spacca la gola e si respira più sotto.
Gioacchino inorridiva, ma il medico, senza guardarlo, continuava: - Vero è che alla stretta dei conti si muore ugualmente, strozzati, epilettici, furiosi, con la bava e il sangue alla bocca, ballando come nel delirium tremens il più orribile e infernale dei can-can.
Il dottore biondo, quello con gli occhiali, mentre i colleghi suoi ragionavano, non aveva fatto altro che togliere dalla libreria dei volumi e scartabellarli e ammonticchiarli sulla tavola. Sfogliandone uno, dopo avere scorso una mezza pagina, si pose a ridere, dicendo: - Sentite, amici, niente meno che l'Encyclopêdie, quella del Diderot e del d'Alembert, quella che ha illuminato il mondo. Ecco l'articolo Rage. Rabbia dunque ce n'è di sette sorte: quattro hanno rimedio: per le altre v'ha un riparo soltanto: tuer le chien enragé. E delle medicine questa è amena: «Pigliate il peso di sei scudi di sugo d'assenzio, il peso di due scudi di polvere d'aloe, il peso di due scudi di corno di cervo bruciato, due dramme di agarico e il peso di sei scudi di vino bianco: mêlez le tout ensemble, et les faites avaler».
Qui scoppiò una lunga risata; ma il dottore biondo continuava imperterrito: - Farmaco per impedire che la rabbia si manifesti: «Pigliate del latte di vacca appena munto, mettetegli in fusione della pimpinella selvatica, e fatene bere tutte le mattine per nove giorni».
Lo speziale, messo in curiosità dalle risa dei dottori, era andato ad ascoltare.
- Ha inteso? - disse a Gioacchino - basta bere per nove mattine il latte con la pimpinella.
Ma il quarto medico, il quale non aveva mai aperto bocca, e pareva che sonnecchiasse, si alzò e, preso in disparte Gioacchino, gli bisbigliò con molta solennità in un orecchio:
- Lasci sbraitare questi signori. Il fatto è questo, che la trasmissione dell'idrofobia da uomo ad uomo è cosa oramai certissima. Se dunque il cane era idrofobo, l'amico è spacciato. Il punto sta qui: sapere se il cane era idrofobo; e, poiché i cani idrofobi non guariscono mai, sapere se il cane è vivo e sano.
Se il suo amico o lei o qualche conoscente avessero bisogno di un medico, eccole il mio biglietto da visita.
Gioacchino uscì sbalordito, mezzo tramortito, barcollando sulle magre gambe.
Sapere se il cane è vivo! Gioacchino si rammentò del collare che aveva in tasca. Gli venne una grande idea: corse la sera stessa agli uffici de' giornali che si pubblicano la mattina, e la mattina seguente, per tempo, agli uffici de' giornali che si pubblicano la sera; e fece stampare l'avviso che conosciamo.

* * *

Lo abbiamo lasciato che andava alla sua Cassa, dove giunse in ritardo, ruminando nel cervello cento storie terribili di cani arrabbiati, d'uomini morti negli spasimi più tremendi, quando meno se l'aspettavano, molte settimane, molti mesi, molti anni dopo morsicati. Vivere in tante ambasce! meglio buttarsi subito nel canale con una pietra al collo. E contava i biglietti di banca con la sicurezza meccanica della consuetudine lunga; e pensava intanto al suo povero zio, che, vedendo un cane, allibiva, sgattaiolava lungo i muri, si rannicchiava ne' canti; al suo povero zio, quel sant'uomo, che, dopo avere mangiato pane e cipolle tutta la vita, gli aveva lasciato centomila lire, facendogli giurare solennemente di portare sempre gli stivali sino alle ginocchia, poiché i cani hanno l'usanza di addentare alle polpe.
Si presentò allo sportello della Cassa la testa unta di Zaccaria, e in atto di mistero disse:
- C'è quel signore.
- Chi?
- Quello del collare.
Gioacchino scattò, e gli passò sulla fronte un lampo di gioia. Il proprietario del collare era un bel giovinotto, alto e robusto, tenente di fanteria marina, il quale, dette le due lettere che l'avviso chiedeva e ringraziato il cassiere, dichiarò di voler pagare, non foss'altro, le spese delle pubblicazioni; ma Gioacchino non rispondeva. Guardava intorno, cercando il cane:
- E il cane dov'è?
- Il cane è scappato.
- Quando?
- Ier l'altro.
Gioacchino si sentì gelare, e, come parlasse a sé medesimo, con un accento di strazio mortale, bisbigliò:
- Il giorno in cui ha morsicato Irene!
- Appunto. È un cane mansueto come un agnello; ma non bisogna tirargli le orecchie. Irene gliele tirò, ed egli dentro coi denti nelle polpe. Allora gliene diedi tante e tante, che scappò giù dalle scale, e non l'ho più veduto. Ma tornerà, ne son certo; mi capiterà tra i piedi o al caffè, o in qualche casa dove ho per costume di andare. Non è la prima volta che mi fa questi scherzi.
- Era sano?
- Come un pesce, ma con questi calori non si sa mai.
Gioacchino, alzando gli occhi e guardando il volto rotondo e gioviale del tenente, chiese tremando:
- Ella conosce Irene?
L'altro si mise a ridere, come se volesse dire: e chi non la conosce?
- Scusi, ci andò ier l'altro per caso?
- Sono tre mesi che ci vado tre o quattro volte la settimana e le ho condotto quasi tutti gli ufficiali del battaglione.
- Irene in calle delle Zotte, numero 120, quella ragazza che abita con la madre?
- Una bella madre davvero!
- Ma insomma, Irene...?
- Non lo sapeva?
Allora soltanto il bel giovine s'avvide che il disgraziato cassiere non si sentiva bene, e, poiché Gioacchino pregava di essere lasciato solo, il tenente, senza darsi la briga di capire codesto imbroglio, se ne andò via, intendendosela con l'antiquario dello Scudo d'oro, perché, quando a quel matto del cassiere fosse piaciuto, gli portasse a casa il collare. Zaccaria s'inchinò tanto che toccò quasi il suolo con le due punte della barba grigia.
- E mi costa cento lire! - ripeteva Gioacchino, e, mentre contava i danari allo sportello, andava ripensando alla pietra da legarsi al collo e al canale ove affogarsi. Poi esclamava: - Voglio vendicarmi; voglio uccidere la vecchia prima e la giovane poi -. E tremava di paura.
Alle sette di sera, senza sapere quel che si facesse, entrò nel chiassuolo delle Zotte. La porta era aperta, salì e sul pianerottolo si fermò un istante: gli pareva di sentirsi strozzare, non poteva più inghiottir la saliva, aveva il granchio alle mani, il cuore con i suoi gran colpi voleva spezzargli il petto. - Ci siamo - pensò - mi restano poche ore di vita -. Mise il piede sulla soglia della camera d'Irene.
Irene, sdraiata come al solito sull'ottomana, scherzava con un cane. Gioacchino si voltò per fuggire, ma Irene gli gridò:
- Vieni, vieni, guarda com'è grazioso.
Poi, parlando al cane:
- Non mi morderai più, non è vero?
Era il cane che Gioacchino cercava, sano, allegro, saltellante. Gioacchino, trasformato, cavò di tasca il collare e s'avvicinò alla bestia, la quale, sentendo l'odore della roba sua, sbalzò ai piedi del giovinotto, e ballandogli intorno abbaiava di gioia. Gioacchino affibbiò al cane il collare, poi con un ginocchio a terra, si pose ad accarezzare il suo pelo nero, vellutato, morbido; e il cane s'avvoltolava, e con la pancia all'aria dimenava le zampe. Irene rideva a crepapelle. A un tratto Gioacchino s'alzò dignitosamente, e cercando di dare alla sua fisonomia squallida, a' suoi occhietti piccoli e spenti una espressione terribile, disse con la sua voce stridula:
- Signora, vi lascio al tenente di fanteria marina ed al suo battaglione; vi lascio al padrone di questa bestia. So tutto, tutto - e s'avviò risoluto all'uscio.
L'ilarità di Irene non ebbe più freno; si sganasciava, e, battendo le mani, gridava al cane:
- Acchiappa, Budda, acchiappa il ladro, acchiappalo - e incitava il cane col gesto.
Budda, ringhiando, corse giù per le scale dietro a Gioacchino; ma questi era stato più lesto e aveva chiuso la porta. La vecchia infame gettò dalla finestra sul cappello del giovine, mentre usciva, una buccia di limone.

* * *

Il nostro cassiere tornò alla sua vita di prima, regolare e monotona; non s'attentò più di seguire nelle vie le belle brune; si rimise a' risparmii, e comperò un paio di stivaloni nuovi, per proteggere anche le ginocchia.


Santuario

1

Era l'ultimo giorno dell'anno, un anno pieno di malinconie e di fastidii.
Avevo pagato il conto all'oste dei Tre Turchi, e m'ero acconciato nella carrettella, che doveva condurmi al Santuario: una salita di settecento metri, a dir poco. Il sole cadente picchiettava di ombrette e di scintille il fango della strada, il quale, schizzando a destra e a sinistra, pareva borbottasse pettegolo contro le ruote, che ne disturbavano la quiete molle. Su quella mota nerastra, tormentata a lunghi intervalli dai pesanti carri delle ferriere vicine, si distendevano ampie striscie o s'alzavano grandi cumuli di neve, chiazzata qua e là di brutte macchie di melma e bruna al paragone dei lenzuoli candidi, che coprivano i campi ondeggiati, divisi da fossatelli, e i tetti dei casolari e delle villette sparse sulle alture. Di mano in mano che si andava in su, il fango scompariva per lasciare posto anche sulla strada alla neve, solcata da poche linee profonde; e, un'ora prima di giungere al Santuario, i due cavalli, sbuffando, sudando, tendendo faticosamente i muscoli, cacciando le gambe nella neve fino alle ginocchia, riuscivano a malapena a tirare il legnetto, di cui le ruote si sprofondavano quasi fino all'asse.
La temperatura, ch'era stata assai mite, essendosi fatta freddissima, principiavo a sentirmi i piedi gelati e le mani intirizzite. Battevo i denti quando, verso le sette, al buio, si giunse nel primo cortile dell'ospizio. Le gradinate magnifiche erano scomparse; qualche pezzo di balaustro, le cimase, i vasi barocchi, non si vedeva altro. Le immense ali dell'edificio s'alzavano tetre, e gli archi aperti del vasto atrio, in quella luce notturna della neve, azzurrognola e pallidissima, sembravano l'ingresso d'un cimitero fantastico.
Il vento cacciava sotto all'atrio un pulviscolo ghiacciato, sottile, turbinante, che si faceva strada fra il collo e la pistagna della pelliccia, fra le maniche e i polsi. Un uomo mi venne incontro con la lanterna; e mentre io gli chiedevo del signor rettore dell'ospizio, e lo pregavo di condurmi subito al fuoco, ecco che s'avanza a un tratto fra lui e me una testina bionda di donna: e le sue labbra sorridevano, ma fissò gli occhi ne' miei con uno sguardo così audace e lungo che io rimasi turbato. Quella sfacciataggine non s'accordava coi lineamenti soavi del volto, né coll'abito della bella persona. Aveva il capo chiuso in una specie di cuffia bianca e il vestito di colore azzurro; un grembiule candido le si annodava alla vita sottile e contornava i fianchi e si alzava a coprire la curva del petto, sulla quale scendeva, appesa ad una fettuccia di velluto nero, una croce d'argento. Mentre io guardavo la strana fanciulla dalla testa ai piedi, ella, immobile, impassibile, continuava a fissarmi. In quello sguardo dritto e fiero c'era qualcosa di tanto singolare, ch'io, che già tremavo dal freddo, mi sentii rabbrividire.
Il servo, nel vedere la donna, non si scompose, ma le disse dolcemente: - Signora, piglierà un raffreddore; venga con me - e, pregandomi di aspettarlo due minuti, la accompagnò lungo il lato destro del portico.
Ella lo seguì sommessa, senza voltare il capo. La lanterna che, ad intervalli regolari, spariva per un istante dietro alle colonne delle logge, allontanandosi e diventando sempre più smorta, s'andò a perdere in una vasta ombra, che mi parve quella d'una chiesa. E mi sembrò che dall'ombra cupa uscisse un suono flebile e dolce.
Quando il servo tornò, gli domandai:
- Cantano in chiesa?
- Le Figlie di Gesù pregano la Madonna.
- E pellegrini ce n'è?
- Neanche uno. Con questo tempo! bisognerebbe essere matti.
Volevo chiedergli qualcosa della fanciulla bizzarra, ma mi trattenni. Il buon uomo, zoppicando un poco, mi rischiarava i gradini dello scalone.

2

La stanza del rettore era un paradisetto. Faceva caldo. Nel camino brillava un gran fuoco, e dinanzi ad esso un uomo lungo e stecchito, una specie di Don Chisciotte prete, si stava scaldando la schiena con le mani dietro. Appena mi vide entrare, innanzi di aprire la lettera ch'io gli presentavo, mi chiese se avessi fame, se avessi freddo, se fossi stanco, se volessi bere; e senz'attendere la risposta, andò alla credenza a cavarne una bottiglia, mi fece sedere nella poltrona accanto al fuoco, e chiamò il servo, ordinandogli di preparare la cena. Bevetti il vermouth, due bicchieri, e il rettore voleva farmi bere il terzo a ogni costo. Lieto come una pasqua, mi pigliava per le mani, mi picchiava famigliarmente sulle ginocchia, sorrideva con un certo ghigno bonario tutto cuore, e diceva:
- Ci ho proprio gusto: mi rincresceva davvero di finire l'anno solo come un eremita. Sia benedetto il cielo: ho trovato un compagno. Pasquale, un'altra brancata di fascine, un altro ceppo ben secco. Bada all'arrosto, che non s'abbrustolisca troppo.
E andava su e giù per la stanza con le sue gambe interminabili, facendo svolazzare la veste; poi si tornava a piantare ritto innanzi al camino, e allora l'ombra oscillante de' suoi stinchi, proiettata dalla fiamma, si distendeva sul pavimento, e il torso si sbatacchiava sulla parete opposta, e il collo e il capo tracciavano la loro forma allungata sul soffitto, sicché la figura nera appariva spezzata in tre lati, e si muoveva ora di qua ora di là, come un pulcinella di legno dislogato da un ragazzo impaziente.
Alla fine il rettore lesse la lettera di presentazione, e gli Oh! e gli Ah! non terminavano più.
- Oh, ah, il figliuolo del mio caro Gigi! È proprio lei? Sa che da trent'anni... che cosa dico? da quarant'anni... sicuro, fu nel... non mi rammento bene... ma in somma sono passati quarant'anni almeno dacché vidi per l'ultima volta il mio buon Gigi. E non sapevo che avesse preso moglie, ed ignoravo che avesse un rampollo così grande e grosso, scusi, come lei. È succeduto quel che succede sempre quando ci si vuol bene davvero: non ci si scrive mai. Ma, lo creda, pensavo sempre all'amico del Liceo e del Ginnasio, e chiedevo a me stesso: Gigi sarà vivo, sarà sano? Egli ignora forse ch'io sono canonico, ed io ignoro... A proposito, a che professione s'è mai dato suo padre? Mi pareva che avesse poca voglia di sgobbare a quei tempi. E dove s'è piantato? A Venezia? Ho sempre avuto un gran prurito di andarci; ma poi, seminario, noviziato, canonicato, rettorato, il diavolo che mi... E lei da qual parte del mondo mi capita qua? Oh! Ah! Vedi bel caso. Bene, benone, arcibenissimo. Pasquale, un'altra brancata di fascine, e la cena presto, e il Grignolino del 1870, intendi bene?
Non pareva una cena da mille metri sul livello del mare, né da Siberia. Si mangiava, si beveva allegramente.
- Pasquale, un'altra bottiglia. Il Barbera del 1860.
- Grazie, ho bevuto abbastanza.
- Via, via, l'ultima sera dell'anno! E per il figliuolo del mio più vecchio amico! E sta bene Gigi? Sarà diventato grasso, mi figuro, e grigio.

Porta la barba intiera o il pizzo o i soli baffi o ha la faccia pelata come me? Quarant'anni fa era una buona pelle quando ci si metteva. Una certa servotta, la Santina: aveva le mani e le guance rosse, e i capelli crespi. Una sera... Dio me lo perdoni...
E si turava con le due mani la bocca enorme, e sghignazzava. Il naso lungo e adunco, gli occhi piccoli e biancastri, il mento aguzzo e sporgente, la fronte schiacciata e bassa, tutto era in moto in quel volto, su quel collo interminabile, su quella interminabile persona scarnita; e dimenava le braccia come un mulino a vento.
- Pasquale, Pasquale, una bottiglia di Barolo, di quello che Sua Eminenza bevette l'ultima volta, ma bada di non sbagliare, del più vecchio, c'è scritto l'anno 1850, e non iscuotere la bottiglia, portala adagio adagio come se fosse una reliquia.
- Grazie, non posso, ho bevuto troppo.
- L'ultimo dì dell'anno, mi canzona! E com'è stata ch'è venuto qui a passare l'ultima notte?
- Ero ai Tre Turchi...
Pasquale annunziò una deputazione. La deputazione si componeva di un solo vecchietto bianco e curvo, che, in nome dei cinque o sei sacerdoti, i quali vivono rannicchiati nelle loro camerette dell'ospizio anche gli eterni mesi dell'inverno, era venuto ad augurare il buon anno al signor rettore. Borbottata con impaccio infantile qualche parola, il pretucolo se ne andò via, spaurito del suo gaio e inquietissimo superiore, del forestiero nuovo, e forse degli avanzi della cena sardanapalesca.
- Ero ai Tre Turchi da due giorni per certi affari urgenti di mio padre, un fallimento improvviso; e dovendo partire domani sera...
Pasquale annunziò un'altra deputazione. Entrarono due donne. L'una si avanzò placidamente verso il rettore, che prese un aspetto compunto, abbassando gli occhi e giungendo le mani all'altezza del petto; l'altra rimase all'uscio e mi piantò gli occhi addosso. Era la fanciulla bionda, che avevo vista nell'atrio. A un tratto si staccò dalla soglia, e con tre o quattro passi leggeri e lenti mi venne accanto; e sempre mi guardava fisso, come se volesse frugarmi dentro nell'anima o ricercare un segreto nelle mie viscere profonde. Sentivo sulla mia faccia il suo alito. La sua compagna, che aveva finito il proprio discorsetto, la chiamò due volte, e alla fine, presala dolcemente per un braccio, la condusse fuori. Io restai sopraffatto da un senso arcano, che somigliava alla paura.
Anche il rettore era rimasto un poco sopra pensiero. Ci sedemmo al fuoco. Desideravo sapere qualcosa della ragazza bionda; ma il canonico, rientrato già nel torrente de' suoi ricordi giovanili, non lasciava posto a intromettervi una parola, e s'io tentavo di opporre un intoppo alla sua straripante eloquenza, egli lo spazzava via senza neanche darsene per inteso. A un certo punto, giovandomi astutamente di una pausa, dissi:
- Reverendo, mi cavi una curiosità. Chi è mai quella fanciulla bionda, ch'è venuta dianzi?
Il prete alzò lo sguardo al soffitto.
- Ha certi occhi, che attraggono e che spaventano. È una suora?
- Fece segno di no, e tacque.
- L'ho vista nell'atrio sola, in mezzo alla neve. È qui da un pezzo?
- Da tre settimane. Ci vorrebbe un miracolo, e lo invoco con tutta la forza dell'anima mia.
E cominciò allora a parlare dei miracoli della immagine santa. L'estate scorsa, mentre c'erano al Santuario quattromila persone, un contadino ricuperò la favella, perduta da quindici anni; un falegname paralitico si rizzò in piedi, lesto come un daino; una donna, la quale s'era fratturata una gamba, in due giorni guarì. Dai prodigi contemporanei risalì via via agli antichissimi, e nel discorrerne assumeva una espressione ispirata, tanta era la schietta fede che traluceva da quegli occhi piccini. Ma interruppe la litania per dire:
- Già si sa, ella, caro signor mio, è un poco incredulo. Debolezza dei tempi! Nella mia gioventù anch'io avevo, come il buon Gigi, il cervello storto; ma s'ella rimanesse alcuni mesi su questo monte, in mezzo alle nubi, accanto alla effigie dipinta da san Luca, e fosse testimonio delle effusioni di mille e mille disgraziati, che dalle valli, dai paesi lontani salgono a piedi a invocare l'aiuto del cielo, e vedesse le lagrime e udisse i sospiri, e notasse poi la espressione giuliva dei loro volti; s'ella sapesse le consolazioni, le santificazioni segrete, e come la fede rammollisce il macigno, purifica le lordure, rialza e nobilita l'abbiezione più vile, ella, stupito dai miracoli operati sui cuori, crederebbe agevolmente agli altri materiali ed esterni. Salvare un'anima è cosa mille volte più ardua che racconciare una gamba o ridare il moto ai nervi e ai muscoli di membra intorpidite. Vedesse i voti di cui è piena la chiesa! Se non fosse questo freddo, vorrei condurvela subito.
- Magari!
- Andiamo dunque.

3

Mi gettai la pelliccia sulle spalle, ed uscii dalla stanza col rettore, il quale correva innanzi svelto, senza neanche aspettare che il servo gli facesse lume. S'andò in fondo alla loggia lunghissima, e poi si scese da una scaletta a chiocciola, rispondente alla sagrestia. Il prete andò a prendere in un angolo un grosso cero, e lo accese alla lanterna di Pasquale. Qua e là nelle cappelle luccicavano i lumini delle lampade. Il tempio era deserto, il silenzio sepolcrale. Innanzi alla immagine del Tabernacolo solenne ardevano due candele; ma la figura non si vedeva affatto, solo scintillavano su di essa le pietre preziose e brillavano gli ori, posti, s'indovinava, in forma di diadema, di pendenti, di monili, di spilloni, di catenelle, di braccialetti, e ammonticchiati alla base. Poiché il rettore ebbe detto, in tre minuti al più, fervorosissimamente, le sue giaculatorie, si principiò in fretta la visita dei voti: quadri grandi, mezzani e piccoli, innumerevoli, nei quali appena si distinguevano al fioco lume le pietose istorie di bimbi malati in cuna, di operai precipitati dal tetto, di viandanti assassinati, di carrozze rovesciate, di case fulminate, di navi naufragate, di terribili massacri in battaglia; cuori d'argento con la loro fiamma; corone, croci, grucce, stampelle; ghirlande e mazzi di fiori artificiali; nastri di seta con frange inargentate; bambole e altri ninnoli da ragazzi: in somma, una farragine di roba, che copriva dall'alto al basso le pareti delle navi e del presbiterio, le facce dei pilastri e i fusti delle colonne.
Il vento, soffiando, scuoteva i vetri delle finestre, e vi schiacciava sopra violentemente i larghi fiocchi di neve; ma nella chiesa si sentiva un tepore grave e umido, con un odore stagnante, nauseabondo d'incenso.
Nell'uscire si passò a lato di un confessionale, dove, ritto, al posto del confessore, stava immerso nell'oscurità un fantasima. Era la fanciulla bionda, immobile come una morta. Il rettore le parlò sottovoce, poi la affidò a Pasquale, che la menò pian piano al fondo del portico, dove l'aveva condotta quando la incontrammo nell'atrio. Il rettore bisbigliava:
- Poveretta, poveretta!
Il momento mi parve buono per tornare alle domande; ma il prete si contentò di rispondere:
- Non fa male a nessuno; gira da sé dappertutto, quieta, trasognata. Non dorme quasi mai. Il medico dice che bisogna lasciarla fare tutto quel che le garba. Dio la protegga!
La tristezza non s'addiceva al corpo, alla faccia, alla voce del reverendo: aveva bisogno di agitare le braccia, di scattare, di ciarlare, di ridere. Quando pigliava un'aria addolorata, il lungo naso mutava contorno, il profilo non era più lo stesso, e, se non fosse stato il corpo a pertica e il collo da struzzo, tali da farlo riconoscere tra un milione di preti, la mestizia avrebbe potuto servirgli di maschera. Il cordoglio, del resto, lo annebbiava per poco. Un sospiro da mantice, uno sguardo al cielo, una scrollatina di testa, ed ecco era tornata, come per incanto, la bontà chiassosa ed arzilla dell'uomo ingenuo. Si bevette un altro bicchiere, si parlò ancora una mezz'oretta, o, per meglio dire, egli parlava ed io fantasticavo; poi, alle undici, m'accompagnò in camera: niente meno che la camera destinata a monsignor vescovo, quando, ogni cinque anni, si reca a visitare il Santuario.
- Buona notte.
- Buona notte, e veda di principiare bene il nuovo anno con una santa dormita. Io domattina non potrò venire a salutarla: devo uscire per tempo. Si figuri che morì iersera il barbiere, un ciarlone, un burlone, che Dio l'abbia in gloria; ma un fior di galantuomo, e gli volevo bene come a un fratello - e il prete sospirò, mandando dai denti, che aveva radi e cavallini, un fischietto acuto. - Pasquale verrà a portarle il caffè; faremo colazione assieme un'ora prima ch'ella parta, giacché vuole proprio partire; intanto dorma tranquillo, e felice notte.
- Felice notte.

