📰 Schermi Riflessi di Armando Lostaglio: L’eroe di Asghar Farhadi

L’eroe è il film del cinquantenne regista iraniano Asghar Faharadi che si è imposto alla attenzione internazionale a Cannes lo scorso anno con il gran Premio speciale della Giuria, mentre nella sua brillante carriera ha anche due premi Oscar per Una separazione e Il cliente. È un regista che sa impostare bene le sue storie (nasce come sceneggiatore), mettendo in luce aspetti sociali della sua terra, ben riscontrabili anche in altre realtà. Rientra nella rassegna cinematografica del cinema Lovaglio di Venosa, che continua ad offrire allo spettatore cinema di qualità, da diverse latitudini e umanità più varie. L’eroe è in realtà un non eroe, nella declinazione contemporanea che fa dell’uomo comune un protagonista sconosciuto alle prese con i suoi drammi quotidiani. È così che la vita di Rahim (il bravo Amir Jadidi) procede in una città iraniana dove aveva contratto un debito che però non ha potuto onorare. È per questo va in carcere. Già separato dalla moglie, ha però in custodia il figlio di una decina di anni, che vive con la famiglia della sorella di Rahim. Ha intanto una relazione con la bellissima Farkhonden, la quale incidentalmente trova una borsa contenente monete d’oro. La provvidenza? Oppure no, il segno di un destino che si manifesta in dilemmi esistenziali fra riabilitazione e speculazioni sociali e mediatiche. Una società teocratica che affida al perdono presunto ed alla retorica del bene ogni risvolto etico. E che faranno del protagonista un impostore o un benefattore: la sceneggiatura lascia ampio respiro allo spettatore. Con il finale che mantiene diverse soluzioni (torna in carcere? O anche sceglierà di allontanarsi dalla famiglia?). Tuttavia, il film prende in toto la sensibilità di ognuno, inserendo molti elementi umani (il rapporto padre-figlio come in Ladri di biciclette di Vittorio De Sica e Zavattini, autori alquanto amati fra autori iraniani). E la parentesi non secondaria del carcere, del perbenismo ostentato nonostante i suicidi. Ed ancora la comunicazione delle televisioni, dei social e quindi l'apparenza come strumenti di persuasione di massa, insomma momenti di circolarità: la scena finale di un carcere dalla porta spalancata diventa il paradigma di un inizio e di una fine che quasi si sovrappongono. Per il regista e critico Mohamad Ghanefard resta un film prezioso in termini di relazioni fra diverse culture, pur essendo una storia non del tutto sorprendente.

Commenti