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Emozioni di Gianni Donaudi: figli del sole


Che sarà Piombino?
Che sarà Piombino?
È Piazza Bovio, la Piazzarella dove alloggiarono i potenti Appiani, dopo aver avuto in dote la Signoria, uomini deboli e perfidi.
È il cangiante colore del mare che scorgiamo da Punta Rocchetta o da Viale Amendola, il gioco delle maree, il vento inclemente.
È la torre dell’orologio che segna le ore del Palazzo Comunale.
È la palma più antica dei giardini Pro Patria, che ci rinfresca inconsapevole nelle giornate d’estate.
È una lunga strada di portici e case annerite trasfigurata nel tramonto.
È il porto dove salpano traghetti direzione Elba e navi commerciali verso l’infinito.
È il marciapiede di Via Gaeta dove mia madre pianse non vedendomi tornare.
È una porta con un numero civico dietro la quale passai l’infanzia, che nella memoria è rapida come un fugace istante.
È il cavaliere che getta dall’alto del Rivellino armi difensive nella battaglia.
È quel cavaliere perduto sotto la pioggia.
È un angolo di Piazza Dante dove un amico mi disse che il peccato più grande che possa commettere un uomo è generare un figlio e condannarlo a questa orribile vita.
È quel figlio che non vuol saperne di crescere secondo le regole del padre.
È il romanziere che scrive su quaderni accurati un romanzo fatto di parole confuse.
È la mano di mia figlia che accarezza il volto di un’amica, che diventa il volto di un angelo.
È una spada guerriera che conserva la memoria del passato.
È un’insegna cadente, una serranda abbassata, un segno catturato dal tempo.
È il giorno in cui lasciammo una donna, forse troppo tardi.
È il giorno in cui una donna ci lasciò, forse troppo presto.
È quello sprazzo di mare tra Rocchetta e Porticciolo di Marina dove intuisco il vecchio liceo e la biblioteca.
È la sala della biblioteca dove andavo con mio padre a sentir conferenze, al tempo in cui i bambini si dovevano annoiare.
È la stanza accanto, dove cominciava il liceo classico.
È l’ultimo caffè con mio padre, sorbito in un bar di Salivoli, davanti al mare.
È il volto divino che non ho mai voluto vedere nelle poche chiese perdute.
È una casa di mare dove ho scritto inutili racconti e povere poesie, la stessa casa dove ho tradotto Cabrera Infante.
È Zelli che guarda dal balcone e vede l’Africa, finalmente.
È Maribruna che non rincorre il suicidio ma incontra l’amore.
È un vecchio compagno di scuola morto fanciullo che mi spiega quanto sia inutile temere il destino.
Sto andando oltre. Piombino non è soltanto il ricordo di me stesso, delle mie sconfitte. Piombino è la mulattiera di mare, è il vicolo nascosto tra i palazzi, è la palude verso Riotorto, è il mare per i turisti, è il brano in vernacolo irriverente che cantiamo ubriachi, è il suono della chitarra al Porticciolo di Marina, è la libreria dimenticata, forse definitivamente chiusa, è il nemico con cui fare i conti perché non sopporta i miei racconti, è il quartiere dove suona una musica perduta, ignorata e amata, scivolata via inconsapevole tra altiforni spenti e burrasche notturne.

11 novembre 2019

Fonte d’ispirazione: Buenos Aires di Jorge Luis Borges (da Elegia dell’ombra)

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