4

La camera, assai grande, era posta in un angolo dell'immenso edificio; aveva due finestre piccole, dalle quali si vedeva giù nella notte una zona biancastra e poi uno spazio nero, che si confondeva con le tenebre fitte del cielo. Continuava a nevicare, e tirava vento. Il letto alto e larghissimo aveva l'ampio padiglione di damasco cremisi a fiorami gialli, con quattro angioletti dorati sulle aste torte; la coperta, che scendeva sino a terra, era di raso giallo con disegni verdi, orlata di pizzo bianco. Accanto al letto stava l'inginocchiatoio, e sull'inginocchiatoio spiccava dal parato del muro un crocifisso d'ebano. Una delle pareti era ornata di un quadro assai bello, che figurava un santo col bambino Gesù; nelle altre si vedevano in piccole cornici alquante riproduzioni della sacra Immagine, qua ricamata a fili di seta rossa in raso bianco, lì eseguita a bucherelli e ritagli in cartoncino, o modellata in cera tramezzo a nuvole di cherubini e a ghirlande di frutta e fiori. Nella camera reverendissima stonava la scatola di cerini, che Pasquale aveva lasciato, dove dall'una parte si vedeva un caporale, che fa la sua brava dichiarazione alla cuoca, e dall'altra una silfide molto scollacciata e sbracciata.
Mi sdraiai nel seggiolone, e m'occupai un pezzo a guardare le scintille del fuoco, che scoppiettava. Non volevo andare a letto prima che l'orologio segnasse le dodici. Nell'animo pieno di una vaga afflizione mi sentii nascere il desiderio acuto dei miei parenti, de' miei amici, che avevo lasciato pochi giorni addietro, ma che avrei voluto vedere in quell'ora appunto, nella quale l'anno vecchio spirava e il novello vedeva la luce. Poi dicevo tra me: - Sono ubbie. Non ci ho pensato fino a questo momento, ed ora perché ci penso? Che differenza c'è egli tra l'una e l'altra mezzanotte? Non sono forse tutti uguali i giorni dell'anno? - E non ostante provavo dentro un certo stringimento: mi pareva di essere rimasto a un tratto solo in questo mondo, e sentivo un vuoto nuovo nella mia vita, un nuovo e lacerante distacco dagli affetti mortali. Pensavo ad altre prime notti dell'anno: alle speranze, che si spingevano audaci nei campi allettatori dell'avvenire, ai rinnovamenti del cuore umano, che, pure invecchiando, crede di ringiovanirsi; e fra tutte quelle notti, ce n'era una, una, che mi tornava con tenace insistenza nella memoria, come il ricordo straziante d'una gran gioia irremissibilmente perduta.
Il minuto in cui un anno si connette ad un altro è una pietra miliare nell'esistenza dell'uomo, o è la cifra d'un numero, che si muta? Guardavo la lancetta ed ascoltavo il tic tac del mio oriuolo nel silenzio profondo. Non si sentì neanche un rintocco, neanche un botto di campana in quell'ora in cui la immaginazione dei poeti e dei bambini evoca le streghe e gli spettri.
Mezzanotte era passata da un po' di tempo, quando udii un fruscìo, come di persona che si muovesse fuori, ed un bisbiglio, come di voce che parlasse sommessa. Tesi l'orecchio: il romore continuava. Pigliai allora la candela, e, spalancando l'uscio della camera, guardai nella vasta, ricca e freddissima sala, che la precedeva.
I grandi ritratti appesi alle pareti, nel lume pallido sembravano vivi. Forse quei personaggi che, dopo visitato il Santuario, avevano mandato in larghe cornici dorate le loro gravi immagini, conversavano insieme: erano dame in abito da corte, magistrati in divisa, marescialli in uniformi, principi, due re, tre regine. La porta della sala dava sulla loggia: nella loggia, sullo scalone non c'era un'anima. - Oh sta a vedere che ho da far con gli spiriti! - brontolai fra me stesso. Rientrai nella camera risoluto a lasciare che si sbizzarrissero a loro posta, e, non avendo sonno, mi sdraiai daccapo nel seggiolone. Il fuoco s'andava spegnendo, e la candela mi lasciava quasi al buio. Buttai nel camino un fascio di legne grosse.
Ma ecco che il bisbiglio ed il fruscìo vanno crescendo, e in un angolo della camera s'apre un uscio a muro, ch'io non avevo visto, ed entra col lume in mano, parlando tra sé a frasi lente e brevi, la bella bionda.
Mi sentii pietrificare. La donna, che doveva essere ben pratica di quella stanza come dell'intiero ospizio, dove, tutto essendo affidato all'onestà e alla decenza, gli usci mancavano di serrature, andò dritta alla parete sulla quale stava appeso il quadro, e, posata innanzi ad esso, sopra un tavolino, la lampada con cui era venuta, si mise a guardarlo fissamente con quel suo occhio che trapassava gli oggetti. La tela rappresentava un santo giovane, di volto pallido, delicato, soave; aveva la barba alla nazarena, i capelli neri, lo sguardo tenero e le labbra socchiuse, come se pronunciasse flebilmente una parola d'affetto. Accanto, sopra un altare, in mezzo a festoni di allegri fiori, si vedeva il Bambino, tutto nudo, che, alzando i braccini e facendo atto di saltare, pareva volesse uscir di botto dalla cornice per gettarsi nelle braccia di chi lo stava guardando. Era roseo, era paffutello, era gaio, vispo, gentile, carezzevole: un amorino da mangiar di baci.
La bella bionda guardava ora il santo, ora il bambino. Al santo diceva:
- Ti ricordi, Giovanni, la mattina in cui ci siamo sposati? La mamma non voleva, il babbo non voleva; facevano tanti discorsi, che non capivo. Io credeva soltanto a te. Che lieta mattina! Mi stringevi la mano, e mi dicevi una parola... Ripetila, te ne scongiuro. La indovino dalla tua bocca. Eravamo in paradiso, seduti l'uno accanto all'altra sotto un baldacchino, in mezzo a un prato fiorito, e le fanciulle e i giovinetti ci venivano intorno a cantare, a suonare, a ballare; ci facevano una riverenza, e noi salivamo nel nostro trono un gradino più in su, poi un altro gradino e un altro gradino ancora: era la scala di Giacobbe. Quando fummo arrivati al più alto di tutti i cieli, mentre ti davo un bacio, una mano di ferro mi buttò giù d'un colpo, e allora precipitai dalle nuvole a capo fitto, e scendevo, scendevo sempre, e il viaggio non terminava mai. Era un sogno. Ti ho ritrovato; eppure non somigli a quello di prima. Prima mi parlavi, mi baciavi, mi stringevi fra le tue braccia; eravamo in festa tutta la settimana; ora sì, mi vuoi bene, non dico di no, ma sei tutto misteri.
Vuoi che aspetti? Sempre aspettare, sempre. Domani, doman l'altro, non ti risolvi mai. T'amo tanto, che mi contento di guardarti, Giovanni, Giovanni.
Aveva un sorriso pieno di lagrime; la sua voce insinuante, rispettosa, timida, avrebbe rammollito una rupe. Continuò a guardare e tacque per un istante; poi, mutando espressione, si volse al putto: - Bambino mio, anche tu mi dici di attendere. Domani, doman l'altro! Sei cattivo. La tua mamma t'adora, luce degli occhi miei, sangue del mio sangue, carino, diavolino mio; e tu mi stendi le manine care e ti rivolgi verso di me, ma non t'affretti a ricadere sul seno che t'ha nutrito. Non ingannarmi, monello. Dormivi in una cuna ornata di brillanti, e gli angioletti ti cantavano la ninna nanna, e le farfalle con le loro ali di tutti quanti i colori ti svolazzavano intorno; ma un dì sei scomparso, non t'ho trovato più, sparito sotto un monte di fiori, sotto un manto ricamato d'oro e d'argento, in mezzo ai ceri, ai bimbi, ai canti... Ora che sei tornato, perché non mi balzi in grembo? Non l'ami più questo petto? - e si sbottonava dinanzi il vestito azzurro, e mostrava al figliuolo il seno ignudo, mentre la immagine dipinta del fanciullo continuava a sogguardarla e a ridere.
Un forte scoppiettìo del fuoco, che in quel silenzio da tomba sembrò un fracasso diabolico, le fece voltare il capo, e mi vide. Mi cacciai nel fondo della poltrona, cercando di farmi piccino, di schiacciarmi nella spalliera imbottita, tanto da sfuggire all'occhio tranquillo e tremendo.
Mi si avvicinò piano piano, senza curarsi di allacciare l'abito; mi porse le mani piccole e bianche, facendo segno che le dessi le mie: gliele diedi; allora ella, stringendomele, mi tirò a sé lentamente, ma vigorosamente, sicché mi alzai ritto di contro a lei, confuso e tremante. Mi prese il capo fra le mani, e si pose ad esaminarmi.
- I tuoi capelli, - bisbigliava, - sono mutati. Mi sembrano meno neri. Ti sei fatto radere la barba - e passava le mani delicate intorno alle mie guance ed al mento. - I tuoi occhi non brillano più del loro fuoco divoratore. Ma io, Giovanni, t'amo tanto, tanto!
Aggrottava le ciglia come se tentasse di pensare. Avvicinò le sue labbra alle mie; io mi ritrassi; ma ella, che mi stringeva sempre il capo fra le mani, trattenendomi, pose la sua sulla mia bocca. Le labbra erano di ghiaccio, e il respiro di quella larva di donna pareva un lievo soffio gelato. Mormorò: - Dimmi che mi ami. Non sono sempre la tua sposa, la tua cara, la tua bella?
Nello studiarmi di retrocedere quasi insensibilmente e nel tentare di svincolarmi da quella stretta rigida, caddi sulla poltrona. La giovine si mise a sedere sulle mie ginocchia, circondandomi il collo con il braccio sinistro, mentre con l'altra mano m'accarezzava il volto. - Senti, ho freddo, - diceva. - Vieni, vieni a scaldarmi -, e mi sussurrava nell'orecchio delle parole, ch'io non volevo intendere. Intanto il fuoco illuminava di luce rossa e oscillante quei lunghi capelli d'oro, la faccia gentile, il collo, i seni nudi e turgidi.
Sentivo offuscarmi il cervello, come se il vecchio vino bevuto alla cena mi portasse di colpo tutti i suoi fumi alla testa. Non riescivo a liberarmi dal peso e dall'abbraccio di lei, che mi fissava sempre con il suo sguardo di donna innamorata in un mondo vano di spettri, e nella quale i segni della passione terrena prendevano l'aspetto innocente e agghiacciante di una fatalità tutta inconscia. Ripeteva: - Vieni a scaldarmi, vieni, - e m'obbligava a porle una mano sul petto e a baciarla.
Dagli alari cadde sul pavimento un tizzone acceso, che rotolò fino ai piedi della donna. La sollevai di sbalzo e mi precipitai per rimettere con le molle nel focolare il legno ardente, profittando poi subito della confusione per fuggire nella gran sala attigua, senza che la giovane se n'avvedesse. Ascoltai all'uscio: non si sentiva più nulla. Dopo qualche minuto, inquieto di quello stesso silenzio, socchiudendo l'imposta, guardai nella camera. La bionda stava di nuovo immobile rimpetto al quadro, contemplandolo. Non parlava, non sorrideva. Finalmente, sottovoce, ma con accento di fiducia sublime, ripeté più volte: - Tornerò domani, tornerò domani -, e, ripreso il lume, senza guardare intorno, lenta, grave, se n'andò via dall'uscio dond'era entrata.

5

Quel dolore, svanito nelle memorie e nelle speranze, mi aveva straziato l'anima. M'accorsi di essere assiderato, e andai a letto, dove, tremando dal freddo tutta la notte, non mi riuscì di chiudere occhio neanche un minuto.
Alle nove uscivo dal Santuario per arrampicarmi sul monte. Nel passare dall'atrio scansai Pasquale, che dianzi, portandomi il caffè, con la gamba destra zoppicante e col muso ingrugnato, non aveva neanche avuto la degnazione di darmi il buon giorno. Vedendomi andare in fretta, mi chiamò: - Scusi, signore, se incontrasse suor Maria la rimandi all'ospizio.
- Suor Maria, chi è?
La chiamiamo così tanto per intenderci. È la signora bionda, vestita con l'abito delle Figlie di Gesù, ch'ella vide qui ieri a sera.
- È uscita?
- Pur troppo. Non la ho trovata né in chiesa, né in nessun altro luogo. Un contadino dice di aver incontrato alle sette circa una Figlia di Gesù sulla strada delle cappelle. È la prima volta in tre settimane che suor Maria s'allontana così dall'ospizio. Dio voglia che non le accada una disgrazia su queste rupi, con questa neve. Lo predicavo io che lasciarla così sola e libera era un'imprudenza -. Due grosse lagrime scendevano sulle ruvide guance di Pasquale, e sospirava forte.
- Sentite, Pasquale, non ha parenti quella poveretta?
- Ha padre e madre; ma non vogliono veder la figliuola, perché si maritò senza il loro consenso: gente cattiva, malvista da tutto il paese.
- E il marito?
- Un poco di buono. Le mangiò quel po' di dote, e un bel giorno se ne scappò via, in America, pare, piantandola senza un soldo, con un bambino di cinque mesi.
- E il bambino?
- Tre giorni dopo fuggito il padre, morì. Allora la disgraziata... - e Pasquale agitò due volte la mano destra innanzi alla fronte, poi continuò: - Il nostro rettore, sant'uomo, ch'era il suo confessore e non voleva fosse consegnata ai cattivi genitori, la fece venire qui, affidandola alle Figlie di Gesù. Per carità, signore, veda se può trovarla sulla china del monte, verso le cappelle. Io non mi posso muovere.
- State quieto, buon uomo, cercherò, dappertutto. Ma tornerà senza dubbio da sé.
- Dio lo voglia. Ho un brutto presentimento.
Mi fermai fuori della cancellata un poco a studiare le orme. Cercavo quelle di due piedi piccoli, e mi parve di trovarle. La neve alta, non essendo gelata alla superficie, serbava le impronte. Scintillava come se fosse tutta cosparsa di brillantini; raddolciva gli avvallamenti del terreno, i precipizii, i burroni, ma li mascherava, e le tortuosità della viuzza erta, che, tagliata nel masso, conduceva su su alle cappelle, s'indovinava appena. Non solo aveva smesso di nevicare, ma il cielo, in gran parte sereno, con quel contrasto del bianco della terra, che abbagliava gli occhi, appariva d'un colore turchino splendido.
Camminavo seguendo le peste leggiere, le quali ora, per un buon tratto, si seguivano regolarmente, ora si smarrivano di qua o di là per rientrare poco dopo sulla linea torta della via, e nello stesso tempo guardavo in basso alla valle, alla pianura.
Sulla pianura stava, immobile, una massa non interrotta, lunghissima di nubi dense, che si vedevano dall'alto al basso. Illuminate dal vivo sole parevano candide sul dorso, d'un candore argenteo, e coperte come di ondulazioni, di vette, di punte strane, che le facevano somigliare a catene di monti nevosi, e sembrava di potervi camminare sopra; ma di giù erano brune, tenebrose, fracide di folgori e di tempeste, e mettevano in un'ombra triste e nera i paeselli e i campi della vallata lontana. Sotto a quella coltre, a quella cappa plumbea doveva farci notte.
Le traccie si perdevano. A destra, dalla parte del mezzodì, il monte alzandosi a picco sopra la strada, serbava in essa la neve tanto ghiacciata, lustra, sdrucciolevole, che non si poteva reggersi in piedi. Poco appresso le pedate ricomparivano.
Giunto a' piedi della prima cappella, m'arrampicai più lesto: guardai dentro, non v'era nessuno, ma si vedeva sul suolo il segno della neve portata di fresco dalle scarpe d'una persona, la quale era andata fino al cancello, che divide la parte destinata ai preganti dalla parte destinata alle immagini. La scena rappresentava in molte figure grandi al naturale, eseguite in terra cotta e dipinte a briosi colori, la Natività di nostro Signore; personaggi sacri e personaggi profani, animali e prospettive, tutto sembrava il vero tale e quale, un vero che stupiva e che disgustava.
Tornai a camminare con l'animo sempre più inquieto e con ansia sempre più affannata. Mi asciugavo la fronte, da cui gocciolava il sudore; sbottonavo la pelliccia; le ginocchia mi tremavano; dovetti fermarmi un istante a riprender fiato. In quel mentre si distendeva giù, dal Santuario verso il piccolo cimitero, l'accompagnamento funebre del barbiere. Innanzi alla bara, portata da quattro contadini, camminavano il sagrestano col crocifisso, il rettore, più dritto, più lungo, più magro della sera innanzi e occupato a tenere in freno le sue gambe interminabili ed impazienti, e due preti vecchi, i quali stropicciavano i piedi sulla neve, temendo di scivolare a ogni passo. Dietro alla bara venivano sei Figlie di Gesù, delle quali le voci limpide, soavemente accordate insieme, destavano gli echi lenti della montagna. Dieci o dodici persone chiudevano il breve corteo, che andava strisciando come un serpe le curve della strada stretta.
Intanto io giungevo alla seconda cappella, poi alla terza, alla quarta. Le orme si fermavano alla porta di questa ultima. Esclamai con gioia: - È salva -, e mi precipitai nell'interno dell'oratorio. Chiamavo: - Suor Maria, suor Maria.
Tutto era sossopra. Una parte del cancello, scassinata a forza, stava rovesciata sul pavimento; le figure in terra cotta rappresentavano la Strage degli Innocenti. Tutti i bimbi erano stati strappati dalle branche dei carnefici, e deposti regolarmente l'uno accanto all'altro sul gradino del parapetto. Ai manigoldi mancavano la testa, le mani o le braccia, e codeste membra si vedevano sparse sul suolo. Erode, circondato dai grandi satrapi e dalle sue cortigiane, guardava impassibile dall'alto del trono alla bizzarra punizione dei proprii sgherri; e costoro, in attitudini furiosamente crudeli, mutilati a quel modo, apparivano anche più spaventosi, mentre le donne discinte, disperate, continuavano a trascinarsi alle loro ginocchia, implorando pietà.
Mi cacciai per entro alla confusione. Fra quelle sculture, che parevano la verità viva, fra quelle madri nel parossismo del dolore, fra quei fanciulli squartati, vidi finalmente una figura di donna stesa a terra con le mani insanguinate, con le vesti a brandelli, coi capelli biondi, ed un sorriso angelico sulle labbra bianche, e nel volto una espressione di beatitudine soprannaturale. Stringeva al petto uno dei putti di terra cotta, roseo e ricciuto. Era gelata, il suo cuore non batteva più, viveva unicamente nel suo sorriso. La coprii con la mia pelliccia, e corsi fuori per cercare aiuto.
Passava giù nella strada del cimitero, quasi a piombo, il funerale del barbiere. Mi posi a gridare con tutta la forza de' miei polmoni: - Signor rettore, signor rettore, suor Maria è moribonda qui nella cappella; non c'è un minuto da perdere; venga, per carità, venga subito -. Il rettore diede uno sbalzo, piantò lì la bara, e principiò a salire con quelle sue gambe a pertica, saltando sulla neve, facendo passi da gigante, aiutandosi con le ginocchia, con le mani, affrontando senza esitare gli ostacoli, non curando i pericoli, volando. Quando giunse all'oratorio, la bella bionda, ch'era morta, sorrideva ancora.


Quattr'ore al lido

Schizzo dal vero.

L'acqua era tiepida, il mare uno specchio. Nuotando ora lesto, ora tardo, m'ero allontanato bene dalla riva, sicché la barca di salvamento mi veniva dietro, e i barcaiuoli gridavano che gli Avvisi proibiscono di scostarsi troppo dai Bagni. Uomo avvisato, mezzo salvato. Vedendo che non davo retta alla legge, i barcaiuoli se ne tornarono indietro, e mi lasciarono solo. Nell'acqua profonda sentivo di quando in quando una corrente fresca, e mi scorreva sulla pelle un leggiero brivido; poi tornavo nel tepore quieto e beato. Quella libertà delle membra in mezzo a quella immensità di mare è un conforto ineffabile, un'allegria sublime. Non un'onda, non una voce. L'edificio dei Bagni era diventato piccino. Mi pareva di entrare nell'infinito. Cacciavo sotto il capo con gli occhi aperti per vedere il verde diafano, di una gradazione così delicata, così gentile, che avrei voluto sprofondarmici dentro, sicuro di trovare al fondo del colore smeraldino una sirena bionda. Bevevo l'acqua salata. Tornavo fuori con la testa, quando mi mancava tutta l'aria nel petto, e aspiravo in furia, e sbuffavo, e in ogni boccata d'aria c'era qualche goccia di sale. Ma l'istante in cui si esce dall'incanto del gorgo è terribile. Non si vede più nulla: sembra di entrare, asfitici, nelle tenebre della morte. I capelli si appiccicano sugli occhi, l'acqua che sgocciola dal fronte impedisce alle palpebre di aprirsi. Si respira con ansia, ma si è ciechi, d'una cecità spaventosa, che dura meno di un minuto secondo.
Quand'ero un po' stanco, facevo il morto. Mi coricavo sul mare come sopra il più morbido dei cuscini, immobile, con le braccia aperte e con le gambe unite. Il mare mi dondolava placidamente, cantandomi la ninna nanna. Sull'orizzonte non vedevo dinanzi a me altro che le punte de' miei piedi; ma di contro al mio viso si apriva la grandezza dei cieli. Guardavo le nubi in faccia. Come nelle carrozze della ferrovia accade spesso di credere che si vada in direzione opposta a quella nella quale corre il treno, e si sbalza, e si guarda esterrefatti; così a me sembrò per un istante di essere in piedi, e di vedere l'abisso azzurro al di sopra e al di sotto. Mi pareva di stare appoggiato ad una parete verticale interminabile, nel mezzo ad una immensità vertiginosa di colori strani. Lo splendore del tramonto prendeva figura come di fuoco diffuso, di oro liquefatto, di vapore celeste misteriosissimo, di brune macchie minacciose e di bizzarri luccicori d'argento: l'atmosfera del sole vista nel sole non può essere diversa. Ma una ondetta, passandomi sul fronte, mi richiamava alla realtà; e allora io mi gustavo di nuovo la dolcezza di quel giaciglio soffice e fresco. E di botto mi rivoltavo, e coi remi delle braccia e delle gambe, andando rapido, ma in giusta simmetria e senza fatica, vogavo un pezzo; poi sbattevo le mani e i piedi sull'acqua, alzando una spuma candida di perlette, che subito si scioglieva nell'ampio verde.
Il verde nel mare è di una varietà, che gl'impasti dei più raffinati colori e le più sottili velature non possono imitare neanche di lontano.
Non parlo delle spiagge e dei mari diversi; lo stesso mare, la stessa spiaggia nella stessa stagione non ha mai la stessa tinta l'un giorno e l'altro. Ad ogni moto dell'acqua corrisponde una gradazione differente di verde, di azzurro, di tinte neutre, e i moti dell'acqua sono innumerevoli, dalla impassibile calma ai furori ciechi della tempesta. Anche senza andare fino allo spavento dei cavalloni, il nuotatore lo sa. Conosce le ondette piccole, che, come il passo rapido e breve di una crestaina, si seguono l'una all'altra senza romore: sono verdoline con un pizzico di giallo. Conosce le ondette larghe, lente, ancora graziose e leggermente azzurrognole, indizio di una bufera lontana. E poi le onde maestose, quasi direi di stile classico, nelle quali il nuotatore si lascia calare all'avvallamento e portare al colmo con il viso e con i capelli asciutti, basta premere le mani e incurvare la persona in forma di sirena, mentre il flutto s'innalza; e dall'alto si vedono le creste regolari, allineate delle altre onde, che sembrano i solchi di un immenso campo; e nel basso si crede di essere caduti al fondo di un fosso, tanto i marosi, che chiudono la vista, somigliano a sponde erbose e ripide. In mare il tempo s'allunga. L'allegria o la tristezza, l'ardire o la paura fermano l'attimo; e si pensa in un minuto più e meglio di quel che in terra si penserebbe in un'ora. E un altro dì ci sono le onde pettegole, che scherzano intorno sgarbate, vi spruzzano, ciarlando, la loro saliva in volto, non vi lasciano respirare, vi tirano di qua, vi premono di là, vi gridano nelle orecchie con un fracasso assordante ed impertinente, come le donne delle Baruffe chioggiotte. Ma Dio vi salvi dalle onde matte, uscite dai manicomii del gorgo, coperte della loro densa bava bianca, nelle quali, a un tratto, vi sentite sommerso, arrovesciato, travolto, e quando finalmente mettete fuori la testa, un'altra onda vi si sbatte in faccia e vi spezza il respiro; poi, diventato sospettoso, guardate in giro con tanto d'occhi, e vi apprestate a ricevere degnamente sul petto una ondata minacciosa, che vedete precipitarsi contro di voi, e già quasi vi seppellisce, ma ecco invece che si spiana e si risolve in nulla; gli assalti vi vengono vigliaccamente dai fianchi e dalle spalle, senz'ordine, senza ragione; vi stancate, vi spossate, cominciate a disperare; date quasi un addio alla terra, e toccate dopo sovrumani sforzi la riva, uscendo da quell'acqua sciaguattata da tutti i venti, nera, orlata di certe frange e certi fiocchi d'argento sudicio, che le dànno aspetto di uno sconfinato drappo funereo.
Eppure nel mare quieto o nel mare agitato l'uomo si sente pieno di vigoria. La sua buona vanità gli fa credere o di dominar la natura, o di essere tanto grande, che Dio, per ischiacciarlo, debba scatenargli contro tutte le furie degli abissi. Svaniscono le noie mortali, il cuore si ritempra, si fa provvisione di coraggio e di forza. Un'ora in mare è un'ora bene impiegata: in quella salsedine c'è un po' di ferro per l'anima.
Uscendo dall'acqua si diventa Greci.
Dopo essere saliti le lunghe scale di legno, dove sui gradini viscidi s'arrischia di sdrucciolare e le alghe fanno talvolta dei brevi taglietti ai piedi, si entra nel proprio camerino e si avvolge il corpo nudo in un ampio lenzuolo; poi si esce così drappeggiati sul ballatoio, che guarda il mare. Alcuni bagnanti stanno ancora in acqua presso la riva, tenendosi - disgraziati! - alle corde, e piantati sull'arena, dove passeggiano i granchi. L'immobilità li intirizzisce, li raggricchia: paiono ranocchie umane. E quant'è difficile trovare il corpo bello di un uomo! Nella donna la bellezza delle membra è men rara: basta l'armonia delle parti, una certa rotondità gentile, una certa bianchezza trasparente e rosea, e forse il desiderio ci fa meno difficili. Ma nell'uomo la vigoria sana deve accoppiarsi alla snellezza morbida; le membra sciolte, giuste, né troppo asciutte, né pesanti di polpa; una espressione generale di ardire elegante. Gli antichi volevano la grazia persino sui campi di battaglia. In Tessaglia la iscrizione di una statua diceva: Ad Elatione, che ben ballò la battaglia, questa statua il popolo. La sproporzione, da noi moderni tollerata con indifferenza, era insopportabile agli antichi. Un dì ad un mimo tarchiato e grasso il pubblico vociò ridendo: Non isfondare il palco; un altro dì ad un mimo pallido e mingherlino mandò ironicamente questo saluto: Fa di star sano, e un'altra volta ad uno di troppo alta statura, figurante Capaneo che si avventa alle mura di Tebe, gridò indispettito: Scavalca il muro, non hai bisogno di scale.
Sul ballatoio, verso il mare, si atteggiavano dunque dieci o dodici uomini panneggiati di bianco. Avevano messo sul capo l'asciugamano in forma di Palliolum, e si avvolgevano il corpo con il lenzuolo a modo di Pallium, nelle diverse fogge, che piacevano meglio a quella naturale affettazione, da cui l'uomo coperto di un gran manto non si sa quasi mai liberare. I Greci avevano venti modi di acconciarsi il pallio: affibbiato sul petto, affibbiato alle spalle, senza ripiegatura, addoppiato, con le mani nascoste, con un braccio fuori dalla spaccatura di destra, con un lembo sopra una spalla corto, con un lembo sopra una spalla lungo, stretto alle anche con pieghettine trite, ondeggiante in gonfi svolazzi o libero di cadere in larghi piani ed in ampie curve. Ogni maniera aveva il suo proprio nome, conveniente ai zerbinotti, ai filosofi, ai viaggiatori, ad ogni classe di persone. Tacito si lagnava già delle vesticciuole misere degli oratori romani, e che le portassero male. Figuratevi noi la bella figura che facciamo, usciti dall'acqua, in quei pallii bagnati e appiccicaticci!
L'aria salata e la ginnastica del nuoto mettono in corpo una gran fame. Andai sul terrazzo de' Bagni, e ordinai da pranzare. L'edificio, che si distende in una lunghissima linea retta, è tutto di legno e piantato su alte palafitte, le quali lasciano sfogo ai marosi quando il mare è grosso, e quando è tranquillo rompono a' loro piedi le onde placide, che pure mandano romore a intervalli misurato e grave, quasi battute sorde di un maestro di cappella.
Il coro, l'armonia di quell'ora non si può descrivere. Tutto si fonde in un accordo pieno e gaio, profondo e vago: arpa eolia dell'infinito. Il sole baciava quasi l'orizzonte, e scendeva dalla parte opposta al mare, dietro al Lido, dietro alla laguna, dietro a Venezia. I suoi raggi orizzontali non toccavano più la superficie della marina, che era diventata scura e azzurrastra; ma andavano a ferire dritti due vele lontane di due barche da pescatori, facendole brillare d'un colore giallo dorato, fiammelle fantastiche. Il piano immenso del mare nudo; non uno scoglio, non una lingua di terra per quanto l'occhio cercasse: pareva di navigare sopra un vascello fatato nell'Oceano a mille miglia da terra. E le due vele splendevano; e il cielo pigliava una tinta brunetta ancora cilestra, qua e là rallegrata da qualche nuvola mezza in ombra e mezza in luce, la quale vagava lenta e a poco a poco s'impiccoliva e svaniva.
L'appetito mi faceva parere squisite le vivande, e la salsedine, che mi restava in bocca, dava al vino una dolcezza inebbriante. Il ventre si confortava, e gli occhi s'incantavano; e questi e quello mi riempivano l'anima di una felicità solenne, la quale porta il riso sulle labbra e le lagrime sul ciglio. V'era poca gente. La banda cominciò a suonare. A sinistra, intorno ad una tavola, stava un gruppo d'Inglesi. Una delle signore, vestita di seta cruda con grandi nastri rossi sull'abito e sul cappello, parlava allegra, faceva mille graziose smorfiette col viso strano e piacente. L'altra alta di statura, snella, flessuosa, con il collo un po' lungo, come le Diane antiche, il volto regolare, delicato, d'un rosa pallido, gli occhi di un fine azzurro marino, le mani troppo affilate, ma nobilissime e dello stesso candore di quel po' di pelle, che il modesto squarcio dell'abito lasciava vedere sotto la gola. Si alzava di tratto in tratto per correre dietro ad un bambino di due anni, biondo, paffuto, il quale alla sua volta correva dietro ad un grosso cane nero - un bel cane, che nuotava meglio di me, e che mentre facevo il mio bagno in alto mare, era venuto a salutarmi con molta grazia. La signora vestiva di seta colore perlino, col cappello a larghe tese della medesima stoffa; e mi ricordo che il tono neutro e chiarissimo faceva, come dicono i pittori, un buco sul cielo, pareva cioè più lontano del fondo. Ma da questo errore di tavolozza veniva nella gentile persona un non so che di aereo, un non so che di ammaliante. Non era una donna: era una fata. E il putto continuava a scapparle ad ogni momento, e voleva vedere tutto, toccare tutto; sghignazzava di un riso da angioletto, pestava i piedi e batteva le mani; si metteva a sedere sulle ginocchia della gente, e la mamma andava allora a pigliarlo, dicendogli qualche parola con una severità tutta soave, e carezzandogli con la mano sottile i lunghi ricci d'oro. Ella era la regina del terrazzo: una regina dolce, sicura di sé, com'è sicura l'innocenza, e disinvolta, com'è disinvolto il pudore. Codesta madre pareva il simbolo della verginità: credetti in quel momento al mistero della Immacolata Concezione.
Ma la soave creatura principesca stava in compagnia di un signore, che sembrava vecchio se si badava a' suoi capelli grigi e alla sua barba mezza bianca, ma che sembrava giovine se si guardava ai lineamenti e all'espressione del volto. Era il padre, era il marito? Questo problema mi torturò il cervello per una buona mezz'ora.
Più lontani, sparsi a gruppi di due, di tre, di quattro o solitarii, stavano degli altri forestieri e qualche raro veneziano, la più parte immobili, ascoltando la musica, guardando in giro, o discorrendo sotto voce senza gesticolare. Il mare tranquillo innamora e sgomenta. Quei flutti, che si frangono perennemente alla riva e mandano sempre l'identico suono; quell'aria quieta e fresca, che si aspira con lunga voluttà; quell'orizzonte sconfinato, che pare nello stesso tempo una linea retta infinita ed un cerchio infinito: tutto contribuisce a produrre l'impressione maestosa di un tempio enorme, in cui ci si toglie reverenti il cappello e ci si sprofonda nella propria coscienza. Non ho mai visto nessuno, per quanto fosse povero di fantasia, d'ingegno e di cuore, il quale nel mettere i piedi sulla soglia di una cattedrale bisantina o gotica non si sentisse invaso da un arcano senso di rispetto, e non interrompesse le parole che stava pronunciando; ma la vera chiesa di Dio è l'immensità. Lo stato naturale dell'uomo in faccia al mare è il silenzio.
Quei gruppi di persone staccavano bizzarramente sul campo del cielo, il quale diventava sempre più fosco: erano tinte intiere, senza ombreggiatura, che non trovavano nel tono del fondo nessuna maniera di fusione; e già i colori perdevano la loro vivacità nell'oscurarsi crescente della sera, mentre il contorno si distingueva tuttavia preciso e un po' secco. A destra si muoveva una macchia nera di camerieri, i quali, non sapendo che cosa fare, discorrevano tra loro. Io intanto, assottigliando quanto più potevo la vista, fissavo ancora quelle due vele lontane, le quali, da fiammeggianti che erano quando il sole mandava loro gli ultimi suoi raggi, diventarono grigie, e poi via via più scure, finché si dipinsero nere sull'aria già lugubre, e a poco a poco mi sfuggivano dallo sguardo. Già si riducevano ad una pennellata quasi impercettibile. Un minuto dopo non si discernevano più. Mi rincrebbe. In ogni veduta v'è un punto, al quale l'occhio si ferma con tenace predilezione; e quando sparisce ci si sente come strappare qualcosa, e si piglia quel caso semplice e inevitabile per un segno di cattivo augurio. In faccia al mare l'animo si riempie di pregiudizii.
I camerieri accendevano le lampade. Il cielo si era lentamente annuvolato: non brillava neanche una fetta di luna, non luccicava neanche una stella. L'aria e il mare si confondevano nel buio. Solo a guardare giù dal parapetto del terrazzo si scopriva a intervalli un po' del bianco della spuma sulle onde, le quali mandavano più forte, più frequente e quasi minaccioso il loro muggito.
Uscii dallo Stabilimento e, traversando a piedi il breve spazio che divide il mare dalla laguna, sospirai per la prima volta: avrei voluto sentire sul mio braccio il peso leggiero di un altro braccio, e udire accanto, dopo il fruscìo del mare, quello di un vestito di donna.
Il vaporetto mandò il suo fischio, e si partì per Venezia. La notte era nera, la laguna era cupa. Non si vedeva altro che il fanale rosso di un piccolo vapore, che veniva, sbuffando, incontro a noi, e lontano i lumi della città, che parevano una costellazione piombata in terra e mezzo spenta. Si passò la punta del Giardino, poi si costeggiò la Riva degli Schiavoni. Il campanile di San Marco usciva dai palazzi che lo circondavano e, illuminato dai fanali della Piazza, si alzava gigante, sfumandosi nella oscurità verso la cima e cacciando la sua punta nelle tenebre delle nubi.
La luce della Piazza mi abbagliò. I musaici della chiesa avevano sull'orlo delle striscie scintillanti. Le finestre spalancate delle Procuratìe Vecchie lasciavano vedere le allegre sale illuminate. La loggia del Palazzo Ducale si perdeva in un'ombra opaca. Mezz'ora dopo, la mia madonnina inglese, sorridente, svelta, correva dietro al suo putto biondo fra le seggiole del Caffè Florian.

Meno di un giorno

La stavo aspettando alla stazione di Treviglio. Ell'aveva passato il mese di settembre ad Iseo, in villa, presso la sua famiglia, e doveva partire quel giorno, sola, per Milano. Avevamo combinato che ella scrivesse a Milano annunziando il suo arrivo pel dì seguente con la prima corsa. Si doveva stare in compagnia quell'intervallo di quindici ore: un saggio del paradiso.
Mi sentivo dentro le furie indiavolate dell'impazienza e le prostrazioni delle speranze troppo ripensate. Ora stavo rannicchiato sulla panca della sala d'aspetto, ora camminavo a gran passi nel piazzale della stazione, dove tre o quattro cocchieri di birocci sbraitavano insieme. Tutt'a un tratto mi fermavo e giravo gli occhi verso Treviglio, pauroso di vedere avvicinarsi qualcuno che mi conoscesse, che conoscesse lei. Studiavo l'orario delle ferrovie, alla pagina 26, Venezia-Milano; il treno doveva giungere alle quattro ore e quarantasette minuti. Lo sapevo bene, ma tornavo a leggere quei numeri con occhio intento, quasi che ad ogni poco m'uscissero dalla memoria. Guardavo l'oriuolo. Questa frase del Re Giovanni: Veglio su voi come il minuto su l'ora, mi passò nel cervello. L'idea dell'eternità, che non si afferra meditando alla lunga serie dei secoli, diventa chiara seguendo il cammino lento della lancetta dei minuti. Il polso batte disuguale, rapido; una irritazione convulsa invade tutte le membra; si sente l'attimo che, impassibile, crea l'infinito: e la caduta di questa stilla di tempo nel mare senza sponde pare meschina e immensa, ridicola e spaventosa come il picchiettare del tarlo nelle veglie di una lunga notte.
Aprivo spesso la cassa dell'orologio per contemplarne il fondo. Vi stava un bel ritratto di lei. Seguendo i delicati contorni del mento, della guancia, del fronte, dei capelli, avevo ritagliata tempo addietro quella fotografia con attentissima cura, per incollarla sopra un cerchio di cartoncino celeste, corrispondente appunto alla misura del tondo dell'orologio. Il ritratto dal suo sicuro nascondiglio ogni tanto mi sorrideva; e avevo mezzo guastata la molla della custodia. La testa occupava quasi tutto lo spazio, sicché il candido collo scoperto, scendendo giù sino al lembo, non lasciava posto neanche al principio del goletto dell'abito. Sul volume dei capelli castani spiccava piccolo, fine, elegantissimo l'orecchio. Ella sapeva di averlo bello: non portava orecchini. il fronte era bassetto, e la distanza tra il naso e la bocca lunghetta; le narici si alzavano in su un tantino, dando alla regolarità perfetta del naso una cert'aria procace: ma gli occhi cerulei e la bocca sottile e il mento piccolo mischiavano in quel caro volto una gentile melanconia all'apparenza sensuale delle altre parti. Gli occhi, gli occhi erano tremendi! Sembravano cerulei, ma in certi momenti diventavano come neri: erano grandi, e giravano lenti, e avevano alle volte uno sguardo, che pareva insieme fisso e vago, scrutatore e distratto. Dopo un lungo bacio io le stringevo le mani, e me le piantavo dinanzi fissandola nelle pupille: ella mi contemplava serena, senza batter palpebra. Mi sentivo allora invaso dall'ardore della passione e insieme da un misterioso senso di paura; il cuore mi si serrava, e le chiedevo: - Pensi a me, Matilde?
Era un pezzo che non la vedevo sola, senza timori.
Ci avevamo scritto spesso delle lunghe lettere, ma la penna riesciva tarda, ghiacciata, impotente a esprimere il pensiero: avevo un terribile bisogno di dirle a voce tante cose e di farle tante domande.
Il treno era in ritardo di due minuti: già cominciavo ad agitarmi in un mar di spaventi, quando squillò la campanella della stazione. Si principiava a sentire il rombo della macchina lontana, e cresceva, cresceva, finché comparve la locomotiva fumante, che io vedevo con ansia ingigantirsi via via, pigra alla mia impazienza, mentre udivo la nota del fischio sempre più acuta e stridente. Il convoglio allentò la corsa. Prima che si fermasse avevo ricercato ad una ad una con rapidissimo sguardo le finestrelle dei vagoni. Niente. Il cuore mi batteva impetuoso; un dubbio acre mi nasceva nel petto, e mormoravo: - Se avesse avuto paura, se non m'amasse abbastanza per affrontare tanti pericoli!
Il conduttore aprì finalmente gli sportelli, gridando: - Treviglio -. Da una carrozza di prima classe sbalzò a terra snella, sicura, una donna, coperta il volto da un fittissimo velo nero. Un istante dopo, la sua mano serrava forte la mia, e la sua voce soave diceva: - Quanto sono felice! - La trassi, senza parlare, beato, ad una timonella, che avevo fermata dianzi; la feci salire, me la misi accanto e gridai al cocchiere: - A Caravaggio.
- Al Santuario?
- No, all'albergo del Pellegrino.
Guardai la mia compagna lungamente. Ella, appena la carrozzetta fu posta in moto, sollevò il velo per sorridermi.
- Come sei bella! - le dissi.
- Ti sembro bella davvero? Ho voluto essere bella per te, per queste nostre quindici ore di paradiso.
- Ti sta bene quest'abito. È anche troppo attillato.
- Lo feci fare a Milano prima di partire, e in campagna non lo mettevo mai senza mandarti un sospiro di desiderio. Ho tanto patito, sai, di non poterti vedere questo eterno mese.
- E t'hanno detto bella anche in campagna, non è vero?
- Non lo so. Mi basta sentirlo dire da te.
- Eppure, sii schietta, te l'hanno detto.
- O Dio, avresti voluto che paressi proprio la befana?
- Vorrei, confesso, che non ti dessi tanta briga di piacere alla gente.
- Sai che non m'importa di piacere ad altri che a te, a te solo, a te che sei un cattivo egoista. Se ti dicessero che sono brutta o che mi vesto senza garbo dorrebbe pure alla tua vanità.
- Certo.
- E vorresti che fossi tanto stupida da non avvedermi che non sembro né goffa, né brutta?
- Te n'avvedi e te ne compiaci.
- Dunque sono una civetta -, e ritirò la sua mano dalla mia.
- Perdonami, Matilde. Io sono, lo sai, una bestia fastidiosissima. Tu invece sei la più buona, la più angelica creatura di questo mondo. Perdonami: ti amo tanto!
Ella continuava a guardare i campi, stringendo le labbra in atto dispettoso e svincolandosi dal mio braccio, che voleva circondarle il busto. A un tratto mi guardò in faccia; aveva gli occhi umidi. Mormorò:
- Sei pure cattivo, cattivo oggi, nei primi momenti che siamo soli, dopo averlo tanto desiderato, mentre metto in pericolo il mio onore per te, forse la mia vita.
La nube, che mi aveva oscurato per un istante il cervello, svanì; un'allegria nuova, divina, mi invase tutto, e certo il mio volto dovette trasfigurarsi perché Matilde esclamò raggiante di gioia:
- Così mi piaci, così sono beata!
I ciottoli del paesucolo di Caravaggio ci risvegliarono alla vita; ma quando la timonella si fu fermata all'albergo del Pellegrino, mettendo il piede a terra e aiutando la mia compagna a scendere, mi parve di barcollare. Ella mi disse infatti con un riso pieno di compiacenza:
- Sei ubriaco, bada di non cadere.
Due servi e la padrona, vecchietta, grassoccia e sorridente, ci vennero incontro, e chi toglieva lo scialle e la sacchetta alla mia compagna, chi mi liberava dalla spolverina e dall'ombrello, solleciti, premurosi: s'indovinava che l'albergo era vuoto.
- Vorremmo desinare, ma bene e presto - dissi alla padrona.
Il cuoco, che con il suo grembiule quasi bianco s'era affacciato all'uscio della cucina, corse ai fornelli.
- Si trattengono la notte? - chiese la vecchietta con voce insinuante.
- Sì, mi raccomando la pulitezza.
- Non dubiti. La biancheria è tutta di tela fina, candida come il latte.
Precedetti Matilde nella vasta sala da pranzo. Una immensa tavola pigliava tutta la sua lunghezza. Alle pareti ornate di grandi fiorami gialli su fondo verde, dipinti a stampo, pendevano otto quadretti, con certe litografie miniate, rappresentanti otto miracoli della Madonna di Caravaggio. Il soffitto era inghirlandato di ragnatele. Dalle due finestre, che guardavano in una stradicciuola stretta, si vedeva in faccia una casa antica, con la muraglia di mattoni bruni e il cornicione gotico; non aveva imposte né vetri, e dentro era buia buia: sembrava il palazzo degli spiriti. L'uscio della sala s'apriva in un lunghissimo corridoio, occupato anch'esso da due interminabili tavole di legno greggio, portate da cavalletti e chiazzate di macchie pavonazze. I pellegrini, che vanno la settimana della Madonna a far voti al Santuario, promettono tutto, salvo l'astinenza; e l'albergo nei dì di sagra (mi diceva il servitore mentre in un angolo dell'ampia tavola stava apparecchiando due posate) è così pieno zeppo di penitenti, uomini e donne, che un cantuccio non vi rimane vuoto. Il giuoco della mora s'alterna alle salmodie; e queste e quello asciugano la gola.
Mentre Matilde entrava, portavano la minestra. Eravamo allegri, mangiavamo, discorrevamo della nostra gioia, di cento cose. Di tratto in tratto per altro si sospirava, si taceva un pezzetto e ci si stringeva le mani.
- Due ore e mezzo son già passate! - mormorò Matilde; ma poi subito: - E via! Ce ne restano dodici e mezzo - e tornò tutta gaia.
Dopo il desinare ci si avviò lentamente al Santuario, girando intorno alla cittaduzza. Cominciava a imbrunire. I raggi della luna vincevano già la luce del crepuscolo quando entrammo nel grande viale, che, lungo un miglio, fiancheggiato da antichi pini, mena dritto alla chiesa. La strada larghissima era, mezz'ora dopo, regolarmente listata dalle ombre nere degli alberi, i quali, neri anch'essi, andavano rimpicciolendosi via via alla vista e convergendo in angolo sotto la cupola del tempio, che a quella distanza, involta nei vapori della notte, pareva enorme.
Spiccavano dall'una parte e dall'altra a brevi intervalli, candidi sulla tinta fosca del terreno, i sedili di marmo bianco. Matilde, poggiata la mano sulla mia spalla, mentre io la circondavo col braccio alla cintura, camminava tacendo. Io ero immerso in una contemplazione indeterminata: il mio cuore si scioglieva, si evaporava nella beatitudine: sentivo come le molecole volanti della mia anima diffondersi e sparpagliarsi in una immensa parte di terra, in una immensa parte di cielo. Il mio pensiero non afferrava più nulla: invadeva tutto.
Guardavamo a' nostri piedi le ombre. Di quando in quando alzavamo gli occhi per fissarci in viso teneramente: e le nostre labbra si toccavano.
Ci trovammo a un tratto in una grande ombra opaca, e udimmo nello stesso tempo un salmeggiare sommesso di voci femminili. Alla sinistra del viale s'alzava una chiesetta: aveva il portico sostenuto da esili colonnine e coperto da una larga tettoia di legno. La porta spalancata mandava un chiarore fioco fioco. Entrammo. Un frate solenne con la barba d'argento leggeva le litanie al lume di un cerino aggomitolato, che teneva nella mano tremante, e ad ogni versetto una dozzina di contadine inginocchiate rispondevano cantando. Nelle tenebre della chiesa il moccolo del frate mandava un barlume oscillante sulle teste immobili delle donne, e faceva intravedere non so che bizzarre e lugubri forme. Pareva che nello sfondo della nave s'aprisse una lunga serie di pesanti arcate, e in fondo luccicassero pallidi due stoppini; pareva che le muraglie fossero dipinte a bieche figure di santi, di dannati e di mostri; pareva che il negro soffitto di grosse travature si trasformasse nella cupa scala delle regioni de' fantasimi. Dalla stretta finestra di una cappella entrava un raggio di luna smorto.

Le litanie correvano più spedite e le voci sembravano crescere ed echeggiare, quando in un istante le donne si alzarono e il frate spense il cerino. Tutto entrò nella oscurità, eccetto dove la luna mandava sul pavimento della cappella la lista sottile di luce. Alcune ombre ci passarono innanzi senza vederci. Rimanemmo soli in quel triste silenzio. La chiesetta era diventata d'una vastità smisurata. Matilde s'avvinghiò al mio corpo, ed io sentii sulla mia guancia un morso divino.
- Mi amerai sempre? - chiesi a Matilde con un soffio di voce.
- Finch'io vivrò, sempre sempre.
- Me lo giuri?
- Sì, te lo giuro. Su tutto ciò che ho di più sacro, in questo luogo, sulla tua vita stessa, te lo giuro. E tu m'amerai sempre?
- Oh sì, sempre, lo sai -. Poi soggiunsi, esitando un poco:
- Giurami che non hai amato altri che me.
- Non ho bisogno di giurartelo, caro.
- Giuramelo, te ne supplico.
- Conosci tutta la mia vita, cattivo: tutta, meglio di me, perché io te la ho svelata intiera, e tu ci ripensi, mentre oramai io me la sono scordata. La mia memoria non mi serve che per te solo.
- Ti scongiuro, giuramelo - replicai con un fremito.
- Puoi tu pensare che io abbia provato per nessuno ciò che provo per te? Non si può amare che una volta, una volta sola come io t'amo.
A poco a poco s'era avvicinata alla porta. Mi trascinò per la mano, dicendomi:
- Usciamo.
Avevamo fatto quaranta passi sulla strada, quando s'udì cigolare le imposte della porta della chiesetta. Si continuò la via verso il Santuario. Non passava un'anima. Ci fermammo qualche minuto nel vasto piazzale del tempio, circondato dai lunghi portici di mattoni, che al lume della luna parevano neri.

Le parole di Matilde, invece di confortarmi, mi avevano messo sossopra. Il cuore mi picchiava dentro con battiti furiosi e disuguali; avevo la gola arida: un fantasima mi camminava a lato, e mi guardava, sogghignando con una certa smorfia di canzonatura spietata, come se dicesse: - L'ho colto io il fiore di quell'affetto. Contentati dei resti.
La voce non voleva uscirmi dalla strozza. Tacqui un pezzo. Matilde mi spiava di quando in quando con una occhiata rapida, senza aprir bocca. Non volevo toccare lì dove proprio mi doleva; mi vergognavo verso di lei, verso me stesso; temevo, sfogandomi, d'infuriare ciecamente; sentivo una profonda ripugnanza a funestare con acerbi e vani discorsi quelle ore, le quali dovevano essere tutte destinate alla gioia; e poi ripetevo a me stesso, senza riescire affatto a persuadermi della buona e semplice ragione: - Che colpa ne ha lei? In fondo, è suo marito.
Alla fine, non mi potendo trattenere, dissi con accento rotto e strozzato, tanto per dire qualcosa di diverso da ciò che mi stava fisso nel cervello:
- Senti, Matilde, se io morissi o se ti abbandonassi, e se tuo marito fosse morto, torneresti a maritarti?
Non rispose. Irritato da quel silenzio, insistetti:
- Ti prego, dimmelo.
Matilde sospirò e tacque ancora; ma io, ch'ero entrato in quella nuova ostinazione, ripetei: - Dimmelo, te ne prego.
Ella rispose un po' infastidita:
- No, no, non tornerei a maritarmi.
- Avresti torto. Già se io ti abbandonassi, quali obblighi serberesti verso di me? E se morissi, perché dovresti sacrificarti nell'inutile culto d'una memoria? Aggiungi i casi della vita: restare senz'aiuto con i figliuoli; le difficoltà dell'educarli, del dirigerli; le strettezze economiche. E perché non potresti, fra cinque, fra dieci anni, sbolliti i fumi della fantasia, incontrarti con un uomo attempato, onesto, ricco, che ti amasse e al quale tu volessi bene?
- Sarà sempre impossibile.
- Perché? - ribattevo con tenacità acre e noiosa.
- Non foss'altro perché non potrei rimaritarmi senza svelare al secondo marito di avere tradito il primo.
- Certe cose, si dicono?
Mi fissò negli occhi con uno sguardo, che mi fece arrossire; ma io continuavo a tasteggiare, a stuzzicare.
- C'è dei galantuomini ai quali il passato non preme. La sincerità può accordarsi con l'utile.
Nuovo silenzio lungo, durante il quale si sentivano gracidare in coro le ranocchie dei fossati. Ripigliai:
- È singolare! Può darsi dunque, presto o tardi, che ti accada di innamorarti d'un altro. Io avevo l'illusione che la tua vita fosse indissolubilmente legata alla mia.
Aspettai in vano una risposta, che avevo onta di sollecitare, tanto le mie proprie parole mi sembravano sciocche e vili.
La bile mi suggerì:
- Strano! Unisci la passione dell'oggi, profonda, infrenabile, per quanto affermi...
- E il fatto lo mostra, mi pare.
-... la unisci con una certa cautela pratica per l'avvenire.
- Non ho detto di volermi rimaritare. Già mio marito vive, e tu mi ami, e io t'amo tanto, e te lo provo. Non ci affatichiamo a tormentarci senza un perché.
Si avventò per darmi un bacio. La respinsi.
- Senti, giurami che non ti rimariteresti in nessun caso, mai.
- Giuro per il passato, quando so di giurare il vero, ma per l'avvenire, benché certa, non posso.
- Bella certezza! Conosco dei giuocatori di lotto che sono sicuri di non vincere; ma la polizza non la buttano via. Tu non vuoi lacerare la polizza del futuro. Del resto, adesso a giurare sarebbe tardi. Sono cose d'impeto, d'istinto: il male sta nel doverci pensare.
- Abbi pazienza, caro. Quando vuoi ch'io giuri sulla tua vita io non posso mai farlo senza riandare in me stessa tutte le azioni, tutti i pensieri, tutti i sentimenti, che si riferiscono al giuramento. Un giuramento solenne e tremendo non isvanisce: dura per sempre. Mi accosto ad esso come ad un altare, con la coscienza sicura, ma con la mente turbata. Voglio che, insieme con il cuore, risponda il giudizio. Mi credi? Ti contenti della mia promessa?
- Credo che ora il solo pensare ad un nuovo legame debba sembrarti cosa abbominevole; ma poi, quando la nostra relazione dovesse, nell'un modo o nell'altro, finire, quando tu fossi libera...
- Mai, mai, non potrei amarti come ti amo se questo affetto non dovesse riempirmi l'anima sino all'ultimo istante della vita.
- Oggi ti ripugna il pensiero, lo vedo: ma non credi il fatto assolutamente impossibile.
- Sì, lo credo impossibile.
- E se lo credi impossibile, perché non giuri?
M'ero allontanato un poco da Matilde; mi asciugavo con la mano il sudore dalla fronte; avevo sulle labbra un'amarezza che voleva schizzar fuori.
Matilde mi si avvinghiò stretta stretta, gridando:
- Sì giuro, giuro sulla mia vita.
- Sulla mia, giuralo.
- Sì.
- Dillo.
- Sì, sulla tua vita lo giuro.
Il mio spirito, confuso, pentito, vergognoso, tornò in meno di un quarto d'ora beato d'una beatitudine tutta fuoco e tutta fiamme.
Matilde si sentiva stanca. Tornando all'albergo s'appoggiò forte al mio braccio.
La camera grande, bassa, fredda, era quasi vuota. Il letto alto, con una coperta rossa scarlatta, il cassettone ornato di due mazzi di fiori artificiali sotto le polverose campane di vetro, qualche seggiola impagliata, una tavola su cui stava confusamente la nostra roba: ecco tutto. Guardai se gli scuretti delle finestre erano chiusi, ed origliai agli usci laterali per sentire se le camere vicine fossero abitate. Tutto taceva.
L'orologio del corridoio aveva suonato da un po' di tempo le dodici quando s'udì un gran fracasso: qualcuno entrava nella camera a destra, e dalle fessure della porta si vide una striscia di luce. Due stivaloni furono gettati sul pavimento, un corpo si buttò sul letto, e, dopo qualche minuto, principiò un russare profondo, continuo.
La mattina seguente io provavo un certo inesplicabile stringimento al cuore. Nel cielo d'un bell'azzurro dolce veleggiavano poche nuvolette dorate; ma la luce del giorno mi sembrò melanconica. Doveva esserci nel mio sorriso qualche cosa di strano, perché Matilde, pallida, mi chiese due volte:
- Che cos'hai? Ti senti poco bene?
Le pigliavo la mano bisbigliando:
- Non ho nulla. Ti amo tanto!
Quando la vidi entrare in vagone e, con i begli occhi pieni di lagrime sempre fissi su di me, allontanarsi nel lungo treno e sparire, mi sentii come alleggerito di un peso. Avevo l'animo vuoto, ma il respiro più libero.



Il demonio muto

1

Nipote mio, ho compiuto quest'oggi i miei novant'anni, e ho fatto il mio testamento. Lascio quasi tutti i miei soldi, circa un centinaio di mila lire, a tua sorella Maria, che ha sette figliuoli ed è vedova, con il patto di passare tremila lire l'anno alla mia buona Menica, la quale è troppo vecchia e stanca per attendere agli affari. Vero è che la mia buona Menica mi fa arrabbiare tutte le sante sere. Non vuole andare a letto prima di me, per quanto io la preghi e scongiuri; e mentre scrivo al lume di questa lucerna e ne smoccolo i lucignoli, ecco lì la tua zia, dall'altra parte di questa tavola, che dorme col gatto nero sulle ginocchia. Da mezzo secolo si fa la stessa vita placida e dolce e tanto rapida che le settimane volano come giorni; e la mia cara vecchietta tutta linda, con la sua cuffia bianca inamidata, quando si sveglia e, alzando il capo, fissa a un tratto gli occhi ne' miei, e mi chiama: - Carlo! - mi fa ribollire nelle vene un sangue da giovinotto.
Per conto tuo non hai bisogno di nulla. Sei solo, agiato e non avido. Ma sai che, sebbene io non ti veda troppo di rado in queste montagne, pure ho sempre sentito un grande affetto per te, e lo meriti; e mi rincrescerebbe che, quando sarò volato via da questa terra, tu non avessi nessuna occasione di rammentarti dell'antico parente. Da parecchi giorni vado dunque intorno in questa casa mezzo diroccata per trovare un oggetto che possa non dispiacerti. Ma ogni cosa è logora, sbeccucciata, sbiadita, sconnessa: corrisponde insomma ai capelli canuti ed alle rughe dei padroni. Da trent'anni non sono neanche più andato a Brescia: si può dire ch'io non abbia più comperato nulla. Le cose più belle in questo polveroso palazzo, dove le finestre mostrano ancora i loro vetri tondi, ondulati dal centro alla periferia, come fa un sasso quando si butta nell'acqua, dove i pavimenti paiono un mare in burrasca, sono le cose più vecchie. Sai che ho quattro di quelle casse di legno intagliato, che si mettevano a' piedi del letto degli sposi, tutte a putti che giuocano, ad amorini alati, a ninfe nude; e vi stanno gli antichi stemmi della nostra famiglia. Poi ho dei seggioloni enormi a grossi fogliami nei bracciuoli e nella spalliera, che punzecchiano le mani e la schiena, e certe lettiere spropositate a colonne ed a timpani, che paiono monumenti sepolcrali. Poi ho quegli otto grandissimi ritratti nelle loro massicce cornici d'un oro diventato nero: memoria dei nostri augusti antenati, che Dio li abbia in gloria: quei ritratti che, quando da bambino venivi qui a passare i mesi delle vacanze, ora ti facevano ridere ed ora ti mettevano paura.
La dama, ti ricordi? con il guardinfante verdone e con una piramide rossa per acconciatura, che pare una bottiglia sigillata; il cavaliero con il grande cappellaccio alla spagnuola, il tabarro bruno, la mano sull'elsa e l'occhio truce, e poi il Beato Antonio, il santo Missionario, il grande onore della Val Trompia, che ti faceva scappar via. È pallido come un fantasma, magro stecchito, con gli occhi infossati e un sorriso sulle labbra da far ghiacciare il sangue.
In mano ha due cilicii spaventosi, l'uno a scudiscio pieno di terribili punte, l'altro a ruote dentate. Mi raccontava Giovanni (sai? devo avertene parlato, il servitore che in gioventù assisteva il Beato Antonio, quand'era infermo, e da vecchio aveva cura di me e mi conduceva alla scuola) Giovanni mi raccontava, ed io tremavo di spavento, che una mattina, essendo entrato all'improvviso nella nuda camera del Santo, vide in un angolo una camicia, che stava in piedi da sé sola e ch'era di color pavonazzo. Guarda, tocca: il sangue, di cui appariva inzuppata, raggrumandosi e indurando, aveva ridotto la tela rigida come un legno.
Don Antonio aveva le mani così scarne e le dita così slogate, che con le unghie poteva toccar l'avambraccio. Era un miracolo di eloquenza, un miracolo di abnegazione. Parlava a dodici a quattordicimila persone, che correvano a udirlo dalle valli, dai monti lontani, e si faceva sentire da tutti. Eppure, se tu vai a Brescia, puoi vedere nella chiesa di San Filippo, appesa all'altare del Santo, una lingua d'argento, voto di Don Antonio, quando per intercessione di Filippo Neri guarì dalla balbuzie. A Roma, poco prima di morire, predicando nella chiesa del Gesù, fece piangere il Papa. Aveva per consuetudine, ne' siti dove egli andava, di parlare contro i vizii che più dominavano in paese. A Desenzano tuonò contro l'ubbriachezza. Il dì dopo tutte le osterie, tutte quante le bettole erano chiuse, e l'Autorità dovette farne aprire alcune per forza a servizio dei forestieri. All'ultimo sermone non voleva altro che i miserabili: era la predica sulla Povertà. Dopo avere mostrato la vanità delle ricchezze, dopo avere eccitato gli animi al disprezzo degli agi, chiamava ad uno ad uno i suoi ascoltatori, e divideva con essi tutto intiero il guadagno del Quaresimale e i pochi panni che gli restavano.
Senti questa. Giovanni stava dietro al pulpito, mentre Don Antonio predicava un dì sull'Inferno. Dopo una pausa, il Beato Antonio con voce rimbombante grida: - Pentitevi, figliuoli, tornate nella via della virtù; giacché per voi, o perversi, che continuate a vivere nel peccato, che state duri nel vizio, i sepolcri - e gridava sempre più alto, come ispirato dal cielo - i sepolcri si spalancheranno, e, precipitando sulle ossa degli antichi scheletri, nella notte e nel gelo, sarete a poco a poco rosicchiati vivi dai vermi -. Allora Giovanni udì come un fruscìo, un muoversi improvviso, ma sordo, lamenti soffocati, singhiozzi repressi. Guarda dal parapetto del pulpito, e vede, cosa strana! nella chiesa, la quale prima era così zeppa di gente, che una presa di tabacco - diceva Giovanni tabaccone - non avrebbe potuto cadere in terra, vede il pavimento nudo in larghi spazii, vede scoperte di popolo tutte le grandi lapidi delle tombe. La gente, spaventata dalle parole del Missionario, s'era ritirata dai sepolcri, e, sempre in ginocchio, piangendo e picchiandosi il petto, si pigiava, si schiacciava, si accatastava a gruppi, e implorava sotto voce il perdono di Dio.
Di questi ritratti neri e di questi mobili tarlati tu non sapresti che cosa fare.
Qui invece stanno bene, così impietriti al loro posto. Dopo tanti anni che le pareti, le masserizie, i quadri si guardano, e forse nel loro linguaggio si parlano sommessamente, lo strappare qualcosa parrebbe un'amputazione, sarebbe una crudeltà. Quando i figliuoli di tua sorella, diventati forti giovinotti, vorranno passare alcune settimane cacciando sui monti, uccellando nelle valli o pescando le trote rosee nel lago d'Idro o nel Chiese, troveranno intatta l'antichità di questo palazzaccio. Si scalderanno al fuoco del caminone di marmo giallo, in cui dodici uomini possono stare comodamente seduti; guarderanno i soffitti a travature sagomate e dipinte, e cammineranno su e giù nella galleria dove, tra gli stucchi sgretolati, il vento gavazza. Tu sentissi che musiche sa comporre il vento in queste gole alpestri e in queste muraglie rovinose: sono tripudii o spaventi, fischii lieti e trilli e scale e accordi sonori e poi il finimondo, e sempre continua il pedale, come dicono gli organisti, del romore sinistro, che le acque del Chiese fanno nel loro letto sassoso ed erto.


2

Ho trovato, nipote mio, quel che ti devo lasciare. È una cosa che mi salvò quasi la vita.
Prima che tu nascessi, i medici di Brescia e di Milano mi avevano spacciato. Una maledetta malattia nervosa del ventricolo s'era ostinata a volermi spingere al mondo di là, ed ero ridotto, per tutto pasto, a nutrirmi di pezzettini di cacio lodigiano che tenevo in bocca, e di cui a poco a poco succhiavo la sostanza. Pigliai questo malanno, il primo e l'ultimo della mia vita, cacciando nelle valli, quando, dopo avere mal dormito qualche ora in un casolare, alle tre della notte mi alzavo, camminavo fino alle sei in cerca del miglior sito della palude, con il freschetto del dicembre o del gennaio ed una sottile umidità che entrava nelle ossa, e poi dall'alba al tramonto mi piantavo immobile nell'acqua e nella nebbia ad aspettare una folaga, la quale molto spesso non voleva mostrarsi. Mi scordavo di mangiare. Bevevo, io che sono sempre stato mezzo astemio, de' larghi sorsi di acquavite. Vedi bestia che è l'uomo! Amando le montagne e le balze, cacciarsi con tanta fatica e con sì misero fine dentro ai pantani! Tornavo a casa, dopo qualche giorno, affranto, sfinito. La Menica mi dava brodi, petti di pollo, latte di gallina, vino vecchio e il suo sorriso tutta bontà; ma io non avevo fame e digerivo male. Pensa che malinconia m'era venuta addosso!
Non potevo uscire di camera: andavo dal letto al lettuccio. Se per caso giravo gli occhi allo specchio, vedendo un coso allampanato con le guance smunte, gli occhi spenti, il quale non somigliava affatto al mio signor io, non sapevo vincere l'ombra di un tristissimo sorriso, che mi correva sulle labbra e si trasmutava tosto in due lagrime lente. Da quindici giorni, all'aprirsi della primavera, mangiavo, non ostante, un pochino di più, dicevo qualche parola volentieri, cavavo qualche accordo flebile con meno stento dalla mia amata chitarra, la quale mi stava accanto sul sofà o sul letto. Quand'ecco a un tratto, una sera, mi sento esinanire. La Menica si spaventa. Era un gran pezzo ch'ella non dormiva sotto le coltri, non andava nel brolo a respirare una boccata d'aria, non faceva altro che starmi intorno sollecita, sempre attenta ad un'allegria fiduciosa e serena, che non le veniva dal cuore, ma che ella simulava virtuosamente per il suo povero infermo. Ell'aveva pensato fino allora al mio corpo: pensò in quel punto alla mia anima.
Mezz'ora dopo entrò il curato e, sottovoce, mi chiese s'io volessi confessarmi. Gli occhi della Menica m'imploravano. La camera era buia, silenziosa, sepolcrale. Mi confessai a spizzico, quasi senza fiato; ma non fu cosa lunga, poiché non credo in mia vita di avere mai desiderato male a nessuno. Toccai la mano alla mia buona infermiera, che mi ringraziò con effusione angelica e mi baciò sulla fronte.
Mi sentivo sollevato. Il prete stava sempre in piedi a sinistra del letto, duro duro, brontolando le sue preghiere. Negl'infermi le impressioni son rapide come il lampo. Guardai fisso il volto del prete, e nell'osservarlo provai dentro un irrefrenabile impeto di riso.
Bisogna che tu sappia come quel curato, uomo di mezza età, rubicondo, tarchiato, panciuto, ottimo di cuore, ma un po' beone e mangiatore insaziabile, era il più gioviale matto di questa terra. Cantava certe canzonette da fare sbellicare dalle risa, faceva certi giuochi di prestigio con i bussolotti da maravigliare un mago, scriveva sonetti buffoneschi, imitava con la sola varietà dei fischi la predica del Vescovo biascicone e con la sola varietà delle inflessioni di voce tutte le lingue, compresa la turca; faceva dietro una tela bianca le ombre chinesi con le mani, figurando cigni, lepri, porci, elefanti, gatti e una pantomima di burattini, in cui Arlecchino era innamorato di Rosaura e bastonava Pantalone; finalmente con la faccia rappresentava il temporale, agitando ora lenti, ora impetuosi tutti i muscoli delle gote, del naso, della bocca, del fronte, persino le orecchie, così che pareva proprio di vedere i primi lampi, di sentire il rombo dei primi tuoni, e poi via via crescere la tempesta e scrosciare la pioggia e scoppiare le folgori, finché un po' alla volta, con qualche ritorno di vento e d'acqua, la bufera si dileguava e, rinata la calma, tornava a splendere la viva luce del giorno. Tu avessi visto come a questo punto il viso del prete sbocciava, come s'irradiava, come brillava: era il sole tale e quale.
Il gaio curato veniva, prima della mia malattia, tutte le domeniche a desinare da noi, e di quando in quando, bevuta una bottiglia di quel vecchio, ci dava lo spettacolo esilarante del suo temporale. Ora, al vedere il muso tondo, comicamente solenne, a cui neanche l'aspetto della morte avrebbe potuto cancellare l'impronta della giovialità, borbottare le orazioni fra i denti agitando le labbra, battendo le ciglia ed increspando la fronte, mi tornò alla memoria il temporale, e scoppiai in una fragorosa e interminabile risata. Il prete, che era lesto di cervello, capì in un attimo la ragione delle mie risa e, scordando il suo ministero, non potendosi più tenere cominciò a sghignazzare a crepapelle. La Menica e la serva, che erano presenti, ci credettero impazziti; ma, giacché il riso è contagioso ed il prete riesciva tanto bizzarro nei suoi contorcimenti, si misero a ridere anch'esse. La solennità dell'olio santo s'era trasformata così in una farsetta da carnevale.
Allora io pigliai da lato la mia chitarra e cominciai gli accordi, e il prete intonò una canzone delle sue più sguaiate; ed egli cantava con pazza gioia ed io accompagnavo con tanto felice ardore, che mi pareva di essere il dio della contentezza. Ma la saggia Menica mi fece smettere per forza, e mandò via il curato bislacco, che si sentiva ridere ancora sulle scale e in istrada di questo suo penitente mezzo morto, resuscitato.
Il dì seguente mi svegliai con un rabbioso appetito. Due giorni dopo giravo tutta la casa; quattro giorni appresso andavo nel brolo e nel paese, e, passata una settimana, mi arrampicavo sui monti e avrei mangiato i gusci delle ostriche.
La mia guarigione fu cominciata dalle smorfie del prete, ma fu compiuta dalla chitarra. Tu non puoi pensare quale beatitudine fosse la mia nel potere di nuovo agitare fieramente le corde di quello strumento, che amo sin da fanciullo, e che mi è sempre stato una grande consolazione nelle traversìe della vita giovanile e ne' piccoli fastidii della vecchiaia.
Tu mi hai sentito suonare. Sono un buon chitarrista, non è vero? Ho le mie ambizioncelle anch'io, caro nipote. Quando andavo sotto il balcone della Menica, settant'anni addietro, e suonavo dolce dolce un minuetto del Monteverde, la gente stava ad ascoltarmi a bocca aperta, e il cuore batteva forte alla mia fidanzata, che mi scoccava dalle imposte socchiuse delle occhiate assassine.
Adesso ancora mi diverto a cercare nelle antiche melodie le antiche memorie. Vado nella cappella del palazzo, che è, come tu sai, all'angolo della galleria, ed ha l'altare tutto di legno ad angeli paffuti e a cartocci barocchi, i quali mostrano ne' luoghi più riposti i segni delle scomparse dorature: e vi sono i vetri a figure colorate, qua e là rotti e restaurati con pezzi di vetri bianchi, sicché ad un Santo manca la testa, all'altro un braccio o una gamba: e non ostante la chiesetta ha qualcosa di severo e di sacro nella sua mezza oscurità. Non c'è neanche un quadro; le pareti son nude; solo da una parte si vede appesa ad un chiodo la mia chitarra, che è quasi una reliquia. Stacco lo strumento, e, salendo dallo scalone interno, quello scalone lungo e diritto, che ha i suoi dugento gradini tutti sconnessi, vado pian piano nel giardino alto, da cui si domina il villaggio e la valle, e mi metto a sedere sui graticci, i quali, servendo solo per i bachi da seta, restano quasi tutto l'anno accatastati nel padiglione delle feste. Questo magazzino, gioia dei topi e dei ragni, era una piccola reggia tre secoli addietro. I nostri antenati vi godevano le loro orgie, che non invidio: donne, balli, buffoni, cene, le quali non terminavano prima dell'alba e lasciavano uomini e femmine arrotolati per terra. Col vino scorreva qualche volta il sangue. I muri portano ancora, quasi cancellati dal tempo, i nomi ed i motti di qualcuno dei violenti e gaudenti cavalieri. V'è, tra le altre, sotto al disegno rozzo di un cuore trafitto, l'impresa: Dopo il bacio il pugnale.
Così, seduto al fresco ne' bei giorni d'estate, strappo alle corde i miei vecchi ricordi in questi ultimi anni, che sono i più tranquilli e i più lieti della mia vita. Lascio morire flebilmente le armonie sotto la vòlta della sala, seguendo attentissimo con l'orecchio le ultime oscillazioni, che si dileguano nel brontolìo lontano del Chiese. Poi, sentendomi ringalluzzito, picchio forte su tutte quante le corde e comincio un allegro amoroso, una gavotta saltellante; ma pur troppo la mia mano sinistra ha perduto un poco di agilità, e la mia destra è scemata un poco di vigore. Oggi son più valente negli adagi, nelle ariette patetiche: ai vecchi s'addice meglio il rimpianto.
La mia chitarra ha cinque corde doppie; sale dal la al mi, due ottave e mezzo. È uno strumento ammirabile per la sonorità e l'eleganza. La rosa, intagliata a minuti intrecci e trafori di cerchi, di triangoli, di foglioline, pare un'opera in filigrana. Il manico, intarsiato di avorio e di ebano con dei filetti d'oro, rappresenta una caccia in figure alte un'oncia: cavalcatori, dame, falconieri, con cani, cavrioli, lepri, cignali e ogni sorta di selvaggina.
Al basso della cassa armonica s'ammira poi una figuretta d'argento, un Apollo sdraiato che suona la cetra, cosa che più graziosa al mondo non si potrebbe vedere. Oltre a ciò, accomodate in vago ornamento, stanno un centinaio di perle, alcune assai grosse, e così bene incastonate, che sette soltanto si sono rotte o perdute. Insomma questa chitarra magnifica desidero, dopo la mia morte, lasciarla al mio caro nipote. Fors'è un'ubbia dello zio quasi rimbambito, ma non vorrei che la chitarra uscisse dalla nostra famiglia. C'è sotto una storiella. Te la racconterò, prima perché giova che tu la sappia, e poi per amore di me medesimo. Non posso dormire, come accade ai vecchioni, più di due o tre ore la notte, e ho gli occhi sani, e non cavo troppo gusto a leggere libri per cagione della memoria, che mi serve benissimo nelle cose lontane, ma pochissimo nelle vicine, sicché alla fine di un volume rischio di non rammentarmi il principio. Bisogna dunque ch'io metta un poco di nero sul bianco per occupar la sera in qualcosa, mentre la Menica, tenendo in grembo il suo micio, pisola nel seggiolone.

3

Ti scrivo di giorno all'ombra dell'antico padiglione e all'aria aperta, nel giardino ora tutto intralciato e spinoso, che sta innanzi al padiglione ed è protetto da balaustri spezzati e da pilastri, su cui piantano de' mozziconi di Ercoli, di Diane e di Veneri! La roccia scende a perpendicolo dietro il palazzo, del quale da questa altura si dominano i tetti vicini; più giù, a sinistra, si vede la piazza del paese, e più giù ancora il ponte ed una lunga e sinuosa striscia di fiume.
È un'afa, che non si può respirare. Me ne sto qui da un pezzo a guardare le montagne ed il cielo. Le curve ripide e rotte del monte di San Gottardo alla destra e dell'altro, che gli sorge di contro, pare si tocchino a' piedi, tanto è stretta la spaccatura del Chiese. In mezzo a quelle due chine brulle d'un colore cupo rossastro si vede quasi orizzontalmente il dorso celestino di un monte lontanissimo. Le nubi s'erano squarciate e, sul largo campo azzurro, da quell'angolo basso saliva saliva una nuvola bianca, illuminata dal sole. Prima sembrò una corona d'argento posta sul culmine del monte lontano; poi si espanse, invase una gran parte del cielo. Pigliò figura di un toro immane, che si avanzasse con la sua testa cornuta. Le corna venivano sino alla metà della vòlta celeste; una gamba poggiava sopra uno dei monti, l'altra sull'altro. Poi, in un minuto, il toro mutò apparenza: la testa da grossa che era si allungò, diventò il grugno di un porco, le corna si accorciarono in orecchie, le gambe si restrinsero a zampini, e la figura, che prima era maestosa, diventò grottesca. Poi la nuvola grande si sciolse in diverse nuvolette candide: qua e là de' gruppi di punti argentei si raccoglievano come in tanti palloncini aereostatici, i quali vagavano un pezzo innanzi di ridursi al nulla. L'aria è restata d'un celeste purissimo, su cui le due montagne vicine tagliano scure, e l'ultimo monte appena stacca in quasi impercettibile sfumatura. Intanto il Chiese, ingrossato dalle ultime piogge, mugghia più iracondo che mai. Le case, brune, ancora bagnate, hanno de' bizzarri scintillamenti, e gli alberi sono lustri. Giù nelle strade fangose le capre passano, accompagnate da fanciulli, che portano sul capo immense frasche fronzute di castagno o di quercia, sotto alle quali restano curvati e nascosti. Son piante che camminano; e quando diciotto o venti di quei ragazzi scendono così dai sentieri delle montagne l'un dietro all'altro, pare che un pezzo di bosco si muova, e si pensa - non mi rammento bene, ma qualcosa mi resta nella memoria di spaventoso - a quel re, a cui, dopo la profezia di certe orribili streghe, venne incontro così una foresta minacciante e vendicatrice.
Dalla parte di San Gottardo sai che si va a Bagolino, costeggiando il melanconico Lago d'Idro, passando dalle mura merlate della Rocca d'Anfo e camminando un pezzo sulla stupenda strada, che lascia ben basso il Caffaro, e dai parapetti della quale si vedono i precipizii vertiginosi, dove nella cupezza del fondo le acque del torrente, col rimbalzare da un masso all'altro, col piombare in cascate, col frangersi alle roccie, mostrano il luccichìo della loro spuma.
In quelle orridezze si rovesciano spesso uomini e cavalli e, senza che la loro caduta mandi il più lieve romore, vanno a seppellirsi nella gran fossa del monte. La via bellissima è sparsa di panporcini e di croci.
O quante volte son passato su quella strada cantando, con il mio fucile a pietra sulla spalla, la fiaschetta piena di polvere, la ventriera fasciata alla vita e ben provvista di palle e pallini, e la carniera ad armacollo! Avevo con me Lampo e Bigio, oppure Livia e Toti. Non c'è una svolta ch'io non ricordi, né una cappelletta, né una pietra migliaria. A Nozza, avendo pigliato una scorciatoia, trovai sul viottolo rasente al Chiese due vipere, ed una ne uccisi coi tacchi de' miei grossi stivali. A Vestone il povero Lampo ebbe un formidabile calcio da un ciuco, e continuò poi a guaire tutta la giornata. Ad Anfo c'era un'ostessa gobbetta e zoppa, la quale mi dava il vino bianco e le tinche fritte. Facevo centro a Bagolino, ma poi, partendo all'alba e spesso non tornando la sera, correvo lontano a cacciare i camosci sulle balze e le starne nei boschi.
La prima volta che salii solo alla cittaduzza alpestre, e avevo allora, che ero giovane, un'aria baldanzosa ed una gran barba nera, un vecchietto mi venne incontro e, togliendosi rispettosamente il cappello e sorridendo con malizia, mi fece segno di seguirlo. Dopo avermi condotto, senz'aprir bocca, un trecento passi all'in su e all'in giù per quelle viuzze sudicie e strette, il vecchietto si ferma e alzando il braccio mi mostra coll'indice una lapide antica infissa nella rovinosa muraglia di una casa. Vi leggo a stento questi bei versi:

Oggi non è il tempo
Né la stagione
Di stare in questo loco
Chi non sta a ragione.

Prima che avessi agio di pigliarmela col sardonico vecchietto e chiedergli la causa della sua minaccia, egli se l'era prudentemente svignata. Lo cercai tutt'in giro senza poterlo trovare.
Desinai all'osteria del Pavone, e poi, essendo domenica e non avendo sentito messa, m'arrampicai sulle interminabili gradinate della chiesa ed entrai a pregare. Il sole mandava i suoi raggi quasi orizzontalmente dalle finestre della facciata sino all'altar maggiore, gettando su questo la luce infiammata del tramonto e facendo scintillare la custodia dorata del ciborio. La chiesa era deserta. Solo si sentiva un leggiero picchio a intervalli regolari ora di qua ora di là. Una vecchia, tanto curva che il suo mento giungeva appena all'altezza delle panche, passava abbastanza lesta da un altare all'altro, mettendo innanzi ad ogni passo il suo bastoncino, su cui poggiava il peso del corpo cadente. Mentre uscivo, ell'era accanto alla pila dell'acqua santa, le diedi qualche soldo: mi ringraziò tremolando.
Il sole scendeva in quel punto dietro le montagne. Non sapendo come passare il tempo, mi posi a sedere sul parapetto del portico e guardai intorno le chine verdi; ma nell'abbassare lo sguardo, sopra un quadratello di marmo bianco, incassato nelle lastre scure del pavimento, mi parve di vedere il nome della nostra famiglia. Sentii punzecchiarmi dalla curiosità e guardai bene.
Potei leggere, oltre al casato, Don Antonio, e l'anno MDCCLXX; ma il testo, tra l'essere logoro dallo stropiccìo de' piedi e l'essere scritto in latino, non mi entrava nel cervello. Stavo così lambiccandomi da dieci minuti, quand'odo dietro di me una voce fessa e biascicante, la quale brontola, come se ripetesse una lezione imparata a memoria: «Sul sagrato di questa chiesa Don Antonio, maestro di virtù, fece ardere in benefica pira gli strumenti del peccato, e scacciò il Demonio muto dal cuore dei penitenti». Non capii nulla neanche nella traduzione, e, vincendo il ribrezzo che la vecchia mi metteva addosso, le chiesi s'ella poteva spiegarmi il mistero dell'epigrafe.
Mi pigliò per il braccio con la sua mano adunca, che pareva un artiglio, e mi trascinò sul piazzale, nel mezzo, tra il portico della chiesa e le gradinate della roccia, le quali scendono al paese; poi, sempre tenendosi al mio braccio, fece il segno con la punta del suo bastoncino di un largo circolo intorno a noi, e disse:
- Qui, proprio qui. Era un gran fuoco. Pareva un incendio. I ragazzi avevano portato le fascine secche; gli uomini avevano accomodato le legne in una immensa catasta; le donne con le mani giunte, inginocchiate, pregavano. Poi una si alza e, togliendosi i pendenti dalle orecchie, li getta nelle fiamme; e, dopo questa, tutte, ad una ad una, o un monile, o un braccialetto, od uno spillone, o quel che hanno di prezioso e di bello gettano nel fuoco. Le litanie si sollevano al cielo: lo scoppiettare e lo stridere del rogo pare un inferno. Si avanzano gli uomini come spiritati. È notte, e le fiamme, tingendo la chiesa e le case di un rosso sanguigno, dànno ai devoti l'aspetto di demonii. Ecco che volano sul fuoco mandolini, flauti, tamburini, tiorbe. Due alzano una spinetta, e giù sulle brace. Quante chitarre! Una, fra le altre, di avorio, di ebano, d'oro, di perle! Che bellezza!...
Mi sentii serrare il braccio più forte. La vecchia s'era interrotta, tremava in tutte le membra, e sulle guance grinzose e terrose sgocciolava qualche lagrima. Si percuoteva il petto col pomo del bastoncino. Durò un pezzo a rimettersi, e poi alzò sopra di me gli occhi così stravolti, che ne ebbi paura. Certo, era matta. Continuò, facendo da sé sola dieci passi indietro e picchiando tre volte col bastoncino in terra:
- Qui stava il Santo, immobile, maestoso. Guardava in alto. Qualche volta faceva un gesto con la mano, e allora quelli che gli erano vicini gridavano: Silenzio. E tutti tacevano, e si sentiva, accompagnata dal romore della legna ardente, la voce di lui, che gridava: «Distruggete, fratelli, disperdete gli strumenti del vizio. Quegl'infami oggetti sono del diavolo. Regalateli a me, ch'io li dono a Dio. Non più balli, non più suoni, non più gioielli. Via gli eccitamenti alla corruzione, le tentazioni al peccato. Vivete, pensando solamente alla morte ed al cielo». E di quando in quando si sentiva la stessa voce, che dominava il turbinoso frastuono del popolo, ripetere: «Distruggete, fratelli, disperdete gli strumenti del vizio».
Mi sembrò che i pochi capelli bianchi della vecchia le si rizzassero sul cranio.
Dopo una pausa ripigliò:
- Io era giovane allora, bella, sana, ricca, empia. Mi scaldavo le mani alla catasta e ridevo.
Puoi pensare, nipote mio, se queste parole della strega avevano solleticato la mia voglia di sapere ogni cosa, e se io la tempestassi d'interrogazioni. Ma ella non rispondeva più niente. Pareva che fantasticasse a qualcosa di là dal mondo. Finalmente, infastidita dalla mia insistenza, mi chiese con ira: - Chi è lei che m'interroga? Che cosa importa a lei di queste storie di mezzo secolo addietro? Non può lasciarmi quieta nelle mie memorie e ne' miei rimorsi?
Cercai di placarla, e per iscusare la importunità le dissi il mio casato e ch'io ero pronipote del Beato Antonio.
- Nipote! - gridò, spalancando gli occhi cisposi.
- Figlio del figlio d'un suo fratello.
- Figlio del figlio d'un suo fratello - mormorava la vecchia fra le gengive, come se studiasse questo grado di parentela.
Mi guardò nel volto con attenzione minutissima, e invasa da una crescente contentezza: - È lui - esclamò - lui stesso. Ecco il naso aquilino, il fronte alto, le labbra sottili, le folte sopracciglia, gli occhi neri. È lui, lui, proprio lui!
Nel sottopormi a questo esame la vecchia decrepita s'accostava al mio viso, vicino vicino, giacché il crepuscolo cominciava a imbrunire. Sentivo l'acre respiro di quel cadavere ischeletrito.
- Lo stesso sguardo - continuava - e la stessa voce! È lui, proprio lui -. E intanto si faceva il segno della croce, e mi baciava il lembo della cacciatora.
- Avrei dato - ripigliò - tutta la poca vita che mi resta per trovare un discendente del Santo. Ora posso morire in pace. Restituirò al nipote ciò che ho rubato all'avo. Venga con me fino al mio casolare, là sulla montagna. Non c'è tempo da perdere. Potrei morire da un momento all'altro - e s'incamminò.
Già cominciava a far buio. Il cielo, che s'era tornato a coprire di nubi, diventava nero. Scendemmo dietro la chiesa un centinaio di passi; poi, entrati in una viuzza, si principiò a salire. La vecchia ansava. La strada era formata di sassi puntuti e sconnessi, con pozzanghere ad ogni tratto e qualche torrentello. Incespicavo negli sterpi. Dei tronchi d'albero disseccati sbarravano il sentiero. Udivo de' fruscii: vidi la coda di un lungo serpe nero guizzare in una buca. La vecchia andava a piccoli sbalzi, picchiando sempre con il suo bastoncino, e voltandosi indietro a guardarmi. Ad una svolta si fermò e si mise a sedere in terra. Sembrava una pallottola.
- Ero dunque giovane - disse - e bella. Avevo sposato Angelo il Moro, il sicario. Egli viaggiava per le sue faccende, e quando tornava, dopo tre o quattro mesi, mi portava tanto oro, ch'io duravo fatica a spenderlo tutto in vesti, in balli, in orgie. Angelo mi regalava i gioielli rapiti alle dame. Una volta mi portò una chitarra, una maraviglia, rubata a una duchessa di Milano. Io, che mi divertivo a suonare quello strumento, ne fui beata; ma l'amante mio, che amavo ancora più della chitarra, me la chiese, e gliela diedi.
L'infame mi tradì poco dopo.
Da quel fagotto schiacciato al suolo continuava a uscire una voce rauca: - Ero alta di corpo, snella; avevo gli occhi bruni ed i capelli biondi. Ballavo dal tramonto all'alba, nuotavo nel lago d'Idro, facevo all'amore. Una sera, sentendo che il Beato Antonio, di cui parlavano le valli e i monti, ma che io non avevo ancora veduto, ordinava di bruciare gli strumenti da musica e gli ornamenti delle donne, volli goder lo spettacolo. Alcuni de' miei corteggiatori s'erano convertiti alla fede del Santo, altri non si attentarono ad accompagnarmi, uno solo venne con me travestito per non farsi conoscere. Quella sera sentivo dentro un diavolo: ero ubbriaca di peccato. A un tratto vidi il mio amante traditore accanto a me, il quale stava per gettare nel fuoco la mia chitarra. Sentii ribollirmi il sangue. Nel baccano e nella confusione, appena la chitarra fu sul rogo, io, al rischio di bruciarmi le vesti, mi scagliai sulle fiamme e la trassi fuori intatta. Qualche giorno appresso Angelo fu appiccato in Brescia. Mi ammalai: restai povera e sola.
La megera si alzò, e continuò il cammino. Era notte scura; non vedevo dove mettessi i piedi; sdrucciolavo; tre o quattro volte fui lì lì per cadere. Il nome del Moro mi rammentava i raccapricci d'infanzia, quando il mio vecchio servo Giovanni raccontava le prodezze del famoso assassino, il quale, per esperimentare la curiosità d'una sua fidanzata, le aveva lasciato in deposito un paniere coperto di foglie fresche, proibendole di guardarvi dentro, e dopo un'ora torna e trova la ragazza in deliquio, perché ella aveva trovato nel paniere una testa d'uomo tagliata.
La vecchia continuava interrottamente, fermandosi ad ogni venti passi: - Mi nacque a poco a poco nel cuore una cosa nuova, il rimorso. Entrai qualche volta in chiesa; ascoltai qualche messa. Passato un anno, tornò a Bagolino il Beato Antonio. M'acconciai per il primo sermone accanto al pulpito, e vidi il Santo pallido, smunto, salire faticosamente i gradini. Annunziò con voce fioca l'argomento della predica: Il Demonio muto. La sua parola era lenta, quasi stentata, ma tanto semplice, tanto chiara, che nasceva negli ascoltatori una certa maraviglia di non avere pensato prima da sé a così naturali discorsi. «Nell'animo nostro (egli diceva) noi nascondiamo quasi sempre, spesso senza volerlo, qualche volta senza saperlo, la memoria o il desiderio di un peccato. Come non lo confessiamo al prete, così non lo confessiamo a noi stessi. E pure quel punto, quella piccola ulcera venefica un po' alla volta s'allarga, si estende e incancrenisce via via l'anima intera. Ci credevamo giusti, ci troviamo iniqui». E il Santo veniva agli esempii: la moglie, che dal grato ricordo di una stretta di mano scivola alla infedeltà; il negoziante, che dalla prima menzogna sul prezzo di una merce scende al fallimento bugiardo; il servo, che ruba prima un soldo sulla spesa, e poi, vedendo come la padrona non se n'accorge, ne ruba due, dieci, venti, e finisce col rubare nella borsa e nello scrigno; il giovinotto, che dal primo stravizio precipita all'ubbriachezza: e così per ognuno quasi degli ascoltatori c'era una parola che lo toccava dentro.
«Nella più remota e angusta cameretta del cuore alloggia il Demonio muto. Egli se ne sta lì accovacciato, arrotolato, silenzioso; ma poi, quando gli pare che l'uomo sia più distratto o più fiacco, stende le membra, s'adagia, s'impadronisce di una stanza, dell'altra, e riesce ad occupare tutta quanta la casa della nostra coscienza. La nostra coscienza diventa allora un inferno. Tutto sta dunque nel guardarci dentro e nel trovare il nostro mortale nemico, quand'egli è ancora quasi impercettibile: tutto sta nel cacciare via subito il piccolo Demonio muto». Ma il Santo cangiava voce. Da dolce e insinuante ch'era in principio, diventava aspra, violenta, terribile. Parlava sul Demonio muto delle coscienze già infami: delle donne empie, degli uomini perversi, che occultano un peccato obbrobrioso. Terminò tuonando, sicché la chiesa rimbombava: «Furti, assassinii, inganni, sacrilegii, lordure d'ogni specie, venite fuori dal petto di voi che m'ascoltate, entrate nelle mie orecchie; e salga il vostro rimorso e il vostro pentimento a Dio. Dio è misericordioso!». Il popolo si gettava per terra e, piangendo, gridava: «Pietà, pietà!».
La vecchia, già stanca, sedeva nel mezzo della strada, e ormai l'oscurità era così fitta, ch'io appena distinguevo il corpiciattolo bruno. Sembrava che la voce uscisse da sotto terra. Cominciai a sentirmi de' brividi nelle membra, poiché tirava un vento fresco, il quale faceva stormire le foglie e produceva dei fischi e come degli ululati lamentevoli e strani. Neanche un lume lontano; neanche una stella. Il suono fesso delle parole della vecchia che ricominciava:
- Uscii dalla chiesa, convertita e spaventata. Tornai a casa correndo. Mi prese una febbre, che per dieci giorni tenne il mio corpo in orridi vaneggiamenti. Non ero guarita, quando una mattina scappai dal sito dove abitavo, distante un'ora, e, portando con me la chitarra, che avevo rubata al rogo del Santo, andai a Bagolino per confessarmi. Il Beato Antonio era già andato a Gardone, assai malato anch'esso, quasi morente. Presi una carrettella, e, sempre col mio strumento maledetto, partii. Il giorno appresso ero in val Trompia, a Gardone. Corsi tosto alla chiesa, e la vidi tutta parata di nero, tutta a ceri ardenti. L'infinito popolo singhiozzava e pregava; i sacerdoti cantavano a morto. Nel mezzo, sopra un immenso catafalco, seduto in un trono maestoso, vestito degli abiti sacri, col calice in mano, stava il Santo, più livido che mai. Era immobile. Aveva gli occhi aperti e fissi. Pareva che guardasse. Il cadavere, certo, mi malediva.
La vecchia riprese a camminare assai lenta. Io le andavo dietro senza vedere più nulla.
- Siamo lontani? - le domandai.
Non rispose. Si continuò a salire la montagna. La vecchia era diventata taciturna, ma sentivo sempre il picchio del suo bastoncino sui sassi. Finalmente si giunse dinanzi ad un casolare. La vecchia spinse l'uscio ed entrò. Cercò qualcosa, e poi, battendo con l'acciarino, fece uscire dalla pietra qualche scintilla; accese l'esca e un lumino, il quale rischiarava assai male la miserabile stanza.
Un po' di strame in un angolo, una panca, una ciotola; il tetto nascosto dai ragnateli; il pavimento di mota lubrica; i muri di sassi tutti sconnessi e cadenti.
La strega, gettandosi per terra, levò le foglie muffite del suo giaciglio e cominciò a raschiare con le unghie il terreno. Dopo un quarto d'ora mi fece segno di accostarmele, e vidi il coperchio di una cassa; aiutai la vecchia a levarlo, ed apparve la famosa chitarra con le sue corde spezzate. Alla luce del lumino fumoso le perle sembravano scintillette scialbe e l'argento del piccolo Apollo brillava appena. La vecchia mi porse lo strumento con un sorriso che le contorceva la bocca, e disse tra sé:
- Morirò più quieta.
Salutai la povera donna, ed uscii dal casolare, dove il tanfo cominciava a nausearmi. Solo, nelle tenebre più nere, con la chitarra sotto il braccio e senza rammentarmi il cammino, puoi pensare, nipote mio, se mi sentissi lieto. Mi guidarono le punte dei grossi sassi della via, martoriandomi i piedi. Dio volendo, a mezzanotte bussai alla porta dell'Albergo, dove tutti dormivano; e, andato a letto, sognai tutta notte lemuri, fantasmi, diavoli, megere e streghe.
Sei mesi dopo tornai a Bagolino per le mie caccie, e volli andare a salutar la mia vecchia. Trovai con grande stento il casolare. Era deserto. Domandai notizie di essa ai contadini della montagna ed allo scaccino della chiesa. Era sparita da un pezzo, proprio come una strega. Nessuno ne ha saputo più nulla.

4

Oggi è stata una magnifica festa, di quelle che lasciano il cuore più sereno e più alto. Si cominciò ier sera con i fuochi sulle montagne. Tu avessi visto com'era bello quell'improvviso accendersi, quell'alternarsi di qua, di là, delle fiamme d'allegria, alla distanza di più miglia, dall'una e dall'altra parte della valle; e come pareva che le cime dei monti si rispondessero nel gaio linguaggio di fuoco! Le campane suonavano ora a distesa, ora a rapidi rintocchi, ed ora con una certa ingenua pretensione d'imitare qualche arietta popolare, senza colpa del campanaro se tre note su sette dovevano restar nel battaglio.
Verso le otto, che era ben buio, andai con la mia Menica nel mezzo del ponte, a godermi per una mezz'oretta questo spettacolo; e il Chiese, riflettendo i fuochi delle alture, pareva se la godesse anche lui.
Stamane poi all'alba è stato un scoppio di gioia. Mortaletti da tutte le parti, come cannonate d'una finta battaglia; la banda musicale di Salò, che soffiava e batteva a tutto andare; il popolo, che riempiva le piazze e le vie, ilare, chiassoso, vestito da festa, con fazzoletti da collo e scialli d'un rosso scarlatto.
M'è venuto il ghiribizzo di andare incontro anch'io al nuovo Curato, che faceva il suo ingresso trionfale. Appena mi ha visto è sceso dalla carrozzetta, dove stava con il Sindaco. Ha voluto per forza che mi appoggiassi al suo braccio, e così a piedi siamo andati insieme fino al piazzale della chiesa, in mezzo a due fitte ale di popolo, che salutava rispettosamente. Il curato rispondeva ai saluti con pronta affabilità. Ha i bei capelli folti tutti d'argento, che gli circondano il capo come un'aureola; gli occhi azzurri limpidi, d'una soavità da fanciulla; i denti bianchissimi e perfetti. Veste pulito, quasi accurato. Parla con una dolcezza semplice, profonda, affettuosa, che affascina. È, dicono, il più virtuoso prete della diocesi di Brescia: dà tutto ai poveri: mangia polenta, cacio, latte soltanto; ma nasconde la sua carità e la sua povertà volontaria sotto un aspetto di persona studiosa e gentile. Mi ha detto: - So ch'ella, signor Carlo, è il più vecchio e più savio uomo di questi monti. Permetterà ch'io venga a discorrere spesso con lei e che mi chiami suo amico. Il maestro di scuola si è avanzato per leggere, balbettando, la sua poesia; una fanciulletta dell'Asilo ha recitato lesta il suo discorsino; i preti della Parrocchia hanno presentato al nuovo pastore, con una lunga orazione latina, le chiavi della chiesa, portate sopra un cuscino di seta bianca a frangie ed a nappe d'oro. Ed è cominciata la processione: stendardi rossi con la Madonna dipinta in mezzo, banderuole, croci, torchi, baldacchini; fanciulle inghirlandate di fiori e tutte vestite di bianco, le quali portavano in mano con gran compunzione quale un Agnello di carta, quale un Bambino Gesù in fasce, quale una Vergine incoronata; ragazzi con mitrie o con turbanti, e dietro una coda interminabile di donne e d'uomini, la quale, vista un poco dall'alto, sembrava tutta d'un pezzo, e pareva che così lunga lunga si muovesse flessuosamente secondo l'avvallarsi, il girare o il rialzarsi della strada.
A stare accanto alla chiesa e appartati, come abbiamo fatto la mia buona Menica ed io, che siamo troppo vecchi per cacciarci nella folla, si sentiva l'organo suonare un'allegra marcia con tutti i pedali e campanelli e tamburi e piatti, poi le campane suonavano sul nostro capo, poi scoppiavano i mortaletti, che era un frastuono da diventare sordi; ma quando per caso, in certi momenti, tutti questi romori cessavano, s'udiva, già lontano, il salmeggiare basso dei sacerdoti della processione e l'armonia vaga, lunga, angelica della risposta delle donne.

* * *

La vecchiaia è orrenda. Non ci sono lagrime negli occhi, non ci sono singhiozzi nel petto. La disperazione non si espande nella pietà degli altri, non si getta al di fuori con le parole, con i gesti, con le grida. Lo strazio è solitario. Si guarda al proprio dolore tranquilli, con le ciglia asciutte. È una calma bieca; è una freddezza spaventosa. Par di uscire da se stessi, e di aggirarsi nel nulla. Non si pensa, non si sente: si vive in una tomba.
La mia Menica è morta.
Dieci giorni sono, mercoledì sera, si sentiva un po' stanca, e s'addormentò, come al solito, nella sua poltrona. Io leggevo. Tutt'a un tratto, il micio nero sbalza in terra e miagola come impaurito. Non gli bado. Alle dieci mi alzo, e mormoro nell'orecchio della Menica: - Mia buona, è l'ora di andare a letto -.
Non risponde. Le metto, così per giuoco, le due mani sul fronte. Lo sento di ghiaccio. Era morta.
Beata lei, che è morta com'era vissuta, nella sua santa placidezza!

* * *

La casa è deserta, le montagne sono bianche di neve, e gela. A desinare, così solo, non mangio più. La sera non c'è nessuno che mi dia con affetto la buona notte, e la mattina mi vesto nella camera vuota, intristito dal silenzio fatale. La ragazza, che mi serve da pochi mesi, mi guarda con occhio indifferente, annoiato. Pensa forse che i vecchi stanno meglio nella bara. Ha ragione.
Ho un solo conforto, il Curato. È un santo uomo. Parliamo di religione, e la mia vecchia fede si ravviva. Ieri mi diceva: - Signor Carlo, si prepari alla felicità del Paradiso. Si stacchi dalle cose di questa terra. Pensi a Dio.
Non ho rimorsi, eppure un certo stringimento di cuore mi dice forse che c'è una macchia nella mia vita. Quando sono seduto al fuoco nell'interno del gran camino della sala, e vedo sulla parete di contro il ritratto del Beato Antonio, smorto, severo, minaccioso, mi sembra ch'egli apra le labbra ed alzi la mano per rimproverarmi qualcosa. Che cosa? Non ho mai fatto male apposta a nessuno. Ho amato i miei genitori, i miei parenti, la mia Menica. Ho seguito la dottrina e i riti della Chiesa. E non ostante, gli occhi dipinti del ritratto di Don Antonio, che sono vivi, mi scrutano dentro nelle viscere, mi strappano fuori un non so che dall'anima. È uno scavo nella coscienza. Forse il mio Demonio muto.
Chi lo sa? Forse quell'oggetto di profano piacere, che io vagheggiavo, e che può avermi distolto spesso dalla contemplazione di Dio! Sì, quel maledetto strumento, rubato da un sicario e destinato al rogo, poi di nuovo rubato da una femmina iniqua.
Certo, a quello sguardo, che scintilla fuor della tela, ci deve essere una profonda cagione. Don Antonio, bisogna ch'io ti plachi.
Interrogai il Curato. Perdonami, nipote mio: ho già provvisto a te nel codicillo del testamento, ma ritiro il dono, che ti avevo fatto. Il buon prete mi consiglia di distruggere quella mia vecchia gioia mondana, che oggi mi è occasione di rimorsi e di paure.

* * *

Ieri sera nevicava, tirava vento, si sentivano certe voci lugubri a tutte le finestre ad a tutti gli usci. Non avevo dormito da una settimana. Andai nella cappella a staccar la chitarra e la potrai nella sala. Al lume del fuoco le perlette e l'oro brillavano, e la figuretta di Apollo sorrideva. Il demonio mi tentò e toccai le corde. Un suono rauco e terribile uscì dallo strumento scordato. Allora feci aggiungere molta legna sul fuoco, e quando la vampa toccò la cappa altissima del camino, fatto un supremo sforzo, gettai la chitarra sul rogo, seguendola attentamente con gli occhi. Le corde si contorsero come serpi, mandando un sibilo di dolore; il legno sottile della cassa armonica diventò nero, si spaccò in più luoghi, e, senza infiammarsi, si ridusse a carbone; le perlette sparirono; il manico durò un gran pezzo a bruciare, e le figurette della caccia, staccandosi ad una ad una, caddero nelle brace. Chiamai la serva, che gettasse dell'altra legna sul fuoco.
Tutto fu consumato. Nell'uscire dalla sala, passando innanzi al ritratto di Don Antonio, mentre le ultime brace ardenti lo irradiavano di una luce oscillante e sanguigna, credetti che lo sguardo del Santo mi seguisse ancora tenace, torvo, implacabile. Gelai tutto e svenni.
Mando un addio a te, a tua sorella ed ai suoi figliuoli; e mi dolgo che siate troppo lontani, perch'io vi possa vedere mai più.
Sono alzato e ti scrivo dal tavolino; ma sento dentro di me come un presentimento felice. Ho chiamato per questa sera il mio buon Curato. Mi confesserà e mi darà l'olio santo.




Senso

Dallo scartafaccio segreto della contessa Livia.

Ieri nel mio salotto giallo, mentre l'avvocatino Gino, con la voce rauca della passione lungamente repressa, mi susurrava nell'orecchio: - Contessa, abbia compassione di me: mi cacci via, ordini ai servi di non lasciarmi più entrare; ma, in nome di Dio, mi tolga da una incertezza mortale, mi dica se posso o se non posso sperare -; mentre il povero giovane mi si gettava ai piedi, io, ritta, impassibile, mi guardavo nello specchio. Esaminava il mio volto per trovarmi una ruga. La mia fronte, su cui scherzano i riccioletti, è liscia e tersa come quella di una bimba; a' lati delle mie ampie narici, al di sopra delle mie labbra un po' grosse e rosse, non si vede una grinza. Non ho mai scoperto un filo bianco ne' lunghi capelli, i quali, sciolti, cadono in belle onde lucide, neri più dell'inchiostro, sulle mie spalle candide.
Trentanove anni!... tremo nello scrivere questa orribile cifra.
Diedi un colpetto leggiero con le mie dita affusolate sulla mano calda dell'avvocatino, la quale brancolava verso di me, e m'avviai per uscire; ma, spinta da non so quale sentimento (certo un sentimento lodevole di compassione e di amicizia), voltandomi sulla soglia, bisbigliai, credo, questa parola: - Sperate.
Ho bisogno di mortificare la vanità. Alla inquietudine, che rode la mia anima e che lascia quasi intatto il mio corpo, s'alterna la presunzione della mia bellezza: né trovo altro conforto che questo solo, il mio specchio.
Troverò, spero, un altro conforto nello scrivere i miei casi di sedici anni addietro, ai quali vado ripensando con acre voluttà. Lo scartafaccio, chiuso a tre chiavi nel mio scrigno segreto, non potrà essere visto da occhio umano, e, appena compiuto, lo getterò sul fuoco, disperdendone le ceneri; ma il confidare alla carta i vecchi ricordi deve servire a mitigarne l'acerbità e la tenacia. Mi resta scolpita in mente ogni azione, ogni parola e sopra tutto ogni vergogna di quell'affannoso periodo del mio passato; e tento sempre e ricerco le lacerazioni della piaga non rimarginata; né so bene se ciò ch'io provo sia, in fondo, dolore o solletico.
O che gioia, confidarsi unicamente a sé, liberi da scrupoli, da ipocrisie, da reticenze, rispettando nella memoria la verità anche in ciò che le stupide affettazioni sociali rendono più difficile a proclamare, le proprie bassezze! Ho letto di santi anacoreti, i quali vivevano in mezzo ai vermi ed alle putrefazioni (quelle, certo, erano lordure), ma credevano di alzarsi tanto più in su quanto più si avvoltolavano nel fango. Così il mio spirito nell'umiliarsi si esalta. Sono altera di sentirmi affatto diversa dalle altre donne: il mio sguardo non teme nessuno spettacolo; c'è nella mia debolezza una forza audace; somiglio alle Romane antiche, a quelle che giravano il pollice verso terra, a quelle di cui tocca il Parini in una ode... non mi rammento bene, ma so che quando la lessi mi sembrava proprio che il poeta alludesse a me.
Se non fosse dall'una parte la febbre delle vive ricordanze, dall'altra lo spavento della vecchiaia, dovrei essere una donna felice.
Mio marito, vecchio, acciaccoso, pieno di fiducia in me, mi lascia spendere quanto voglio e fare quel che mi piace; sono una delle prime dame di Trento: corteggiatori non mi mancano, e la cara invidia delle mie buone amiche, invece di scemare, si rinfocola sempre più.
Di venti anni ero, naturalmente, più bella. Non che le fattezze del mio volto sieno mutate, o che il mio corpo sembri meno svelto e flessuoso; ma negli occhi miei c'era una fiamma, che ora pur troppo si va smorzando. Il nero stesso delle pupille mi pare, a guardarlo bene, un poco meno intenso. Dicono che il sommo della filosofia consista nel conoscere se stessi: io mi studio con tanta trepidazione da tanti anni, ora per ora, minuto per minuto, che credo di conoscermi a fondo e di potermi proclamare una filosofessa perfetta.
Direi di avere toccato il colmo della mia bellezza (c'è sempre nel fiorire della donna un periodo breve di suprema espansione) quando avevo di poco varcato i ventidue anni, a Venezia. Era il luglio dell'anno 1865. Maritata da pochi giorni, facevo il viaggio di nozze. Per mio marito, che avrebbe potuto essere mio nonno, sentivo una indifferenza mista di pietà e disprezzo: portava i suoi sessantadue anni e l'ampia pancia con apparente energia; si tingeva i radi capelli e i folti baffi con un unguento puzzolente, il quale lasciava sui guanciali delle larghe macchie giallastre. Del rimanente, buon uomo, pieno, alla sua maniera, di attenzioni per la giovine sposa, inclinato alla crapula, bestemmiatore all'occorrenza, fumatore instancabile, aristocratico burbanzoso, violento verso i timidi e pauroso in faccia ai violenti, raccontatore vivace di storielle lubriche, che ripeteva a ogni tratto, né avaro, né scialacquatore. Si pavoneggiava nel tenermi al suo braccio, ma guardava le donnette facili, che passeggiavano accanto a noi nella piazza di San Marco, con un sorriso d'intelligenza lasciva; ed io da un lato n'avevo gusto, giacché l'avrei cacciato volontieri in braccio di chicchessia pure di liberarmene, dall'altro ne sentivo dispetto.
Lo avevo pigliato spontaneamente, anzi lo avevo proprio voluto io. I miei erano contrarii ad un matrimonio così male assortito; né, bisogna dire la verità, il pover'uomo ardiva di chiedere la mia mano. Ma io mi sentivo stufa della mia qualità di zitella: volevo avere carrozze mie, brillanti, abiti di velluto, un titolo, e sopra tutto, la mia libertà. Ce ne vollero delle occhiate per accendere il cuore nel gran ventre del conte; ma, una volta acceso, non provò pace finché non m'ebbe, né badò alla piccola dote, né pensò all'avvenire. Io, innanzi al prete, risposi un Sì fermo e sonoro. Ero contenta di quello che avevo fatto, ed oggi, dopo tanti anni, non ne sono pentita. In fondo, non mi pareva di dovermene pentire neanche in quei giorni in cui, aperta l'anima quasi d'un tratto, mi sfogavo nel parossismo di una prima passione cieca.
Sino ai ventidue anni passati il mio cuore era rimasto chiuso. Le mie amiche, deboli in faccia alle lusinghe dell'amore sentimentale, m'invidiavano e mi rispettavano: nella mia freddezza, nella mia sdegnosa noncuranza delle parole tenere e delle occhiate languide vedevano una preminenza di raziocinio e di forza.
A sedici anni avevo assodata già la mia fama scherzando con l'affetto di un bel giovane del mio paese e disprezzandolo poi, sicché il misero tentò di uccidersi e, guarito, scappò da Trento in Piemonte, e si arruolò volontario, e in una delle battaglie del '59, non mi ricordo quale, morì. Ero troppo giovane allora per sentirne rimorso; e dall'altra parte i miei genitori e parenti e conoscenti, tutti affezionati al governo dell'Austria, che servivano fedelmente quali militari e impiegati, non avevano trovata altra orazione funebre in onore del povero esaltato se non questa: - Gli sta bene.
A Venezia rinascevo. La mia bellezza sbocciava intiera. Negli occhi degli uomini brillava, quando mi guardavano, un lampo di desiderio; sentivo le fiamme degli sguardi rivolti sulla mia persona anche senza vederli. Persino le donne mi fissavano in volto, poi mi ricercavano giù giù sino ai piedi, ammirando. Sorridevo come un regina, come una dea. Diventavo, nella contentezza della mia vanità, buona, indulgente, famigliare, spensierata, spiritosa: la grandezza del mio trionfo mi faceva quasi apparire modesta.
Mio marito, ch'era stato uno dei rappresentanti della nobiltà tirolese nella dieta di Innsbruck, fu invitato con me ai pranzi ed alle conversazioni del Luogotenente imperiale. Quando entravo nella sala con le braccia nude, con il collo e un poco del seno scoperti, con un abito di velo e trine a lunghissima coda, e un grande fiore di rubini a foglie di smeraldi sul capo, sentivo un fremito correre tutt'intorno. Un rossore di compiacenza mi coloriva il viso; facevo qualche passo lento, solenne e semplice, senza guardare nessuno; e, mentre la padrona di casa mi veniva incontro e m'invitava a sederle accanto, agitavo il ventaglio innanzi alla mia faccia, come per nascondermi pudicamente agli occhi della gente stupita.
Ai freschi, alle serenate non mancavo mai. In piazza di San Marco al caffè Quadri avevo intorno un nuvolo di satelliti: ero il sole di un nuovo sistema planetario: ridevo, scherzavo, canzonavo chi voleva pigliarmi con i sospiri o con i versi, mi mostravo una fortezza inespugnata, ma non mi affaticavo poi troppo, per non iscoraggire nessuno, a sembrare proprio inespugnabile. La mia corte si componeva in massima parte di ufficialetti e d'impiegati tirolesi piuttosto scipiti e assai tronfii, tanto che i più dilettevoli erano i più scapati, quelli che avevano nella scostumatezza acquistato non foss'altro l'audacia petulante delle proprie sciocchezze. Tra questi ne conobbi uno, il quale usciva dal mazzo per due ragioni. Alla dissolutezza sbadata, univa, per quanto i suoi stessi amici affermavano, una così cinica immoralità di principii, che niente gli pareva rispettabile in questo mondo, salvo il codice penale e il regolamento militare. Oltre a ciò era veramente bellissimo e straordinariamente vigoroso: un misto di Adone e di Alcide. Bianco e roseo, con i capelli biondi ricciuti, il mento privo di barba, le orecchie tanto minute che sembravano quelle di una fanciulla, gli occhi grandi e inquieti di colore celeste: in tutto il volto una espressione ora dolce, ora violenta, ma di una violenza o dolcezza mitigata dai segni di un'ironia continua, quasi crudele.
La testa piantata superbamente sul collo robusto; le spalle non erano quadre e massiccie, ma scendevano giù con grazia; il corpo muscoloso, stretto nella divisa bianca dell'ufficiale austriaco, s'indovinava tutto, e rammentava le statue romane dei gladiatori.
Questo tenente di linea, il quale aveva solo ventiquattro anni, due più di me, era riuscito a divorarsi la ricca sostanza paterna, e continuando sempre a giuocare, a pagar donne, a scialarla da signore, nessuno oramai sapeva come vivesse; ma nessuno lo vinceva nel nuoto, nella ginnastica, nella forza del braccio. Non aveva mai avuto occasione di trovarsi in guerra; non amava i duelli, anzi due ufficialetti mi raccontarono una sera, che, piuttosto che battersi, aveva più volte ingoiato atrocissimi insulti. Forte, bello, perverso, vile, mi piacque. Non glielo lasciavo intendere, perché mi compiacevo nell'irritare e tormentare quell'Ercole.
Venezia, che non avevo mai vista e che avevo tanto desiderato di vedere, mi parlava più ai sensi che all'anima; i suoi monumenti, dei quali non conoscevo la storia e non intendevo la bellezza, m'importavano meno dell'acqua verde, del cielo stellato, della luna d'argento, dei tramonti d'oro, e sopra tutto della gondola nera, in cui, sdraiata, mi lasciavo andare ai più voluttuosi capricci della immaginazione. Nei calori gravi del luglio, dopo una giornata di fuoco, il ventolino fresco mi accarezzava la fronte andando in barca tra la Piazzetta e l'isola di Sant'Elena o, più lontano, verso Santa Elisabetta e San Nicolò del Lido: quello zeffiro, impregnato dell'acre profumo salso, rianimandomi le membra e lo spirito, pareva che bisbigliasse nelle mie orecchie i misteri fervidi dell'amor vero. Cacciavo nell'acqua sino al gomito il braccio nudo, bagnando il merletto che ornava la corta manica; e guardavo poi cadere una ad una dalle mie unghie le gocciole somiglianti a brillantini purissimi. Una sera tolsi dal dito un anello, dono di mio marito, dove splendeva un grosso diamante, e lo gettai lontano dalla barca in laguna: mi parve di avere sposato il mare.
La moglie del Luogotenente volle condurmi un giorno a vedere la galleria dell'Accademia di belle arti: non ci capii quasi nulla. Poi con i viaggi, con la conversazione dei pittori (uno, bello come Raffaello Sanzio, voleva ad ogni costo insegnarmi a dipingere) qualche cosa ho imparato; ma allora, benché non sapessi niente, quell'allegrezza di colori, quella sonorità di rossi, di gialli, di verdi e di azzurri e di bianchi, quella musica dipinta con tanto ardore di amor sensuale non mi sembrò un'arte, mi sembrò una faccia della natura veneziana; e le canzoni, che avevo udito cantare dal popolo sboccato, mi tornavano nella memoria innanzi alla dorata Assunta di Tiziano, alla Cena pomposa di Paolo, alle figure carnose, carnali e lucenti del Bonifacio.
Mio marito fumava, russava, diceva male del Piemonte, comperava cosmetici: io avevo bisogno di amare.
Ora ecco in qual modo principiò la mia terribile passione per l'Alcide, per l'Adone in assisa bianca, il quale si chiamava con un nome che non m'andava a' versi - Remigio.
Costumavo tutte le mattine di recarmi al bagno galleggiante di Rima, posto fra il giardinetto del Palazzo Reale e la punta della Dogana. Avevo preso per un'ora, dalle sette alle otto, una Sirena, cioè una delle due vasche per donne, grande quanto bastava per nuotarvi qualche poco, e la mia cameriera veniva a spogliarmi e a vestirmi; ma, siccome nessun altro poteva entrare, così non mi davo la briga di mettermi l'abito da bagno. La vasca, chiusa intorno da pareti di legno e coperta da una tenda cenerognola a larghe zone rosse, aveva il fondo di assi accomodato a tale profondità sott'acqua che alle signore di piccola statura rimanesse fuori la testa. A me restavano fuori le spalle intiere.
Oh la bella acqua smeraldina, ma limpida, sotto alla quale vedevo ondeggiare vagamente le mie forme sino ai piedi sottili! e qualche pesce piccoletto e argentino mi guizzava intorno. Nuotavo quant'era lunga la Sirena; battevo l'acqua con le mani aperte, finché la spuma candida coprisse il verde diafano; mi sdraiavo supina, lasciando che si bagnassero i miei lunghi capelli e tentando di rimanere per un istante a galla, immobile; spruzzavo la cameriera, che fuggiva lontana; ridevo come una bimba. Molte larghe aperture, appena sotto il livello dell'acqua, lasciavano entrare e passare l'acqua liberamente, e le pareti, mal commesse, permettevano, attraverso le fessure, di vedere, applicandovi l'occhio, qualche cosa al di fuori - il campanile rosso di San Giorgio, una linea di laguna, dove fuggivano leste le barche, una fetta sottile del Bagno militare, che galleggiava a piccola distanza della mia Sirena.
Sapevo che tutte le mattine, alle sette, il tenente Remigio vi andava a nuotare. In acqua era un eroe: saltava dall'alto a capo fitto, ripescava una bottiglia sul fondo, usciva dal recinto attraversando di sotto lo spazio dei camerini. Avrei dato non so che cosa per poterlo vedere, tanto m'attraevano l'agilità e la forza.
Una mattina, mentre guardavo sulla mia coscia destra una macchietta livida, forse una contusione leggiera, che deturpava un poco la bianchezza rosea della pelle, udii fuori un romore come di persona, la quale nuotasse rapidamente. L'acqua si agitò, la ondulazione fresca mi fece correre un brivido per le membra, e da uno dei larghi fori tra il suolo e le pareti entrò improvviso nella Sirena un uomo. Non gridai, non ebbi paura. Mi parve fatto di marmo, tanto era candido e bello; ma il suo ampio torace si agitava per il respiro profondo, e i suoi occhi celesti brillavano, e dai capelli biondi cadevano le gocciole come pioggia di lucenti perle. Ritto in piedi, mezzo velato dall'acqua ancora tremolante, alzò le braccia muscolose e morbide: pareva che ringraziasse i numi e dicesse: - Finalmente!
Così principiò la nostra relazione; e d'allora in poi lo vidi ogni giorno o al passeggio, o al caffè, o al ristorante, dove mio marito, che aveva preso a volergli bene, lo invitava sovente. Lo vedevo anche in segreto, anzi via via i nostri colloqui misteriosi diventarono a dirittura quotidiani. Spesso si stava insieme una o due ore da solo a sola, mentre il conte dormiva tra la colazione ed il pranzo o andava a gironzare per la città, poi si passavano due o tre ore in compagnia pubblicamente, dandoci di sfuggita qualche stretta di mano.
Talvolta egli premeva di soppiatto con il suo piede il mio, e non di rado mi faceva tanto male che diventavo tutta rossa in volto; ma quello stesso dolore mi piaceva. Non ero mai parsa tanto bella alla gente e a me stessa, mai tanto sana e allegra e contenta di me, della vita, di tutto e di tutti. La seggiola di paglia su cui mi adagiavo in Piazza San Marco diventava un trono; credevo che la banda militare, la quale suonava i valzer degli Strauss e le melodie del Meyerbeer innanzi alle Procuratìe vecchie, indirizzasse la sua musica soltanto a me, e mi sembrava che il cielo azzurro e i monumenti antichi godessero della mia contentezza.
Il luogo dei nostri ritrovi non era sempre il medesimo. Alle volte Remigio in una gondola chiusa mi aspettava alla riva sudicia di una lunga calletta buia, che riesciva ad un canale stretto, fiancheggiato di casupole tanto gobbe e storpie da parere crollanti, e alle finestre delle quali pendevano cenci di ogni colore; alle volte, lasciata la prudenza, si entrava in barca da qualche luogo frequentato della città, persino dal Molo innanzi alla Piazzetta. Coperta il viso d'un denso velo nero, andavo da lui in una casa accanto alla caserma di San Sepolcro, incontrando nell'ombra fitta delle scale tortuose ufficiali e soldati, che non mi lasciavano passare senza porgermi un segno della loro galanteria. In quella casa, dove il sole non batteva mai, il tanfo della umidità si univa al puzzo nauseabondo del fumo di tabacco, stagnante nelle camere non ventilate.

* * *

Questo avvocatino Gino mi secca. Guarda con certi occhi stralunati, che spesso mi fanno ridere, ma qualche volta mi fanno gelare; dice che non può più vivere senza la carità d'una mia parola d'affetto; implora, piange, singhiozza; mi va ripetendo: - Contessa, si ricorda quel giorno in cui lì sull'uscio, voltandosi, mi disse con la voce di un angelo: Sperate? - ed insiste, e torna ad invocare pietà, a singhiozzare ed a piangere. Non ne posso più. Giorni sono gli lasciai la mano: la baciò più volte così forte che mi restarono per un poco delle macchie livide sulla pelle. Insomma, sono stufa. Ieri, persa la pazienza, gli gridai che mi lasciasse in pace, che non si attentasse mai più di rimettere il piede in casa mia, e che se avesse ardito ancora di comparirmi innanzi, l'avrei fatto cacciare dai servi e avrei raccontato ogni cosa al conte. L'avvocatino impallidì per modo che i suoi occhi neri parvero due buchi in una faccia di gesso; s'alzò dal canapè barcollando ed uscì senza guardarmi. Tornerà, tornerà, scommetto. Ma è un gran dire che a commuovermi l'anima non ci sia altro verso che il rammentarmi d'un uomo, nel quale, ad onta della mia furibonda passione, vedevo intiera la bassezza infame.

* * *

Remigio ogni tanto mi domandava danaro. In principio la pigliava un poco larga: era un debito di giuoco; era un pranzo che doveva offrire ai compagni per non so quale occasione: avrebbe restituito la somma pochi giorni appresso. Finì col chiedere senza pretesti ora cento fiorini, ora dugento; una volta mi chiese mille lire. Io davo, e mi faceva piacere di dare.
Avevo dei risparmii miei, poi mio marito largheggiava con me, anzi era lieto quando gli domandavo qualcosa; ma venne un momento in cui gli parve che spendessi troppo. Mi offesi, mi adirai tempestosamente; egli, bonone per solito e pieghevole, tenne duro una giornata intiera.
Quella giornata appunto Remigio aveva bisogno urgente, immediato di dugentocinquanta fiorini: mi accarezzava, mi diceva tante cose belle e con una voce così ardente d'amore, che mi sentii beata di potergli donare uno spillone di brillanti, il quale costava, se mi rammento bene, quaranta napoleoni d'oro.
Il dì seguente Remigio mancò all'appuntamento. Dopo avere passeggiato su e giù per certe callette al di là del Ponte di Rialto una ora buona, sicché la gente mi guardava con curiosità e con malizia, ed i motti scherzosi mi scoppiettavano intorno, alla fine, con le guance infiammate dalla vergogna e gli occhi pieni di lagrime d'ira, disperando oramai d'incontrare l'amante, fantasticando Dio sa che sventure, corsi a casa sua trafelata, quasi fuori di senno. La sua ordinanza, che stava lucidando la sciabola, mi disse come il tenente dal giorno innanzi non si fosse veduto.
- Tutta la notte fuori? - domandai, non avendo capito bene.
Il soldato, zufolando, fece di sì con la testa.
- In nome di Dio, correte, informatevi di lui: gli sarà seguita qualche disgrazia: ferito forse, ucciso!
Il soldato alzò le spalle ghignando.
- Ma, rispondete, dov'è il povero padrone? - e avevo afferrato per le braccia il soldato mentre continuava a ridere, e lo scuotevo forte. Avvicinò il suo mustacchio al mio viso; mi gettai indietro, ma ripetevo: - Per carità, rispondete.
Brontolò finalmente: - A cena con la Gigia, o la Cate, o la Nana, o con tutte e tre in compagnia. Altro che disgrazie!
Compresi allora che il tenente Remigio era la mia vita. Il sangue mi si gelò, caddi quasi priva di sensi sul letto nella camera buia, e s'egli non fosse apparso in quell'istante all'uscio, il cuore in un parossismo di sospetti e di rabbia mi si sarebbe spezzato. Ero gelosa fino alla pazzia; avrei potuto diventare all'occasione gelosa fino al delitto.
Mi piaceva in quell'uomo la stessa viltà. Quando esclamava: - Ti giuro, Livia, non amerò e non abbraccierò mai altra donna che te - io gli credevo; e, mentre egli mi stava innanzi ginocchioni, lo guardavo adorando, come fosse un Dio. Se mi avessero chiesto: - Vuoi che Remigio diventi Leonida? - avrei risposto: - No -. Che cosa mi doveva importare dell'eroe? Anzi la perfetta virtù mi sarebbe parsa scipita e sprezzabile al paragone de' suoi vizii; la sua mancanza di fede, di onestà, di delicatezza, di ritegno mi sembrava il segno di una vigoria arcana, ma potente, sotto alla quale ero lieta, ero orgogliosa di piegarmi da schiava. Quanto più il suo cuore appariva basso, tanto più il suo corpo splendeva bello.
Due sole volte e per un solo istante l'avrei bramato diverso. Passavamo un giorno lungo una fondamenta che guarda la cinta dell'Arsenale. La mattina era allegra d'un sole abbagliante; alla sinistra spiccavano sull'aria turchina gli alti fumaiuoli a campana capovolta e le cornici candide e i tetti rossi, mentre sulla destra correva il lungo muraglione dei Cantieri, severo e chiuso.
Gli occhi abbacinati riposavano in certe ombre cupe, lì dove si affondava un sottoportico o si stringeva una calle; e l'acqua brillava di tutti i verdi, rifletteva tutti i colori, si perdeva qua e là in buchi e striscie di un nero denso. Correvano e saltavano sulla fondamenta, la quale dalla parte del canale non aveva nessun riparo, dieci o dodici monelli, vociando a squarciagola. Ve n'erano di piccini e di grandetti. Uno dei piccoli, quasi nudo, grassotto, con i riccioletti biondi, che gli coronavano la faccia rosea e paffutella, faceva un chiasso da indemoniato, dando scappellotti, pizzicando i compagni e poi scappando via come un fulmine.
Mi fermai a guardare, mentre Remigio mi raccontava le sue grandezze passate. A un tratto quel diavoletto di bimbo, non potendo in una corsa precipitosa fermare il piede al ciglio della fondamenta, volò nel canale. S'udì uno strido ed un tonfo, poi subito intronarono l'aria le grida di tutti quanti i ragazzi e di tutte quante le donne, le quali prima se la discorrevano nella via o guardavano dalla finestra; ma in quel clamore dominava lo strillo acuto, disperato, straziante della giovine madre, che, slanciatasi ai piedi di Remigio, unico uomo presente a quella scena, urlava: - Me lo salvi, per carità, me lo salvi! - Remigio, freddo, ghiacciato, rispose alla donna: - Non so nuotare -.
Intanto uno dei fanciulli più grandi s'era buttato in acqua, aveva pigliato per i ricci biondi il piccino e lo aveva tirato a riva. Fu un attimo. Lo stridìo si mutò in applauso frenetico; donne e ragazzi piangevano di gioia; la gente correva da tutte le parti a vedere, e il putto biondo guardava intorno con i suoi occhioni celesti, maravigliato di tanto baccano. Remigio con uno strappo violento mi cavò dalla folla.
L'altra volta che un poco il mio amante mi spiacque fu per questa cagione. S'era fatto udire nel caffè Quadri, ciarlando in tedesco a voce alta con alcuni impiegati tirolesi, a dir male dei Veneziani. Un signore, che stava in un canto, s'alzò di sbalzo, e piantandosi di contro a lui, che era in uniforme, gridò: - Vigliacco d'un militare - e gli buttò in faccia tre o quattro de' suoi biglietti da visita. Ne nacque un parapiglia. Il dì seguente i padrini dovevano combinare il duello; ma Remigio, avendo notato che il suo avversario era piccolo, mingherlino e gracilissimo, rifiutò la pistola, rifiutò la spada, e, benché la scelta delle armi spettasse allo sfidato, volle ad ogni costo la sciabola, sicuro com'egli era della forza del proprio braccio. Il Veneziano si piegò alla prepotenza; ma, prima del duello, era già in carcere, ed a Remigio veniva trasmesso l'ordine di andare immediatamente ad una nuova destinazione in Croazia.
Quando seppi la cosa mi disperai: senza quell'uomo io non potevo vivere. Tanto feci presso la moglie del Luogotenente, e tanto si adoperò mio marito, sollecitato da me, presso il Governatore ed i Generali, che Remigio ottenne di venire mandato a Trento, dove io ed il conte dovevamo tornare appunto in quei giorni. Tutto fino allora era andato a seconda della mia cieca passione.


* * *

Da tre mesi non vedo questo mio scartafaccio. Non mi sono attentata di portarlo in viaggio, e mi doleva, confesso, di averlo lasciato a Trento. Riandando nella memoria i casi di tanti anni or sono, il cuore torna a palpitare e sento un'aura calda di gioventù, che mi spira d'intorno. Il manoscritto è rimasto serrato a tripla chiave nel mio scrigno segreto, dietro all'alcova della mia camera; e stava chiuso con cinque suggelli in una grande busta, su cui, prima di partire, avevo scritto a grossi caratteri: «Affido all'onore di mio marito il segreto di queste carte, ch'egli, dopo la mia morte, brucierà senza dissuggellarle». Me ne andai tranquillissima: ero certa che il conte, anche sospettando, avrebbe religiosamente adempiuto la volontà di sua moglie.
Ho avuto adess'adesso dalla cameriera una notizia, che mi ha disgustata: l'avvocatino Gino prende moglie.
Ecco la costanza degli uomini, ecco la saldezza delle passioni! - Contessa Livia, muoio, mi uccido; la sua immagine sparirà dal mio petto con l'ultima goccia del mio sangue; mi calpesti come uno schiavo, ma mi permetta di adorarla come una Dea -. Frasi da melodramma. Pochi mesi, e tutto svanisce. Amore, furore, giuramenti, lagrime, singhiozzi, non c'è più nulla! Schifosa natura umana. E a vedere quegli occhi neri in quella faccia smorta si sarebbe detto che vi lampeggiasse la sincerità profonda dell'anima appassionata. Come balbettavano le labbra e pulsavano le arterie e tremavano le mani e la persona tutta strisciava umile sotto a' miei piedi. L'avvocatino scrofoloso e miserabile meritò davvero il calcio che ricevette da me. Bifolco.
E chi sposa? Una scioccherella di diciotto anni, che i suoi parenti non hanno voluto condurre in casa mia, perché la contessa Livia, si sa, è donna troppo galante; una scipita con due mele ingranate per guance, le mani corte, grasse e rosse, i piedi da stalliere, e un'aria impertinentina da santarella, che consola. E l'uomo il quale piglia una tale bamboccia ha osato amarmi e dirmelo! Sento le brace sul viso...

* * *

Il mio ufficiale di sedici anni addietro, se non era un grand'uomo, era almeno un vero uomo. Mi stringeva alla vita in modo da stritolarmi, e mi mordeva le spalle facendomele sanguinare.
Cominciavano a diffondersi delle vaghe voci di guerra, poi le solite notizie contradditorie e le consuete smentite: armano, non armano, sì, no; intanto un certo movimento insieme febbrile e misterioso si propagava dai militari ai civili, i treni della ferrovia principiavano a ritardare, a portare giù nuovi soldati e cavalli e carriaggi e cannoni, mentre i giornali non ismettevano di negare pur l'ombra dell'armamento. Io, senza badare agli occhi miei, credevo ai giornali, tanto il pensiero di una guerra mi spaventava. Temevo per la vita dell'amante; ma temevo anche più il distacco lungo, inevitabile, che avrebbe dovuto seguire tra noi due. A Remigio, in fatti, l'ultimo dì di marzo fu ordinato di recarsi a Verona. Ottenne, innanzi di partire, due giorni di permesso, che passammo insieme, senza lasciarci mai un minuto, nella misera camera di un'osteria sul laghetto di Cavedine; ed egli mi giurava di venire presto a vedermi, ed io gli giuravo di andare a Verona quando non avesse potuto muoversi di lì.
Nel dargli l'ultimo abbraccio gli gettai nella tasca un borsellino con cinquanta marenghi.
Il conte, ritornando dalla campagna, mi trovò, dieci o dodici giorni dopo la partenza di Remigio, smagrita e pallida. Soffrivo in realtà moltissimo. Di quando in quando sentivo delle accensioni alla testa e mi venivano dei capogiri, tanto che tre o quattro volte, barcollando, dovetti appoggiarmi alla parete o ad un mobile per non cadere. I medici, che mio marito, premuroso ed inquieto, volle consultare, ripetevano, stringendosi nelle spalle: - Affare di nervi -; mi raccomandarono di far moto, di mangiare, di dormire e di stare allegra.
Eravamo alla metà dell'aprile ed oramai gli apprestamenti si facevano senza maschera: militari d'ogni sorta ingombravano le vie; marciavano i battaglioni al suono delle bande e dei tamburi; volavano sui loro cavalli gli aiutanti di campo; i vecchi generali, un po' curvi sulla sella, passavano al trotto seguiti dallo Stato maggiore, baldo, brillante, caracollante. Quei preparativi mi riempivano di paure fantastiche. L'Italia voleva passare a fil di spada tutti quanti gli Austriaci; Garibaldi, con le sue orde di demonii rossi, voleva scannare tutti quelli che gli sarebbero capitati in mano: si presagiva un'ecatombe.
Avevo le furie in corpo: da Verona in sei settimane m'erano capitate quattro lettere sole. La posta si può dire che non esistesse più; bisognava consegnare, pregando e pagando, i fogli a qualcuno che, disposto ad affrontare gli ostacoli e gli interminabili ritardi del viaggio, avesse necessità e ardire di recarsi da un luogo all'altro. Io, non potendo più vivere nelle angoscie, in cui mi teneva notte e giorno il silenzio o volontario o innocente di Remigio, m'ero risoluta di tentare il viaggio; ma come fare senza che mio marito ne sapesse nulla? come fare io donna e sola e giovane e bella in mezzo alla brutalità dei soldati, resi più audaci dalla disciplina allentata e dal pensiero degli stessi pericoli a cui andavano incontro?
Una mattina, all'alba, dopo una eterna notte di smanie, m'ero addormentata, quando a un tratto un romore mi sveglia; apro gli occhi e mi vedo accanto Remigio. Mi parve un sogno.
L'aurora illuminava già di luce lieve e rossastra la camera; scesi con un balzo dal letto per chiudere le tende dell'alcova, e si cominciò sotto voce a discorrere. Ero inquieta; il conte, che dormiva a due stanze d'intervallo, poteva sentire, poteva venire; i domestici potevano avere visto il mio amante entrare furtivamente a quell'ora. Egli mi rassicurò con poche parole impazienti: aveva picchiato, come altre volte, ai vetri della finestra terrena, dove la cameriera dormiva; ella pian piano gli aveva aperto il portone, ed era entrato senza che nessuno sospettasse di nulla. Della cameriera m'importava poco, giacché sapeva ogni cosa; ma il peggio stava nell'uscire: bisognava spicciarsi. Tornai a sbalzare dal letto; andai ad origliare all'uscio della stanza di mio marito: russava.
- Ti fermi a Trento, non è vero?
- Sei matta.
- Qualche giorno almeno?
- È impossibile.
- Uno?
- Parto fra un'ora.
Rimasi accasciata; il mio cuore, pieno un minuto prima di gaie speranze, si riempì d'affanni e di paure.
- E non tentare di trattenermi. In tempo di guerra non si scherza.
- Guerra maledetta!
- Maledetta sì. Dovrà essere terribile, a quanto pare.
- Senti, non potresti fuggire, non potresti nasconderti? Ti aiuterò. Non voglio che la tua vita sia messa in pericolo.
- Fanciullaggini. Mi scoprirebbero, mi piglierebbero, e sarei fucilato per disertore.
- Fucilato!
- Ho bisogno di te.
- La mia vita, tutto.
- No. Duemilacinquecento fiorini.
- Dio, come faccio?
- Vuoi salvarmi?
- Ad ogni costo.
- Senti dunque. Con duemilacinquecento fiorini i due medici dell'ospedale e i due della brigata mi fanno un certificato di malattia, e vengono a visitarmi ogni tanto per confermare presso il Comando una mia infermità qualunque, la quale mi renda inabile affatto al servizio. Non perdo il mio grado, non perdo il mio soldo, scanso ogni pericolo e rimango a casa tranquillo, zoppicando un poco, è vero, per una sciatica maligna o per una lesione all'osso della gamba, ma quieto e beato. Troverò qualche impiegatuzzo con cui giuocare a briscola; berrò, mangierò, farò le lunghe dormite; avrò la noia di stare a casa nel giorno, ma la notte, sempre zoppicando un poco per prudenza, mi potrò sfogare. Ti piace?
- Mi piacerebbe, se tu fossi a Trento. Verrei da te ogni giorno, due volte al giorno. Già quando ti credono malato, stare a Verona o a Trento non è lo stesso?
- No, i regolamenti vogliono che il militare malato stia nella sede del Comando, sotto la continua e coscienziosa vigilanza dei medici. Ma, appena finita la guerra, tornerò qua. La guerra sarà fiera, ma breve.
- Mi amerai sempre, mi sarai sempre fedele, non guarderai nessun'altra donna? Me lo giuri?
- Sì, sì, te lo giuro; ma l'ora passa, e i duemilacinquecento fiorini mi occorrono.
- Subito?
- Sicuro, devo portarli con me.
- Ma nello scrignetto credo di avere appena una cinquantina di napoleoni d'oro. Tengo sempre poco denaro.
- Insomma, trovali.
- Come vuoi ch'io li trovi? Posso chiederli a mio marito a quest'ora, così, con quale pretesto, per darli a chi?
- L'amore si conosce dai sacrifizii. Non mi ami.
- Non ti amo? io che ti darei volentieri tutto il mio sangue.
- Queste sono parole. Se non hai denaro, dammi i gioielli.
Non risposi e mi sentii impallidire. Accortosi della impressione che mi avevano fatto le sue ultime parole, Remigio mi serrò tra le braccia di ferro, e mutato tono, ripeté più volte:
- Sai che ti amo infinitamente, Livia mia, e ti amerò finché avrò un soffio di vita; ma questa vita salvamela, te ne scongiuro, salvala per te, se mi vuoi bene.
Mi prendeva le mani, e le baciava.
Ero già vinta. Andai alla scrivania a prendere le tre piccole chiavi dello scrignetto: temevo di far romore; camminavo in punta di piedi, benché avessi i piedi nudi. Remigio mi accompagnò nel gabinetto dietro l'alcova; serrai l'uscio, perché il conte non potesse udire, ed aperto lo scrigno con qualche difficoltà, tanto ero agitata, ne trassi un fornimento intiero di brillanti, mormorando:
- Ecco, prendi.
Costò quasi dodicimila lire. Troverai da venderlo?
Remigio mi tolse di mano l'astuccio; guardò i gioielli e disse:
- Usurai ce n'è dappertutto.
- Sarebbe un peccato il darlo via per poco. Cerca modo di poterlo ricuperare.
Mi piangeva il cuore. Il diadema specialmente mi stava tanto bene.
- E i denari me li dai? - chiese Remigio, - mi farebbero comodo.
Cercai nello scrigno i napoleoni d'oro, che avevo messi in un mucchietto, e, senza contarli, glieli diedi. Mi baciò e, frettolosamente, fece per uscire. Lo trattenni. Con un atto d'impazienza mi respinse, dicendo:
- Se ti preme la mia vita, lasciami andare.
- Fa piano, non senti che gli stivali scricchiolano? E poi, aspetta. Voglio vedere se c'è la cameriera; bisogna ch'ella venga ad accompagnarti.
La cameriera, infatti, attendeva in una stanza vicina.
- Mi scriverai subito?
- Sì.
- Ogni due giorni?
Volevo dare un ultimo bacio all'amante mio, che amavo tanto: era già sparito.
Aperte le invetriate, guardai nella via. Il sole indorava le alte cime dei monti. Innanzi al portone stavano discorrendo fra loro il mozzo di stalla ed il guattero. Alzarono gli occhi e mi videro; poi videro uscire dal palazzo Remigio, che camminava in fretta con le tasche dell'abito rigonfie.
Tornai a letto e piansi tutto il giorno: l'energia della mia natura era fiaccata. Il medico la mattina appresso trovò che bruciavo e che avevo una gran febbre; ordinò il chinino, che non presi: avrei voluto morire. Una settimana intiera dopo la visita di Remigio la cameriera mi portò con la sua solita placidezza una lettera, che, appena vista, le strappai di mano rabbiosamente: avevo indovinato, era di lui, la prima dopo la sua partenza, e mi posi a leggerla con sì furiosa avidità che, giunta alla fine, dovetti ricominciare: non ne avevo capito nulla. Me la ricordo ancora oggi parola per parola, tante volte la lessi e tante volte i casi terribili, che la seguirono, me ne fecero risovvenire:
«Livia adorata, M'hai salvato la vita. Ho venduto l'astuccio a un Salomone qualunque, per poco, a dire il vero, ma in queste circostanze di trambusti e di spaventi non si poteva esigere di più, duemila fiorini, i quali sono bastati a riempire la vorace pancia dei medici. Prima di dovermi ammalare ho trovato una bella stanza verso l'Adige in via Santo Stefano al numero 147 (scrivimi a questo indirizzo), grande, pulita, con una anticamera tutta per me, da cui si esce direttamente sulla scala; mi sono provvisto di tabacco, di rum, di carte da giuoco e di tutti i volumi di Paolo di Koch e di Alessandro Dumas. Non manco di compagnia piacevole, tutti maschi (non ti agitare), tutti scrocconi, e se non fosse che devo parere zoppo e che di giorno non posso uscire di casa, mi direi l'uomo più felice del mondo. Certo, mi manca una cosa, la tua persona, cara Livia, che adoro e che vorrei avere il dì e la notte fra le mie braccia. Dunque non ti dar pensiero di nulla. Io leggerò le notizie della guerra fumando; e quanti più Italiani e Austriaci se ne andranno all'inferno tanto più ci avrò gusto.
Amami sempre come io t'amo; appena la guerra sarà finita e questi cani di dottori, i quali mi costano un occhio della testa, m'avranno lasciato in pace, correrà ad abbracciarti, più ardente che mai, il tuo
REMIGIO».

La lettera mi lasciò sconcertata e disgustata, così mi parve volgare; ma poi, nel tornarvi su, a poco a poco mi persuasi che il tono in cui era scritta fosse affettatamente leggiero e gaio, e che l'amante avesse fatto un crudele, ma nobilissimo sforzo nel contenere l'impeto del suo cuore, tanto per non gettare nuova esca nella mia passione, che era già un incendio, e per quietarmi un poco l'animo, ch'egli sapeva terribilmente ansioso. Ristudiai la lettera in ogni frase, in ogni sillaba. Avevo bruciate tutte le altre quasi appena ricevute; serbai questa in un taschino del portamonete, per cavarnela spesso quando ero sola, dopo avere serrato a chiave gli usci della stanza. Tutto mi confermava nella mia credenza benevola: quelle espressioni d'affetto mi apparivano tanto più potenti quanto più erano rapide, e quei periodi grossolani e cinici mi si presentavano alla fantasia sublimi di generoso sacrifizio. Avevo tanto bisogno di credere che la mia smania trovasse una scusa nella smania dell'altro; e la viltà di lui mi riempiva il seno d'entusiasmo, purché io credessi di esserne la cagione. Ma il mio cervello galoppante non si fermava qui. Chi sa, pensavo tra me, chi sa che questa lettera sia tutta un magnanimo inganno! Forse egli è già partito per il campo, forse egli sta di contro al nemico; ma, più curante di me che di lui, non volendo farmi morire negli sbigottimenti e nei terrori, m'addormenta con la menzogna pietosa. Appena un tale pensiero si fece adito nel mio spirito, me ne sentii tutta invasa. Le insonnie, l'avversione al mangiare, i disturbi fisici contribuivano ad una vera esaltazione mentale.
Vivevo quasi nella solitudine. Già la mia società s'era andata via via restringendo, poiché le famiglie nobili trentine, avverse alle opinioni politiche del conte, avevano da un pezzo lasciato con bel garbo lui e me affatto in disparte; i giovani, frementi d'italianismo, ci sfuggivano senza riguardi e ci odiavano; gl'impiegati del paese, non sapendo come la guerra sarebbe andata a finire, per non rischiare di compromettersi né in un modo né in un altro, oramai si astenevano dal mettere piede in casa nostra: vedevamo, in somma, qualche nobile austriacante, spiantato e parassita, qualche alto funzionario tirolese, duro, testardo, puzzolente di birra e di cattivo tabacco. I militari non trovavano più l'agio né la voglia di occuparsi di me. La mia relazione col tenente Remigio, conosciuta da tutti, eccetto che da mio marito, aveva accresciuto il mio isolamento, il quale, del resto, m'era gradito, anzi necessario nello stato d'animo in cui da un po' di tempo vivevo. Remigio, dopo la lettera famosa, non aveva più scritto. Sognavo per lui de' pericoli, che mi apparivano tanto più orrendi quanto più erano incerti. Avrei potuto sopportare forse la sicurezza dei rischi d'una battaglia; ma il non sapere se il mio amante andasse alla guerra o no, era un dubbio che mi faceva impazzire.
Scrissi a Verona ad un generale che conoscevo, a due colonnelli, poi a qualcuno di quegli ufficialetti, i quali mi avevano tanto corteggiato a Venezia: nessuno rispose. Tempestavo Remigio di lettere; niente.
Intanto le ostilità principiarono: la vita civile era soppressa; la ferrovia, le strade non servivano ad altro che ai carriaggi delle munizioni, delle ambulanze, delle proviande, agli squadroni di cavalleria, che passavano in mezzo a nuvoli di polvere, alle batterie, che facevano tremare le case, ai reggimenti di fanteria, che si svolgevano l'uno dopo l'altro interminabili, sinuosi, striscianti come un verme, il quale volesse abbracciare nelle sue enormi spire tutta quanta la terra.
Una mattina calda, affannosa, il 26 del giugno, capitarono le prime notizie di una battaglia orribile: l'Austria era disfatta, diecimila morti, ventimila feriti, le bandiere perdute, Verona ancora nostra, ma vicina a cedere, come le altre fortezze, all'impeto infernale degli Italiani.
Mio marito era in villa, e doveva starci una settimana. Suonai con furia; la cameriera non veniva; tornai a suonare; si presentò all'uscio il domestico.
- Dormite tutti? maledetti poltroni. Fammi venire subito il cocchiere, ma subito, intendi?
Qualche minuto dopo entrò Giacomo sbigottito, abbottonandosi la livrea.
- Da qui a Verona quante miglia ci sono?
Stette un poco a pensare.
- Dunque? - ripresi stizzita.
Giacomo faceva i suoi conti:
- Da qui a Roveredo circa quattordici; da Roveredo a Verona dovrebbero essere... non saprei... ci si mette con due buoni cavalli dieci ore, poco più, poco meno, senza contare le fermate.
- Ci sei mai stato con i cavalli da Trento a Verona?
- No, signora contessa; andai da Roveredo a Verona.
- Fa lo stesso. Da qui a Roveredo so bene anch'io che occorrono due ore.
- Due ore e mezzo, scusi, signora contessa.
- Dunque due e dieci fanno dodici in tutto.
- Mettiamo tredici, signora contessa, e di buon trotto.
- Quanti cavalli ha preso con sé il padrone?
- La sua solita cavallina morella.
- Ne restano quattro in scuderia.
- Sì, signora padrona: Fanny, Candida, Lampo e lo stallone.
- Potresti attaccarli tutti quattro?
- Insieme?
- Sì, insieme.
Giacomo sorrise con una cert'aria di benevola compassione:
- Scusi, signora contessa, non è possibile. Lo stallone...
- Ebbene, attacca gli altri tre.
- Lampo ha una sciancatura, povero Lampo, non può neanche trascinarsi al passo.
- Attacca dunque come al solito Fanny e Candida, in nome di Dio - gridai, pestando i piedi, e soggiunsi: - Domattina alle quattro.
- Sarà servita, signora padrona; e, scusi, per regolarmi nella biada da portar via, dove si va?
- A Verona.
- A Verona, misericordia! In quanti giorni?
- Dalla mattina alla sera.
- Signora padrona, scusi, ma questo proprio non si può.
- Ed io lo voglio, hai capito? - replicai con accento così imperioso che il pover'uomo trovò appena il coraggio di balbettare:
- Abbia compassione di me. Accopperemo le due cavalle, e il padrone mi caccerà sulla strada.
- La responsabilità è mia. Obbedisci e non pensare ad altro - e gli diedi quattro marenghi. - Ti darò il doppio quando saremo tornati, ad un patto per altro, che tu non dica niente a nessuno.
- Per questo non c'è pericolo; ma gl'ingombri della strada, carri, i cannoni, le prepotenze dei soldati, le seccature dei gendarmi?
- Ci penso io.
Giacomo piegò il capo, rassegnato, ma non persuaso.
- A che ora giungeremo a Verona?
- Quando vorrà il cielo, signora padrona; e sarà un miracolo se ci arriveremo vivi, lei, signora padrona, io e le due povere bestie. Per me poco importa, ma per lei e per le bestie!
- Bene, alle quattro dunque, e silenzio. Se taci avrai quello che ti ho promesso, se parli ti licenzio sui due piedi e senza salario. Hai inteso? Bada che tutti, anche la cameriera, devono credere che andiamo a San Michele, dalla marchesa Giulia.
Giacomo, rannuvolato, s'inchinò ed uscì dalla stanza.
All'alba ero in carrozza, e via. Avevo chiuso le tendine degli sportelli, e guardavo da un angolo ai fantaccini trafelati e polverosi, i quali credendo che nel cocchio stesse un qualche gran personaggio, si schieravano lungo i fossati; alcuni facevano il saluto militare.
Di quando in quando bisognava rallentare la corsa con mio fiero dispetto, o a dirittura fermarsi alcuni minuti per aspettare che i pesanti e cigolanti carri avessero lasciato libero il passo: le cose per altro andavano assai meglio di quello che avesse predetto Giacomo. Una pattuglia di gendarmi a cavallo fermò la carrozza, ma il sergente, vedendo che c'era dentro una signora, si contentò di gridare cavallerescamente: - Buon viaggio -. Più giù di Roveredo, a Pieve, ci si trattenne a rinfrescare un poco; poi a Borghetto, staccate le giumente, che non ne potevano più, passammo tre ore buone, che mi parvero tre anni, rannicchiata com'ero nella carrozza, udendo i lamenti e le bestemmie dei soldati, i quali si lasciavano cascare in terra a squadre per pochi istanti vicino all'osteria, sotto la scarsa ombra degli alberi magri, e mangiavano un tozzo di pagnotta e bevevano un sorso d'acqua. Avrò chiamato dieci volte Giacomo, il quale veniva allo sportello con tanto di grugno, sforzandosi di parere composto, e si toglieva il cappello, e ripeteva: - Signora contessa, ancora dieci minuti -. Si ripigliò, quando Dio volle, il cammino. L'Adige, che costeggiavamo, era quasi asciutto, i campi sembravano arsi, la strada brillava d'un candore abbagliante, non si vedeva una macchia nel cielo azzurro, le pareti della carrozza bruciavano, e in quell'afa grave, in quella densa polvere, io mi sentivo soffocare. La fronte mi gocciolava e battevo i piedi per l'impazienza. Non badai alla Chiusa: ascoltavo lo scoppiettìo della frusta di Giacomo. A Pescantina si tornò a rinfrescare: le buone bestie camminavano a stento, e a giungere a Verona ci volevano ancora dieci lunghe miglia. Il sole era scomparso in un nimbo di fuoco. Sempre carri e soldati, ronde di gendarmi, polvere, e a momenti un frastuono assordante e uno stridore acuto di ferramenta, a momenti un mormorio confuso e pauroso, nel quale si distinguevano gemiti e imprecazioni e le strofe di qualche canzonaccia oscena, cantata da voci strozzate.
Fino ad ora eravamo scesi con la corrente degli uomini e dei veicoli, ora ci s'incontrava in qualche vettura d'ambulanza, in qualche compagnia pedestre di militari leggermente feriti, col braccio al collo, una fasciatura alla testa, verdi in volto, curvi, zoppicanti, laceri. E Remigio, Remigio! Gridavo a Giacomo di battere le bestie col manico della frusta. Cominciava a far notte. S'arrivò alle mura di Verona verso le nove; e tanto era il timor panico, tanto il trambusto, che nessuno badò alla carrozza, e si poté giungere all'albergo della Torre di Londra senz'altri intoppi. Non c'era più una camera, non c'era un buco dove poter dormire, né in quell'albergo, né, per quanto mi assicurarono, in nessuna altra locanda della città: tutto era stato requisito per gli ufficiali. I cavalli, morti di stanchezza, vennero legati nel cortile; Giacomo doveva attendere ad essi; io finalmente sbalzai a terra.
Mi feci accompagnare a piedi da un ragazzaccio nella via Santo Stefano al numero 147.
Si dovette camminare più volte su e giù nella strada, guardando all'alto delle porte, innanzi di distinguere nel barlume dei rari fanali il numero della casa. Se Remigio c'era, volevo fargli una improvvisata: le mie membra tremavano tutte d'impazienza e di desiderio, ma poteva essere a letto, poteva stare in compagnia di qualcuno, e, sebbene volessi ad ogni costo vederlo subito, pure mi sembrò di dover mandare il ragazzo avanti in esplorazione. Era furbo e capì al volo: doveva suonare, chiedere del tenente per una faccenda urgentissima, insistere perché gli aprissero, salire, dirgli una fandonia qualunque, per esempio che un signore, del quale s'era scordato il nome e che alloggiava all'albergo della Torre di Londra, bramava, senza ritardo, avere notizie della sua salute. Il fanciullo nel venir fuori aveva da lasciare aperti l'uscio del quartiere e la porta di strada. Io mi nascosi sul fianco della casa, in un chiassuolo tra la via ed il fiume. Il fanciullo suonò. S'udì una voce rabbiosa dall'ultimo piano:
- Chi è?
- Sta qui il tenente Remigio Ruz?
- L'altro campanello, quello di mezzo: alla malora.
Il fanciullo suonò all'altro campanello. Passò un minuto, che mi sembrò interminabile, e nessuno comparve; il ragazzo tornò a suonare; allora dal secondo piano una voce di donna chiese:
- Chi è?
- Sta qui il tenente Remigio Ruz?
- Sì, ma non riceve nessuno.
- Ho bisogno di parlargli.
- Domattina dopo le nove.
- No, questa sera. Hanno paura dei ladri?
Passò un altro minuto e finalmente la porta si aprì.
Remigio c'era! la gioia mi spezzava il cuore: mi si offuscò la vista e, non potendo reggermi sulle gambe, m'appoggiai alla muraglia. Poco dopo il fanciullo tornò: s'era fatto mandare al diavolo, ma aveva potuto lasciare l'uscio e la porta socchiusi. Mi tornarono le forze, diedi qualche moneta all'astuto monello, e, strisciando, entrai nella casa. Avevo previsto che mi sarebbero occorsi i fiammiferi; al pianerottolo del secondo piano v'erano due usci, sopra uno dei quali stava appiccato il biglietto da visita di Remigio; spinsi l'imposta, che cedette, ed entrai senza romore in una stanza quasi buia.
Toccavo la cima delle mie speranze, sentivo già le braccia dell'amante mio, per il quale avrei dato senza esitare tutto quello ch'io avevo e la mia vita insieme, schiacciarmi impetuosamente sopra il suo largo torace, sentivo i suoi denti incidere la mia pelle, e pregustavo un mondo inenarrabile di allegrezze furiose.
La consolazione mi fiaccava: dovetti sedermi sopra una seggiola, che stava accanto all'ingresso. Udivo e vedevo come se fossi immersa in un sogno: avevo perso il senso della realtà. Ma qualcuno lì d'appresso rideva rideva: era un riso di donna stridulo, sguaiato, sgangherato, che a poco a poco mi destò. Ascoltai, mi rizzai e, trattenendo il respiro, m'avvicinai ad un uscio spalancato, dal quale si vedeva in una vasta camera illuminata. Io stavo nell'ombra, né mi si poteva scorgere. Oh, perché in quel punto Dio non mi accecò! V'era una tavola, co' resti d'una cena; v'era, dietro alla tavola, un largo canapè verde su cui Remigio, sdraiato, faceva per gioco il solletico sotto l'ascella ad una ragazza, la quale sghignazzava, si sbellicava, si dimenava, si contorceva tutta, sforzandosi invano di svincolarsi dalle mani dell'uomo, che le dava baci sulle braccia, sul collo, sulla nuca, dove capitava.
Io non mi potevo più muovere; ero inchiodata al mio posto, con gli occhi fissi, le orecchie tese, la gola arsa.
L'uomo, stufo della burla, afferrò alla vita la ragazza, mettendosela a sedere sulle ginocchia. Allora cominciarono i discorsi, interrotti spesso da scherzi e da carezze. Sentivo le parole, il senso mi sfuggiva. A un tratto la donna pronunciò il mio nome.
- Mostrami i ritratti della contessa Livia.
- Li hai visti tante volte.
- Mostrameli, te ne prego.
L'uomo, rimanendo disteso sul canapè, alzò un lembo della tovaglia, aperse il cassetto della tavola e ne cavò delle carte. La ragazza, diventata seria, cercò fra quelle i ritratti e li guardò lungamente, poi:
- È bella la contessa Livia?
- Lo vedi.
- Non mi capisci: voglio sapere se ti par più bella di me.
- Nessuna donna mi può parer più bella di te.
- Vedi, in questa fotografia il vestito da ballo lascia scoperte le braccia intiere e le spalle giù giù - e la fanciulla s'accomodava la camicia, confrontando con il ritratto:
- Guarda, ti sembro più bella?
L'uomo la baciò in mezzo al petto, esclamando:
- Mille volte più bella.
La fanciulla, accanto alla lucerna, fissando negli occhi l'uomo, che sorrideva, pigliò ad uno ad uno i quattro ritratti, e lenta lenta li lacerò ciascuno in quattro pezzi; e lasciava cadere quei brani sulla tavola in mezzo ai tondi e ai bicchieri. L'uomo continuava a sorridere.
- Ma tu, cattivo, le dici pure di volerle bene.
- Sai che glielo dico il meno possibile; ma ho bisogno di lei, e non saremmo qui insieme, cara, se non m'avesse dato il danaro che sai. Quei maledetti medici me l'hanno fatta pagar salata la vita.
- Quanto t'è rimasto?
- Cinquecento fiorini, che sono già in parte sfumati. Bisogna scrivere a Trento alla cassa: ogni parola dolce, un marengo.
- Eppure - disse la donna con gli occhi pieni di lagrime - eppure mi pesa.
L'uomo se la tirò vicina vicina sul canapè verde, mormorando: - Lagrime non ne voglio.

In quel punto il cuore mi si rivoltolò dentro: l'amore era diventato esecrazione. Mi trovai nella strada. Andavo senza sapere dove; mi passavano accanto nella oscurità, urtandomi, gruppi di soldati, barelle, da cui venivano gemiti lunghi o strilli di dolore, qualche cittadino frettoloso, qualche contadino spaurito; nessuno badava a me, che scivolavo lungo i muri delle case ed ero vestita tutta di nero con un fitto velo sul volto. Riescii ad un largo viale piantato di alberi cupi, dove il fiume, corrente alla mia destra, rinfrescava un poco l'aria affannosa. L'acqua si perdeva quasi nelle tenebre; ma non mi venne, neanche per un attimo, la tentazione del suicidio. Era già nato in me, senza ch'io neppure me ne fossi avveduta, un pensiero bieco, ancora indeterminato, ancora annebbiato, il quale m'invadeva adagio adagio l'anima intiera e la mente, il pensiero della vendetta. Avevo offerto tutto a quell'uomo, ero vissuta per lui, senza di lui m'ero sentita morire, con lui ero salita in cielo; ed il suo cuore, i suoi baci egli li dava ad un'altra! La scena a cui avevo assistito, mi si dipingeva tutta dinanzi; vedevo ancora sotto a' miei occhi quelle lascivie. Infame! Corro per lui, superando ogni ostacolo, sprezzando ogni pericolo, gettando nel fango il mio nome: corro ad aiutarlo, corro a confortarlo, e lo trovo sano, più bello che mai e nelle braccia di una donna! E lui, che mi deve tutto, e la sua ganza, calpestano insieme la mia dignità ed il mio affetto e mi scherniscono e mi vituperano. E sono io che pago le loro orgie; e quella donna bionda si vanta, nuda, di essere più bella di me; e lui, lui (m'era serbato questo supremo obbrobrio) la proclama lui stesso più bella!
Tante emozioni m'avevano affranto: l'ira, che bolliva dentro di me, aveva messo in tutto il mio corpo una febbre ardente, che mi faceva tremare le gambe. Non sapevo dove fossi; non volevo, né potevo farmi accompagnare da un passante fino all'albergo per chiudermi di nuovo nella carrozza; mi posi a sedere sulla sponda del fiume, fissando gli occhi nel cielo nero. Non trovavo requie; rientrai nelle vie della città; impazzivo; cascavo di fatica; da diciotto ore non avevo mangiato. Mi trovai per caso di contro ad una modesta bottega da caffè, e, dopo avere più volte girato innanzi alla vetrina, parendomi che non ci fosse nessuno, andai a pormi nel canto più lontano e scuro, ordinando qualcosa. Nell'angolo opposto, sdraiati sullo stesso sofà rosso, che circondava la sala vasta, bassa, umida e mezza buia, stavano due militari, fumando e sbadigliando.
Poco dopo entrarono due altri ufficiali; un giovinetto, che poteva avere diciannove anni, lungo, smilzo, con i baffetti sottili, ed un uomo sui quaranta, tozzo, pesante, con il muso pavonazzo a bitorzoli ed a bernoccoli, le larghe sopracciglia nere come il carbone e due mustacchi sotto il naso grosso così folti ed irti che parevano setole; aveva in bocca una pipa boema, corta nel cannello, ma enorme nel camino, dalla quale uscivano ampie nubi di fumo, che andavano l'una dopo l'altra ad annerire il soppalco.
Il giovinetto andò dritto a salutare gli ufficiali nell'angolo. Sentii che diceva: - Ne ho visti morire quaranta in due ore nella sala delle operazioni sotto i ferri dei chirurghi, i quali buttavano via braccia e gambe come se giuocassero al pallone, e trapanavano e aggiustavano teste...
- Bisognerebbe che aggiustassero quelle dei nostri generali - brontolò il Boemo, ghignando.
Nessuno badava a me.
Entrò, sola, una ragazza, pareva una crestaia, e si pose a sedere a lato dell'ufficialetto magro, chiedendogli ad alta voce:
- Me lo paghi un caffè?
Dopo alcuni discorsi, ai quali non posi attenzione, uno dei militari sdraiati disse alla ragazza, senza muoversi:
- Sai, Costanza, ho visto il tuo tenente Remigio
- Quando? - chiese la femmina.
- Oggi. Sono andato da lui. Era insieme con Giustina. La conosci Giustina?
- Sì, quella biondona, che ha tre denti rimessi.
- Non me ne sono accorto.
- Guardala bene. E come sta Remigio?
- Qualche doloretto alla gamba, che lo fa guaire ogni tanto, e zoppica un poco, ecco tutto. È stata proprio una malattia provvidenziale quella. Gli altri arrischiano la pelle, si logorano nelle fatiche, nei calori d'inferno, nella fame, in tutte le maledizioni di questa guerra, e lui mangia, beve e sta allegro e trova chi lo mantiene.
- Chi vuoi che lo mantenga quel buon mobile?
- Una signora.
- Una vecchia bavosa.
- No, mia cara, una signora bella, giovane e, per giunta, milionaria e contessa e innamorata matta di lui.
- E paga le bellezze del tenente?
- Gli dà del danaro, e molto.
- Povera sciocca!
- Remigio la chiama la sua Messalina. Non me ne ha detto il casato, ma mi ha confidato ch'è di Trento e che ha nome Livia. C'è nessuno qui che sia pratico di Trento?
L'ufficialetto smilzo disse:
- M'informerò io e vi riferirò ogni cosa domani a sera, se saremo a Verona. Contessa Silvia, non è vero?
- Contessa Livia, Livia, ricordatelo bene - gridò l'ufficiale sdraiato.
Costanza riprese:
- Ma Remigio è malato per davvero?
- Oh per questo poi sì. Capisci bene che non la si dà a bere a quattro medici: uno del reggimento di Remigio, un altro scelto dal generale in un altro reggimento e due dell'ospedale militare. Ogni tre giorni vanno a visitarlo; palpano la gamba - e picchiano e tirano e lo fanno strillare. Una volta svenne. Ora sta meglio.
- Finita la guerra, guarita la gamba insistette la Costanza.
- Non lo dite neanche per ischerzo - osservò il secondo ufficiale sdraiato, il quale fino allora non aveva fatto sentir la sua voce. - Sai che per il solo sospetto di un inganno il tenente ed i medici verrebbero fucilati in ventiquattt'ore, l'uno come disertore dal campo di battaglia, gli altri come complici e manutengoli?
- E se la meriterebbero, per Dio - esclamò ruggendo il Boemo senza cavarsi la pipa di bocca.
L'ufficialetto aggiunse:
- Il generale Hauptmann non aspetterebbe neanche ventiquattr'ore.
A queste parole l'idea, che già mi stava in nebbia nel cervello, splendette di vivissima luce; avevo trovato, avevo risoluto.
- Il generale Hauptmann! - ripetevo tra me.
Le vampe, che mi salivano al capo, m'obbligarono a togliere del tutto il velo dalla faccia; bruciavo: chiamai perché mi portassero dell'acqua. Gli ufficiali, che allora s'accorsero di me, mi furono tutti attorno. - O la bella donna! - Ha bisogno di qualcosa? - Vuole un bicchierino di Marsala? - Possiamo tenerle compagnia? - Aspetta qualcuno? - Occhi stupendi! - Labbra da baci! - L'ufficialetto magro mi si era cacciato accanto sul sofà: essendo il più giovane voleva mostrarsi il più ardito. Mi svincolai dalle sue mani e cercai di alzarmi per fuggire, ma due altri mi trattenevano; il Boemo sudicio guardava e fumava. Mi rivolsi a lui gridando: - Signore, sono una gentildonna, m'aiuti e mi accompagni a casa, alla Torre di Londra -. Il Boemo si fece largo, dando degli spintoni di qua e di là e mandando quasi con le gambe all'aria l'ufficialetto novello; poi, duro, serio, mettendo in tasca la pipa, m'offerse il braccio.
Uscii con lui. Durante la via, che non era lunga, mi disse poche e rispettose parole. Io gli chiesi chi fosse il generale Hauptmann, dove avesse il suo uffizio e altre notizie, le quali mi premevano per le mie buone ragioni. Seppi come il generale del Comando stesse in Castel San Pietro.
Il portone dell'albergo rimaneva spalancato, benché il tocco dopo mezzanotte fosse suonato da un pezzo: c'era un grande andirivieni di militari e di borghesi. Ringraziai l'ufficiale, che puzzava di maledetto tabacco, e m'accomodai alla meglio sui cuscini della mia carrozza, posta in un angolo del cortile. Stracca morta com'ero, m'assopii tosto; ma mi destò in sussulto il picchiare forte di una mano sullo sportello. La voce rauca e volgare del Boemo ripeteva:
- Sono io, signora contessa, io che vorrei dirle, col debito ossequio, una sola parola.
Abbassai il cristallo, e l'ufficiale mi porse qualcosa: era il mio portamonete, dimenticato sulla tavola della bottega da caffè, mentre stavo per pagare e successe il tafferuglio. Lo avevano trovato e riportato i tre compagni di lui, il quale disse con gravità solenne:
- Non manca né una carta, né un soldo.
- Ma le carte sono state lette? - e pensavo alla lettera di Remigio, l'unica serbata da me e che non avrei voluto per cosa al mondo vedermi uscire di mano.
- No, signora contessa. Sono stati visti i suoi biglietti da visita e il ritratto del tenente Remigio: niente altro, lo dichiaro sul mio onore.

La mattina seguente, prima delle nove, mi feci condurre nella mia carrozza al Comando della fortezza. L'erta mi pareva interminabile: gridavo a Giacomo di frustare i cavalli. Una folla di militari d'ogni colore, di feriti, di popolani, ingombrava il piazzale innanzi al Castello; ma giunsi senza ostacoli all'anticamera degli uffizii, dove un vecchio invalido pigliò il mio biglietto da visita. Dopo qualche minuto ritornò, dicendomi che il generale Hauptmann mi pregava di passare nel suo quartiere privato, e che appena sbrigati certi affari urgentissimi, sarebbe venuto a presentarmi il suo omaggio.
Fui condotta attraverso logge, corridoi e terrazze in una sala, che dominava dalle tre larghe finestre la città intiera.
L'Adige, interrotto da' suoi ponti, si torceva in una S, avente la prima delle sue pancie a' piedi del monticello su cui sorge Castel San Pietro, e la seconda a' piedi di un altro bruno castello merlato; e sorgevano dalle case i culmini e le torri delle vecchie basiliche; e in un largo spazio si vedeva l'ovale enorme dell'Arena antica. Il sole mattutino rallegrava l'abitato ed i colli, e dall'una parte indorava le montagne, dall'altra gettava una luce placida sulla interminabile pianura verde, sparsa di villaggi bianchi, di case, di chiese, di campanili.
Entrarono nella sala con fracasso di risa e salti due bimbe, le quali avevano il volto color di rosa e i capelli biondi paglierini. Vedendomi, di primo botto rimasero impacciate, ma poi subito si fecero coraggio e mi vennero accanto. La più grandicella disse:
- Signora, s'accomodi. Vuole che vada a chiamare la mamma?
- No, fanciulla mia, aspetto il tuo babbo.
- Il babbo non l'abbiamo ancora visto stamane. Ha tanto da fare.
- Lo voglio vedere io il babbo - gridò la più piccina. - Gli voglio tanto bene io al babbo.
In quella entrò il generale, e le bimbe gli corsero incontro, gli si avviticchiarono alle gambe, tentavano di saltargli sulle spalle; egli prendeva l'una e l'alzava e le dava un bacio, poi prendeva l'altra; e le due pazzerelle ridevano, e negli occhi del generale spuntavano due lagrime di tenerezza beate. Si volse a me, dicendo:
- Scusi, signora; s'ella ha figliuoli mi compatirà -. Si mise a sedere in faccia a me, e soggiunse: - Conosco di nome il signor conte, e sarei lieto se potessi servire in qualcosa la signora contessa.
Feci un cenno al generale perché allontanasse le bambine, ed egli disse loro con voce piena di dolcezza: - Andate, figliuole mie, andate, dobbiamo parlare con la signora.
Le bambine fecero un passo verso di me come per darmi un bacio; voltai la testa; se ne andarono finalmente un poco mortificate.
- Generale - mormorai - vengo a compiere un dovere di suddita fedele.
- La signora contessa è tedesca?
- No, sono trentina.
- Ah, va bene - esclamò, guardandomi con una cert'aria di stupore e d'impazienza.
- Legga - e gli porsi in atto risoluto la lettera di Remigio, quella che avevo ritrovata nel taschino del portamonete.
Il generale, dopo avere letto:
- Non capisco; la lettera è indirizzata a lei?
- Sì, generale.
- Dunque l'uomo che scrive è il suo amante.
Non risposi. Il generale cavò di tasca un sigaro e lo accese, s'alzò da sedere e si pose a camminare su e giù per la sala; tutt'a un tratto mi si piantò innanzi e, ficcandomi gli occhi in volto, disse:
- Dunque, ho fretta, si sbrighi.
- La lettera è di Remigio Ruz, luogotenente del terzo reggimento granatieri.
- E poi?
- La lettera parla chiaro. S'è fatto credere malato, pagando i quattro medici - e aggiunsi con l'accento rapido dell'odio: - È disertore dal campo di battaglia.
- Ho inteso. Il tenente era l'amante suo e l'ha piantata. Ella si vendica facendolo fucilare, e insieme con lui facendo fucilare i medici. È vero?
- Dei medici non m'importa.
Il generale stette un poco meditabondo con le ciglia aggrottate, poi mi stese la lettera, che gli avevo data:
- Signora, ci pensi: la delazione è un'infamia e l'opera sua è un assassinio.
- Signor generale - esclamai, alzando il viso e guardandolo altera - compia il suo dovere.
La sera, verso le nove, un soldato portò all'albergo della Torre di Londra, dove finalmente mi avevano trovato una camera, un biglietto, che diceva così:
«Domattina alle quattro e mezzo precise verranno fucilati nel secondo cortile di Castel San Pietro il tenente Remigio Ruz ed il medico del suo reggimento. Questo foglio servirà per assistere alla esecuzione. Il sottoscritto chiede scusa alla signora contessa di non poterle offrire anche lo spettacolo della fucilazione degli altri medici, i quali, per ragioni che qui è inutile riferire, vennero rimandati ad un altro Consiglio di guerra.
GENERALE HAUPTMANN».

Alle tre e mezzo nella notte buia uscivo a piedi dall'albergo, accompagnata da Giacomo. Al basso del colle di Castel San Pietro gli ordinai che mi lasciasse, e cominciai sola a salire la strada erta; avevo caldo, soffocavo; non volevo togliermi il velo dalla faccia, bensì, sciolti i primi bottoni dell'abito, rivoltai i lembi dello scollo al di dentro; quel po' d'aria sul seno mi faceva respirare meglio.
Le stelle impallidivano, si diffondeva intorno un albore giallastro. Seguii de' soldati, che girando il fianco del Castello, entrarono in un cortile chiuso dagli alti e cupi muri di cinta. Vi stavano già schierate due squadre di granatieri, immobili. Nessuno badava a me in quel brulichìo silenzioso di militari e in quelle mezze tenebre. Si sentivano le campane suonare giù nella città, dalla quale salivano mille romori confusi. Cigolò una porta bassa del Castello, e ne uscirono due uomini con le mani legate dietro la schiena; l'uno magro, bruno, camminava innanzi ritto, sicuro, con la fronte alta; l'altro, fiancheggiato da due soldati, che lo reggevano con molta fatica alle ascelle, si strascinava singhiozzando.
Non so che cosa seguisse; leggevano, credo; poi udii un gran frastuono, e vidi il giovane bruno cadere, e nello stesso punto mi accorsi che Remigio era nudo fino alla cintura, e quelle braccia, quelle spalle, quel collo, tutte quelle membra, che avevo tanto amato, m'abbagliarono. Mi volò nella fantasia l'immagine del mio amante, quando a Venezia, nella Sirena, pieno di ardore e di gioia, m'aveva stretta per la prima volta fra le sue braccia d'acciaio. Un secondo frastuono mi scosse: sul torace ancora palpitante e bianco più del marmo s'era slanciata una donna bionda, cui schizzavano addosso i zampilli di sangue.
Alla vista di quella femmina turpe si ridestò in me tutto lo sdegno, e con lo sdegno la dignità e la forza. Avevo la coscienza del mio diritto, m'avviai per uscire, tranquilla nell'orgoglio di un difficile dovere compiuto.
Alla soglia del cancello mi sentii strappare il velo dal volto; mi girai e vidi innanzi a me il grugno sporco dell'ufficiale Boemo. Cavò dalla bocca enorme il cannello della sua pipa, e, avvicinando al mio viso il suo mustacchio, mi sputò sulla guancia...



* * *

L'avevo detto io che l'avvocatino Gino sarebbe tornato. Bastò una riga: Venite, faremo la pace, perché capitasse a precipizio. Ha piantato quella bamboccia della sua sposa una settimana innanzi al giorno destinato pel matrimonio; e va ripetendo ogni tanto, stringendomi quasi con la vigoria del tenente Remigio:
- Livia, sei un angelo!








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